Jan “Eskymo” Welzl e i suoi incredibili viaggi nei Gelidi deserti del Nord

Ognuno può immaginarsi che gioia provai quando finalmente mi trovai da solo, libero da qualsiasi presenza umana: né governi né funzionari, nessuno che potesse darmi ordini e intromettersi nella mia vita. Smisi di occuparmi del mondo e il mondo smise di occuparsi del vagabondo solitario che lo aveva abbandonato

(L’Uomo del Polo, J. WelzlK. Capek, trad. A. Fiorentini)

Quante volte, in una sperduta viuzza avvolta dal verde di una curata vegetazione, vi siete imbattuti in monumenti quasi sconosciuti, di cui non sospettavate nemmeno l’esistenza? Monumenti semplici, di persone ordinarie, quasi invisibili, che, nonostante tutto, raccontano storie tanto avvincenti quanto singolari. Non si potrebbe, forse, considerare la vita stessa una lunghissima avventura? Non di rado, proprio persone qualunque hanno affrontato peripezie che avrebbero lasciato di stucco persino un Jules Verne.

Ad esempio, passeggiando per le strade di Zábřeh, cittadina orientale della Repubblica Ceca, potreste imbattervi in una statua datata 1998: un uomo ben vestito, bonario, con due grossi baffoni sul volto e un cappello in mano. Jan Welzl, una persona qualunque protagonista di una vita travagliata e ricca d’imprevisti.

Nasce proprio a Zábřeh, nel 1868. Trascorre la giovinezza sognando, pensando sperdute contrade, alle meraviglie che hanno da offrire le regioni fuori casa; soffoca questo “richiamo”, ci prova, ma ben presto si ritrova a fare i conti con un’incontenibile ambizione, l’ardente desiderio di uscire, di evadere dagli stretti confini del paesello e avventurarsi in un mondo di cui, ancora, non aveva visto niente. Sarà tra gli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento che deluderà le aspettative sociali, che lo avrebbero voluto vedere ormai “sistemato”, con lavoro stabile, moglie e figli. Lui ha altri progetti.

Statua di Jan “Eskymo” Welzl a Zábřeh – immagine di Michal Maňas sotto licenza CC BY 3.0 via Wikipedia

Sono gli anni della Conferenza di Berlino e della spartizione dell’Africa, di Toro Seduto e Jesse James, dell’illuminazione elettrica, delle prime automobili, della prima proiezione cinematografica, della prima trasmissione via radio, i Viaggi Straordinari di Verne, le grandi esposizioni, la Belle Époque.

Avevo uno spirito nomade: ho obbedito alla sua voce e sono partito

Mappa degli imperi coloniali nel 1885 – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

Lasciandosi dietro cari ed effetti personali, parte per Genova. Per la prima volta in vita sua vede il mare; sale su una nave come carbonaio, diretto a Baltimora, negli States; poi in Texas e dall’altra parte del mondo, prima a Città del Capo, poi a Vladivostok. Sogna i grandi esploratori del passato, i grandi pionieri che, a rischio della vita, hanno sfidato l’ignoto, setacciando luoghi inesplorati, alla ricerca di un qualcosa, seguendo quella voce insistente che mai avrebbero cacciato dalle loro teste; vuole vivere grandi avventure, vedere il mondo, fare nuove e incredibili esperienze.

Vladivostok nel 1898 – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

Giunto all’estremità orientale dell’Impero Russo partecipa alla costruzione della Transiberiana, ormai in via di realizzazione. Ma non gli basta. Vuole vedere il Mar Glaciale Artico. Lavora e risparmia il più possibile. Fa ciò che serve; non importa quanta fatica occorra; tutto serve per realizzare i suoi frenetici progetti. Compra un cavallo, una vettura a due ruote, provviste, armi e munizioni…

“… e mi lanciai negli spaventosi deserti e nelle oscure foreste siberiane… dove tutto finisce e si ha l’impressione di passare all’altro mondo”

Vaga per lande desolate, abitate da lupi e orsi, e attraversate occasionalmente da qualche cacciatore. Perdersi può comportare la morte; il sole gli fa da guida. E’ sperduto nella natura più selvaggia. Una terra in cui l’uomo ha difficoltà a inoltrarsi. Ossa di animali, resti di slitte e di altre vetture si trovano di quando in quando, lasciati da precedenti viaggiatori, probabilmente morti in quel deserto, l’Ust’-Uda.

