L’Isola Plurale: tra Storia e Mito i mille volti della Sicilia

Un viaggio in Sicilia non si esaurisce solo con la sorprendente scoperta di spiagge quasi deserte in pieno agosto, di un mare che si colora di mille sfumature di blu e verde, di paesi dell’interno arroccati come nidi d’uccello, che mettono a dura prova il fiato e le gambe dei viaggiatori che si inerpicano per vicoli dal basolato scivoloso, su per scale che sembrano non finire mai.

I colori del mare di Sicilia – Scopello – Foto di @Laura Rubboli
Spiaggia ai piedi di Selinunte, deserta in pieno agosto – La scaletta di pietra parte dal sito archeologico e scende fino alla foce del fiume – foto di @Annalisa Lo Monaco

Un viaggio in Sicilia attraversa il tempo e la storia dell’uomo, e di tutti i popoli che l’hanno scelta come casa (dominata, se vogliamo vederla in un’ottica di conquista) rimangono tracce che sono la testimonianza fisica di un patrimonio prezioso proprio perché intriso di culture diverse che hanno saputo integrarsi fra loro.

I mosaici bizantini del Duomo di Monreale, splendido esempio di architettura arabo-normanna – foto di @Annalisa Lo Monaco

Il Duomo di Palermo e di Monreale sono due splendidi esempi di architettura arabo-normanna, ma chi si allontana dalle vie più battute può scoprire altre realtà non meno ricche di fascino e di una storia che si confonde con la leggenda.

Come chi ha voglia di percorrere una non agevole strada per salire fino a mille metri di altezza, per raggiungere Caltabellotta, in provincia di Agrigento.

Caltabellotta vista dall’alto, con il mare sullo sfondo – @foto di Annalisa Lo Monaco

Qui, in un paese che oggi conta poco più di tremila abitanti, coglie di sorpresa la vista della magnifica cattedrale di Maria Santissima Assunta, di epoca normanna, che si staglia come un gioiello solitario su una spianata affacciata sulla vallata e, a perdita d’occhio, sull’azzurro del mare.

La Cattedrale di Caltabellotta – foto di @Laura Rubboli

La Cattedrale, inizialmente dedicata a San Giorgio e fatta costruire da Ruggero I d’Altavilla (il conquistatore normanno arrivato in Sicilia nel 1061) per celebrare la sua vittoria sugli arabi, sorge dove probabilmente c’era una moschea e ancora prima una chiesa proto-cristiana.

Cattedrale di Caltabellotta – foto di @Annalisa Lo Monaco
Cattedrale di Caltabellotta, particolare – foto di @Laura Rubboli

Andando ancora indietro nel tempo, greci e romani avevano scelto quello stesso luogo per celebrare i loro culti, tanto che a pochi metri di distanza dalla cattedrale si trovano i resti di un altare sacrificale dedicato al dio Crono – Saturno per i Romani – che nel mito viene spesso associato a Baal, dio fenicio del tempo, della tempesta, della pioggia e della fertilità. Una divinità con una cattiva fama, almeno per noi moderni, perché per lui venivano compiuti sacrifici umani, in particolare dei bambini primogeniti, “passati per il fuoco” in suo onore.

L’altare dedicato al dio Crono – foto di @Annalisa Lo Monaco

Ma si può andare ancora più indietro nel tempo a Caltabellotta, quando la storia si confonde con il mito. Alcuni storici sono convinti che l’antichissima città sicana di Camico, dove sorgeva la reggia del re Cocalo, si trovasse proprio da queste parti.

A Camico, secondo la leggenda, si rifugia Dedalo in fuga da Creta, accolto proprio da Cocalo, che poi fa uccidere dalle sue stesse figlie – grazie a una macchina inventata da Dedalo – il re Minosse, giunto fin lì per vendicarsi del geniale costruttore del labirinto (questa è un’altra storia).

