La pratica della fotografia post-mortem nacque a metà del XIX secolo e rimase diffusa sino all’inizio/metà del ‘900, in alcune zone rurali anche oltre, sino al giorno d’oggi. Nonostante su internet si leggano articoli che mitizzano questo fenomeno, lo rendono macabro e “occulto”, la pratica era una conseguenza logica alle condizioni socio-economiche dei soggetti ripresi e dello stato di avanzamento tecnologico di quel periodo.

Durante l’800 scattare una fotografia, che poteva essere comunemente un dagherrotipo ma anche un’ambrotipia o una ferrotipia, era un’operazione dal costo proibitivo per i salari medi del proletariato. Le persone di ceto più abbiente erano in grado di permettersi un servizio fotografico durante un periodo di vita “normale”, ma per gli operai o i contadini una fotografia aveva un costo inaccessibile, non dissimile dal quadro di un pittore.

In quel periodo la mortalità infantile, specie nelle zone ad alto sviluppo industriale come Londra o Manchester, era elevatissima, attorno al 25%. Scattare una fotografia ai propri figli in vita era un’operazione priva di senso, dato che li si avrebbe avuti a disposizione tutti i giorni.

Immortalarli nel caso di morte era quasi sempre l’ultima opportunità per i genitori di ricordarne il volto, l’unico modo di associare il ricordo della persona a un’immagine che consentisse di rievocarlo ad anni di distanza

Se non lo avessero fotografato, almeno una volta e anche se da morto, il tempo e la vecchiaia avrebbero rimosso il volto del defunto dalle loro menti per sempre…

Naturalmente la fotografia post-mortem non fu praticata soltanto dai proletari ma anche da persone della borghesia, per lo più in casi di tardivo ricordo dell’importanza di farsi un servizio fotografico. Per comprendere quanto la fotografia fosse una pratica inusuale, basti pensare che di un artista di fama mondiale come Vincent Van Gogh non esiste nessuna fotografia riconosciuta, a parte una controversa, e che di tantissimi altri personaggi non conosciamo il volto, nonostante fossero già famosi all’epoca dell’invenzione del processo fotografico, a metà ‘800.

Oggi queste fotografie possono sembrarci macabre e inquietanti, ma per le persone che le commissionarono furono l’unico modo di ricordare una persona amata, il mezzo per non dimenticarla nella morte. Se per noi uomini moderni fare una fotografia è più facile che mangiare una caramella, soltanto 100 anni fa era un lusso riservato a pochissimi.

Nonostante la fotografia post-mortem sia una conseguenza dell’arretratezza tecnologica dell’epoca, oggi si tende a mitizzare il processo, attribuendogli cavalletti o altri tipi di piedistalli che, invece, servivano soltanto a mantenere fermi i soggetti in vita dai movimenti accidentali, un accorgimento utile dati i lunghissimi tempi di esposizione necessari alle macchine fotografiche dell’epoca.

Tutte le fotografie sono di pubblico dominio.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...