Costruzione della Transiberiana (1895) – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

Attraversata quella regione, si ritrova ad Irkutsk, presso il lago Bajkal, area in cui il governo zarista colloca gli esiliati politici, destinati ai lavori forzati, nelle miniere o in altri campi. La notte ne sente le voci; seduti intorno a un fuoco, programmano la fuga; sono logori, stanchi, con barbe e capelli incurati. Jan si sveglia e cerca di rimanere nel silenzio più assoluto, temendo la loro reazione se scoperti; in fondo, non si sono fatti scrupoli a uccidere un loro compagno e cibarsi delle sue carni. A fatica si addormenta, per poi scoprire, al risveglio, che quei disgraziati sono già partiti.

Irkutsk nel 1865 – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

E’ una zona di frontiera. Russi e autoctoni a volte combattono, a volte si integrano; in un villaggio indigeno, sperduto nella foresta, sosta in una bottega appartenente a un ebreo, con cui s’intrattiene a conversare amabilmente, godendosi, nel frattempo, un buon bicchiere di vodka. Entra nuovamente nella foresta; reincontra i fuggiaschi; hanno perso uno di loro; sono caduti in un sonno profondo. Jan cerca di non farsi sentire e appoggia accanto a loro delle provviste. Si incontreranno ancora una volta più avanti, in una caverna. Li consiglia di non tentare di attraversare tutta la Siberia per arrivare in Europa: sarebbero morti. Meglio riparare in un villaggio indigeno nascosto nella foresta.

Lago Bajkal – immagine di Sergey Pesterev sotto licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Entra in contatto con gli jakuti, una popolazione nomade; continua a viaggiare, visitando ogni centro che incontra, città e villaggi in via di sviluppo, per poi lasciare la civiltà a favore della steppa, circondata da foreste e montagne: un quadro gelido. Ammirazione, stupore e paura s’impadroniscono della sua anima.

Con la sua vettura si dirige a nord-est, verso Jakutsk, oltre cui lo aspetta una nuova regione in mano alla vegetazione, intervallata da pantani e burroni, percorsa da condannati, fuggiti dai campi di prigionia, ancora in catene, intenti a camminare verso la morte per freddo, fame, brutte cadute e attacchi di animali, o, se fortunati, verso un nuovo inizio, magari in qualche accampamento allestito da altri fuggiaschi, o presso i Lamuti, la popolazione indigena, scacciata dagli invasori europei e, talvolta, costretta a vivere in condizioni estremamente precarie, affetti da malattie, con poco bestiame moribondo.

In quel territorio la gente comincia a vivere in buchi scavati nella terra, come nell’Estremo Nord… quante volte ho visto dei malati, seduti gli uni accanto agli altri, cercarsi a vicenda i pidocchi e mangiarseli

Donne Lamuti con costumi nazionali – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

E’ la tundra: paludi, laghi, crepacci nascosti dalle erbe basse, vaste pianure, attraversate da carovane della posta e popolazioni nomadi, dedite all’uccisione degli anziani, troppo deboli per proseguire col gruppo, alle prese con la scarsità di cibo, composto per lo più da renne, contese ai famelici lupi. In lontananza si vedono i Monti Stanovoj. Gli indigeni sono schivi, poco propensi ad aiutare il viaggiatore moravo, bisognoso di provviste e terrorizzato dalle violente tempeste di quelle gelide regioni.

Tundra nella Siberia settentrionale – immagine di Dr. Andreas Hugentobler sotto licenza CC BY 2.0 de via Wikipedia

Nel tragitto si imbatte in due fuggiaschi, due innamorati: una giovane donna (figlia di un esiliato) e un colonnello, desiderosi di iniziare una nuova vita in Alaska. Lui l’ha liberata dalla detenzione e ora sono entrambi in fuga. Dal campo di prigionia di Sredne-Kolymsk,  villaggio vicino al fiume Kolyma, hanno fatto molta strada sino al mare, vestiti di stracci e cortecce, affrontando il freddo glaciale e le furenti intemperie. Altro curioso incontro è quello con un africano, uscito fuori da una fenditura nella roccia. Insieme ad altri quattro compagni è fuggito da una baleniera, nella quale viveva in condizioni disumane. L’avventuriero gli lascia qualche derrata e riparte.