Camico non è però un luogo leggendario: ne parla Erodoto nelle sue Storie – racconta dell’assedio, non riuscito, posto dai cretesi arrivati a vendicare la morte del loro re – e ne attesta l’esistenza, almeno fino agli anni della prima guerra punica, lo storico Diodoro Siculo, che ne parla come di un avamposto militare della bellissima colonia greca di Akragas, “la più bella città dei mortali” secondo il poeta Pindaro, di cui oggi rimane la meravigliosa Valle dei Templi, vicino ad Agrigento.

Tempio della Concordia nella Valle dei Templi di Agrigento – foto di @Annalisa Lo Monaco

I popoli che si incontrano e scontrano in terra di Sicilia – dove vivono da tempo immemorabile Sicani, Elimi e Siculi – sono veramente tanti: Fenici, Greci, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Spagnoli, fino allo sbarco dei Mille di Garibaldi (il Generale proclama Salemi prima capitale d’Italia, onore durato un solo giorno ), che si conclude con l’unione – annessione, a sentire i neo-borbonici – della Sicilia al Regno d’Italia in via di formazione.

A questa lunga lista manca ancora un popolo, quasi mai ricordato, ma che in realtà ha giocato un ruolo importante sui destini dell’isola, in particolare con l’appoggio dato a Garibaldi durante l’impresa dei Mille: sono gli Inglesi.

Non molti sanno che la Sicilia fu un protettorato britannico dal 1806 al 1815: è il cosiddetto decennio inglese, durante il quale il Re di Napoli e Sicilia, Ferdinando I, si vede costretto a rifugiarsi a Palermo dopo che Napoleone Bonaparte ha conquistato la parte continentale del suo regno. I Borbone accettano la protezione degli inglesi (e qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sull’ammiraglio Nelson, a cui viene fatto omaggio della Ducea di Bronte, dove poi, nel 1860, si svolgeranno i terribili fatti della strage di Bronte – ma è una storia troppo lunga), che inviano truppe in tutta l’isola – per la solita questione della sua posizione strategica nel Mediterraneo – sopratutto a difesa dei porti, ma anche degli interessi delle numerose famiglie di commercianti britannici che già da qualche decennio facevano lucrosi affari importando in patria i prodotti isolani.

La storia di questo decennio non è molto conosciuta, eppure, quando si visita la Sicilia occidentale, e soprattutto la città di Marsala, sono molte le cose che ricordano la presenza degli inglesi. Si scopre, ad esempio, che a “inventare” il tipico vino liquoroso, il Marsala, fu proprio un commerciante inglese, di nome Woodhouse, che riuscì ad arricchirsi modificando, con l’aggiunta di acquavite, un vino locale, il Perpetuum,

Sempre restando in zona, quando si decide di visitare l’isola di Mozia (più precisamente San Pantaleo), nelle acque dello Stagnone di Marsala, si scopre che era di proprietà di un’altra importante famiglia inglese, i Whitaker, e che oggi appartiene alla Fondazione Whitaker, istituita dall’ultima erede, Delia.

Casa Whitaker a Mozia, oggi sede del Museo – foto di @Annalisa Lo Monaco

Joseph Whitaker junior, erede dell’impero commerciale del padre e dello zio, è una figura di primo piano nella Palermo dei primi anni del ‘900. Certo si occupa dei numerosi affari di famiglia e si preoccupa di offrire “beneficio spirituale ai compatrioti protestanti” costruendo a sue spesa una chiesa anglicana, ma sopratutto coltiva due passioni, l’ornitologia e l’archeologia. Trova il modo di soddisfarle entrambe sull’isola di San Pantaleo, nell’arcipelago adagiato nelle basse acque dello Stagnone di Marsala.

