La cultura delle gang giapponesi è un argomento vasto e complesso, ancor oggi fortemente attuale nell’immaginario collettivo del paese nipponico. Delle tante gang criminali, la storia delle Sukeban è forse quella maggiormente originale, non trovando corrispondenza in nessuna forma occidentale di associazionismo criminale. Sukeban è la crasi delle parole “suke” (女 ragazza) e “banchō” (番長 capo), e indica soltanto la ragazza a capo della propria organizzazione. Le altre associate non erano Sukeban, ma il termine, in particolar modo in occidente, ha visto indicare come “gang di sukeban” l’intero gruppo di ragazze.

Dove nascono le Sukeban?

La rigida società giapponese, dove ancor oggi è complesso destreggiarsi fra antiche costrizioni e il mondo moderno, creava spesso delle ragazze ribelli, studentesse fallite o ragazze emarginate, che trovavano una soluzione nell’unirsi in bande organizzate. L’esempio era quello dei banchō, gang maschili di micro-criminalità che erano però ormai in decadenza. Inizialmente si formarono dei piccoli gruppetti di ragazze, quasi sempre della stessa scuola, che rubavano o fumavano sigarette nel bagno dell’istituto, ma presto il fenomeno divenne un problema di carattere nazionale.

Durante gli anni ’70 le bande iniziarono a contare decine di appartenenti, come la “Tokyo’s United Shoplifters”, le “taccheggiatrici unite di Tokyo”, 80 ragazze nella capitale, oppure la “Kanto Women Delinquent Alliance”, leggendaria gang che si dicesse avere fra le sue fila 20.000 membri, numero che la renderebbe più strutturata della Yakuza.

Oltre alla vita quotidiana, in cui non era difficile imbattersi in gruppi di ragazze che delinquevano, l’idea di bande criminali di ragazze entrò nella cultura popolare giapponese circa all’inizio degli anni ’70, quando furono presentati una serie di film del filone “Pinky Violence”, di cui Girl Boss Blues: Queen Bee’s Counterattack (qui il trailer), è il capostipite e il più famoso rappresentante, uscito al cinema nel 1971.

Cosa facevano le Sukeban?

Le ragazze criminali si distinguevano dalle proprie coetanee per i capelli tinti e la permanente, abbinate a uniformi scolastiche alterate che le distinguevano radicalmente dalle compagne di scuola.

Le attività criminali erano la prostituzione, il furto e il vandalismo

Una volta entrate in una gang di Sukeban non era possibile uscirne, ed era obbligatorio attenersi a un rigido codice di comportamento. Al minimo sgarro si veniva perseguite da una punizione chiamata “linciaggio”, che prevedeva diversi gradi di sofferenza della condannata.

Per i reati minori si subivano diverse bruciature di sigarette

Le ragioni delle punizioni, per ragazze unite da una comune voglia di ribellione, erano abbastanza banali. Si andava dalle accuse di mancanza di rispetto per i membri più anziani sino al dialogo con le bande rivali, oppure a rapporti con il fidanzato di qualche altra ragazza della gang o l’abuso di droga.

Il fenomeno delle Sukeban fu così radicato nella società giapponese che un opuscolo informativo della polizia nipponica era intitolato:

Presagio di rovina

Le autorità tentarono con un certo successo di sedare la cultura delle gang di ragazze durante gli anni ’90, ma recentemente è stata registrata una nuova ascesa di gang criminali al femminile. Il fenomeno, d’altronde, fu tanto importante da meritare un intero manga dedicato, realizzato dal leggendario Go Nagai nel 1974 e intitolato “La canaglia in minigonna” (おいら女蛮 Oira sukeban), trasposto in alcuni film live Action fra gli anni ’90 e 2000.

Un banda di Sukeban:

La stessa banda vista di schiena:

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Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...