Prigione di Sredne-Kolymsk (1801) – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

Jan non ha una meta precisa; va dove più gli aggrada al momento. Dalla penisola non sa se proseguire per l’Alaska, le Isole del Golfo di San Lorenzo o Anadyrsk. Alla fine, opta per quest’ultima. Scambia la vettura con renne e slitta, ottiene in regalo, da un colonnello conosciuto da poco, indumenti artici, e parte per il Mare Artico. Sono passati diversi anni. Inizia un altro periodo di solitudine.

Con la sua slitta vaga nel litorale artico, raggiungendo, grazie al mare ghiacciato, diversi isolotti. In uno di questi incontra dei cercatori d’oro inglesi, con cui scambia quattro chiacchiere e da cui riceve parecchi regali. In seguito si imbarca su una baleniera, che lo porta dalle Isole degli Orsi alle Isole della Nuova Siberia, dove vivrà per un po’ di tempo, in totale solitudine.

Il mondo artico è governato da uno spirito che non fa complimenti con chi gioca con lui: solleva tempeste come niente, fa urtare iceberg contro iceberg tanto forte che le coste delle isole tremano. Quante volte l’ho provato! La terra trema e nell’uomo tutto tace: non si muove, è là, piccolo e bianco come un fiocco di neve

Belkovsky Island – immagine di Ansgar Walk sotto licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

D’estate le notti si fanno più corte; d’inverno a malapena si vede il sorgere del sole. Trova riparo nelle grotte; accende un fuoco e cucina un misero pasto; ogni tanto va a caccia; si gode la poca luce solare concessagli dall’inverno e s’immerge nei suoi pensieri. Incontra i nativi; cerca d’imparare i loro usi, le loro tecniche, la loro lingua.

Gli anni passano. Jan diventa ufficiale postale, mentre nelle regioni artiche siberiane arrivano i cercatori d’oro. Scopre una miniera di platino; coglie l’occasione, lo estrae e lo vende. L’utilizzo della polvere da sparo inquieta i nativi: temono la fuga della selvaggina. Solo dopo l’esaurimento del filone, il moravo riesce a riallacciare i rapporti con loro. E’ affascinato dai molteplici stili di vita di quelle popolazioni; talvolta ne rimane disgustato, soprattutto per quanto riguarda l’endogamia, la mancanza di pudore, le latrine dentro casa non sufficientemente isolate, la mancanza di igiene.

Isola di Bolshoy Lyakhovsky – immagine di Boris Solovyev sotto licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Si dedica al commercio di pellicce e alla caccia alle balene. Visita in lungo e in largo il Mar Glaciale; rimane incantato dai miraggi artici, quando terra e mare s’invertono; preda i grandi orsi bianchi per ottenerne la pelliccia e si interessa al Polo Nord e alle avventure di Amundsen; si chiede cosa stia succedendo in Europa, alle prese con la Rivoluzione Russa e con la Prima Guerra Mondiale; in Siberia arrivano pochi rifornimenti. Esigue sono le notizie che arrivano ai suoi lontani e sperduti ripari; in fondo vive in una delle zone più sperdute del mondo, spesso in totale solitudine. Dalla Siberia si sposta in Alaska, per commerciare.

Caccia alle balene nel Mare Artico (Abraham Storck) – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

Riottiene il rispetto delle popolazioni artiche. Diventa addirittura un capotribù, mediante un sotterfugio: una volta gli fu raccontato della tomba di un capo, antica di tremila anni, ma che gli era proibito visitare; incurante della proibizione si recò nella caverna che ospitava la salma; durante un’assemblea raccontò di aver sognato quel capo e la sua tomba, descrivendola in dettaglio; iniziò, così, a essere preso in grande considerazione, fino a essere eletto capo lui stesso. Risolve alcuni problemi che questi hanno con i trafficanti di pellicce, spesso dediti a furti presso i locali. Partecipa ai tribunali delle comunità autoctone. Queste si organizzano, cacciano i banditi e, se necessario, li giustiziano. Non è raro che i malviventi, spesso evasi e marinai licenziati per la stagione invernale, aiutati dai balenieri, arrivino a vendere ai nativi alcolici avvelenati, o ad avvelenarne il cibo, provocandone la morte; spesso ci mettono dei sonniferi, in modo da addormentarli allo scopo di depredali. Così nascono le sparatorie nel cuore della notte e le cacce all’uomo.