Le saline dello Stagnone di Marsala – foto di @Annalisa Lo Monaco

Più conosciuta come Mozia, nome della fiorente città fenicia che vi sorgeva, l’isola costituisce il rifugio privato del ricco inglese, dopo che ai primi del ‘900 la compra dai diversi contadini che ne avevano la proprietà, divisa in numerosi lotti. In quel piccolo paradiso vivono tanti uccelli da studiare (e anche cacciare), ma non solo: sono già stati effettuati degli scavi – dal 1793 – che indicano come San Pantaleo sia la Mothia punica.

L’isola di San Pantaleo vista dal mare – foto di @Annalisa Lo Monaco

Anche nella piccola Mozia si incontrano e scontrano popoli diversi: pur restando sempre una città fenicia, fondata intorno all’800 a.C. da coloni provenienti dal Mediterraneo orientale, col tempo passa sotto il controllo dei “cugini” cartaginesi, sempre alla ricerca di porti adatti ai loro commerci. Nel VI secolo, nonostante le origini comuni, i Cartaginesi prima conquistano e distruggono la città, poi la ricostruiscono e, per sicurezza, erigono possenti mura a sua difesa.

I resti delle mura fenicie – foto di @Annalisa Lo Monaco


L’isola è una delle più potenti città puniche di Sicilia, offre riparo alla flotta cartaginese durante le spedizioni di conquista, e sfrutta la sua posizione privilegiata per arricchirsi con il commercio.

Mozia secondo una ricostruzione artistica che la ritrae nel V sec. a.C. – foto di Aldo Ferruggia via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

A Mozia non manca nulla: case di lusso, un’area artigianale dove si produce, tra l’altro, la preziosa porpora; si sfrutta la bassa laguna per estrarre il sale, c’è un’area di culto, il Kothon, dove viene scavata una piscina sacra talmente grande che all’inizio gli archeologi la scambiano per un porto.

La produzione della porpora, ricavata da un mollusco marino chiamato murice – foto di @Annalisa Lo Monaco

E poi c’è quell’incredibile strada che collega l’isola, dalla Porta Nord, con la terraferma.

La strada che univa l’isola di Mozia alla Sicilia (ricostruzione) – immagine di MM via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

La strada, lunga 1700 metri, all’epoca sopra il livello del mare grazie a una massicciata, è oggi sommersa da pochi decimetri d’acqua. Con due corsie, per consentire il passaggio dei carri nei sensi opposti, era dotata di bassi muretti di protezione e persino di una piazzola di sosta, a circa 500 metri dall’isola. La sua realizzazione risale all’incirca al 550 a.C e pare che servisse anche a risolvere il problema della sepoltura dei morti. Probabilmente la necropoli presente sulla piccola isola era ormai insufficiente e così i moziesi provvedono a spostare e seppellire i defunti sulla terraferma, proprio in un’area prospiciente la strada sommersa.

I resti della strada sommersa – foto di @Annalisa Lo Monaco

Rimangono invece a Mozia, dall’inizio della sua fondazione fino alla distruzione della città, i resti dei bambini morti prematuramente o sacrificati al dio Baal. Le urne con le ceneri dei piccoli venivano deposte in un luogo sacro chiamato tofet.

Steli provenienti dal tofet di Mozia – foto di @Annalisa Lo Monaco

La questione del sacrificio dei primogeniti è ancora controversa: alcuni storici ritengono che tutti i resti presenti nel tofet fossero frutto di sacrificio, altri sostengono che l’area sacra fosse solo una necropoli riservata ai bambini e che i sacrifici avvenissero solo in casi estremi, quando l’intera comunità era in pericolo.

