Il salotto, o più propriamente “salone”, è una delle parti centrali di ogni abitazione moderna, adibito spesso all’uso della televisione e, come spesso oggi accade, con la cucina e il soggiorno annessi. Durante l’800 (e fino agli anni ’70 del ‘900) l’usanza era quella di tenere il soggiorno/cucina separato dal salone, anche per una ragione decisamente bizzarra, che non tutti ricordano.

Il salotto, in inglese anche “parlor” (dal francese parloir, parlare), svolgeva una parte importante durante i rituali funebri del 19° secolo. Questo era il luogo in cui i familiari defunti erano disposti per le ultime visite prima dell’oblio della tomba, e in inglese veniva chiamato:

Death Room – Stanza della Morte

L’usanza dell’esposizione del cadavere in casa era frequente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma anche nel resto d’Europa, Italia compresa, era di larga diffusione. Con il passare del tempo e l’evoluzione delle strutture pubbliche, le sale funebri divennero molto più comuni e attrezzate. I defunti, già all’inizio del ‘900, non venivano quasi più esposti nei salotti di casa, e venivano invece ricomposti nelle camere mortuarie (come naturalmente accade ancor oggi).

Prima della fine del XIX secolo lo spazio di casa venne quindi ribattezzato in quello che in italiano si potrebbe tradurre come “Soggiorno – Living Room”, un vero e proprio ossimoro rispetto alla definizione precedente, tutta vittoriana, di “Stanza della Morte – Death Room”, dove spesso venivano fatte le fotografie post-mortem.

Con il miglioramento delle condizioni di trattamento dei defunti e la diminuzione del numero di morti, il Ladies Home Journal, nel 1910, suggerì che il salotto stanza non era più una stanza della morte, e che sarebbe stato opportuno chiamarlo soggiorno (o salotto). Il termine da allora divenne diffusissimo, e la stanza divenne conosciuta univocamente come “salotto-parlor/living room”, perdendo in inglese la parola “death” che la caratterizzava negativamente.

Fonte: Suhrabi.com.

Categorie: Misteri

Matteo Rubboli

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...