Se non si conoscono le regioni polari, non si può immaginare con esattezza cosa sia un territorio senza governo e senza polizia. Il responsabile di quel male orribile che è l’anarchia non è il selvaggio: è il bianco, che han sempre l’abitudine di parlare di diritto, che si appoggia alle leggi, ma che in realtà diffonde l’ingiustizia… nella sua cecità, si attribuisce potere sugli altri…

Un mercante di pellicce del nord – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

Cacciatori di pelli e cercatori d’oro iniziano ad ammorbare le terre polari. Predano ogni tipo d’animale e ne rivendono le parti con cui possono guadagnare qualcosa. Spesso finiscono impoveriti. Non tutti hanno la capacità o la fortuna di arricchirsi. Si avventurano tra i ghiacci, resi dorati dal sole quasi come montagne d’oro massiccio, alla ricerca di orsi, ermellini, volpi artiche, ma anche animali marini, quali trichechi e foche. Osserva questi uomini, li conosce, ne ascolta le storie. Vive ai margini della Grande Storia, si informa sui giornali e nelle locande, continuando a vivere la sua vita nelle gelide e semi-isolate terre artiche.

Giunto, in seguito a uno dei suoi viaggi di lavoro, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, verrà accusato di aver aiutato i tedeschi durante la Guerra e di voler esportare il comunismo: in fondo aveva vissuto a lungo in Siberia. Sospetta di essere stato accusato dal Ku Klux Klan per motivi di odio razziale (era amico dei cosiddetti Eschimesi). Viene, così, imprigionato e rispedito in Europa, in quanto sprovvisto dei documenti necessari per vivere negli States, perdendo tutto ciò che si è lasciato nell’Artico.

Minatori e cercatori scalano il Chilkoot Trail durante la corsa all’oro nel Klondike (1898) – immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Arriva ad Amburgo; cerca lavoro in Germania e trova aiuto nell’ambasciata cecoslovacca, dove verrà soprannominato Jan “Eskymo” Welzl. Ormai spiantato e solo, non gli rimane che il ricordo delle avventure polari. Va in Canada; cerca di raggiungere la Nuova Siberia, ma trova un muro nelle autorità sovietiche. Muore nel 1948 a Dawson City. La sua storia verrà raccontata in diverse pubblicazioni (mai scritte di suo pugno), basate sulle sue memorie. Alcuni crederanno alle sue narrazioni, altri metteranno in dubbio (a torto) la sua stessa esistenza. In effetti è difficile dire quanto, di ciò che ha raccontato, sia vero, quali siano gli errori “in buona fede” e quante le falsità inserite deliberatamente: diversi studiosi hanno messo in discussione i dati etnografici da lui menzionati, riguardanti lingua, usi e istituzioni delle popolazioni artiche. Ciò nonostante, il viaggiatore moravo è destinato a rimanere nella memoria, come uno dei più grandi avventurieri della storia, protagonista di un viaggio unico nei gelidi deserti del Nord.

Jan Welzl – immagine di dominio pubblico via Wikipedia

Quello visitato da Welzl è un mondo incredibile, tanto bello quanto pericoloso. Paesaggi mozzafiato, dominati dal bianco e dall’azzurro, coronati da qualche sfumatura arcobaleno. Miraggi, fasci d’un rosso intenso, aurore. Animali candidi come la neve; mari burrascosi, violente tempeste e bufere di neve, capaci di costringere in casa anche i più audaci. Aria fresca e pulita. Ma anche morte: naufragi, assassinii, fatali cadute, la fame, gli attacchi degli orsi e il freddo.

E tutto intorno, in quel silenzio e in quel candore che acceca, si stagliano i picchi dorati, su cui non compare nessun segno di vita, mentre i bordi del ghiaccio spezzato hanno uno scintillio verde-azzurro”.

I Luoghi di Welzl – immagine creata tramite MyMaps (Google)

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