Reperti dal tofet di Mozia – foto di @Annalisa Lo Monaco

Lo storico Diodoro Siculo, che scrive nella seconda metà del I secolo a.C., racconta di un gran numero di bambini sacrificati a Cartagine, quando la città viene attaccata dai siracusani, nel 310 a.C. Pare che all’epoca i cartaginesi avessero ormai quasi del tutto abbandonato la pratica del sacrificio umano, e anche quando vi ricorrevano erano soliti barare, scambiando i figli dei nobili con quelli di schiavi. Diodoro fornisce un agghiacciante resoconto di quello che avvenne:

“Nel loro zelo di fare ammenda per l’omissione, scelsero duecento dei più nobili figli e li sacrificarono pubblicamente; ed altri che erano sospettati si sacrificarono volontariamente, in numero non inferiore a trecento. C’era nella città un’immagine di bronzo di Crono, che allungava le mani, i palmi in alto e inclinava verso il suolo, così che ciascuno dei bambini, quando vi veniva posto sopra, rotolò e cadde in una specie di fossa aperta piena di fuoco”.

Ricostruzione dell’area vicino alla Porta Nord – Museo Whitaker a Mozia – foto di @Annalisa Lo Monaco

Comunque stessero le cose a Mozia, tutto finisce quando Dioniso di Siracusa distrugge la città, nel 398 o 397 a.C. Anche se i Cartaginesi se la riprendono a un anno di distanza, l’isola non torna più al suo antico splendore, soppiantata dall’antistante Lilibeo (oggi Marsala) e restano poche tracce della successiva presenza, forse sporadica, di greci e romani.

Accesso a Mozia dalla Porta Nord. La strada era divisa in due da un muro: una corsia per entrare e una per uscire – foto di @Annalisa Lo Monaco

La scoperta quasi casuale di una statua di fattura greca, scolpita intorno al 450 a.C., testimonia gli scambi non pacifici tra i greci e i cartaginesi in Sicilia.

Probabilmente il Giovane di Mozia, forse l’immagine di un auriga, arriva sulla piccola isola da Selinunte, distrutta dai Cartaginesi nel 409 a.C.

Il Giovane di Mozia – foto di @Annalisa Lo Monaco

Quando Dioniso di Siracusa pone sotto assedio l’isola, i Cartaginesi non riescono a dare soccorso ai Moziesi, che lottano come disperati contro un nemico troppo numeroso e ben armato. Dopo che i nemici aprono una breccia nelle mura, trasformano le loro case in trincee e si arrendono solo quando è ormai evidente che tutto è perduto. Qualcuno, forse sperando di ritornare, si prende la briga di seppellire la statua del Giovane, che invece rimane lì sepolta per duemila anni. Perché quei pochi moziesi che non vengono uccisi dai siracusani e dai loro alleati, finiscono venduti come schiavi.

Il Giovane di Mozia – foto di @Annalisa Lo Monaco

Nell’ottobre del 1979 poi, proprio alla fine della stagione di scavi condotta dall’Università di Palermo, per un caso fortuito avviene l’incredibile ritrovamento, che nel racconto si arricchisce di particolari “epici”: l’operaio Antonino Monteleone getta per terra un piccone che va a scoprire il ginocchio della statua; il prezioso reperto viene controllato a vista sul luogo del ritrovamento per tutta la notte, dal custode dell’isola, che il giorno dopo porta da casa sua coperte e materassi a protezione della statua, trasportata in magazzino con un trattore.

Dopo il restauro e svariati prestiti in giro per il mondo, il Giovane di Mozia, nel 2014, torna finalmente a casa, nella piccola isola.

Se solo potesse parlare, chissà quante cose avrebbe da raccontare su Greci di Sicilia, Cartaginesi e Fenici, divinità spaventose e vendicative, guerre sanguinose e trattati di pace mai rispettati. Non potendo farlo, a chi lo guarda non resta che ammirare la sua bellezza e armonia, fonti di consolazione in un mondo funestato, allora come oggi, dalla violenza dell’uomo.

Nota: “Isola plurale” è una definizione della Sicilia di Gesualdo Bufalino: “…qui tutto è dispari, mischiato, cangiante, come nel più ibrido dei continenti […] Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione.” (Cento Sicilie – Testimonianze per un ritratto, di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago – Bompiani editore)

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.