L’incidente del Passo Dyatlov è uno dei casi di morte più inquietanti e misteriosi della storia dell’alpinismo mondiale, e la sua storia ha sviluppato una quantità di dibattiti ed ipotesi infiniti, prima sulla carta e poi sul web.

Tutto iniziò nel Febbraio del ’59, quando nove escursionisti Russi iniziarono la scalata al monte Otorten…

I ragazzi, di età compresa fra i 21 e i  e i 25 anni (oltre Zolotarëv, l’unico “fuori quota” con 38 anni), erano tutti esperti escursionisti, abituati certamente alla vita in climi rigidi, laureati (o laureandi) all’Istituto Politecnico degli Urali. La data di partenza fu il 25 Gennaio, quando ebbe inizio il viaggio in treno che li portò a Ivdel, nella provincia settentrionale di Sverdlovsk. Da lì partirono alla volta di Vizhai a bordo di un camion dove raggiunsero l’inizio del cammino verso il Monte Otorten, il 27 Gennaio.

Il gruppo era composto dal maestro di sci Aleksandr Aleksandrovič Zolotarëv, tre ingegneri (Rustem Vladimirovič Slobodin, Jurij Alekseevič Krivoniščenko, Nikolaj Vasil’evič Thibeaux-Brignolles), cinque studenti (Jurij Nikolaevič Dorošenko, Zinaida Alekseevna Kolmogorova, Ljudmila Aleksandrovna Dubinina, Aleksandr Sergeevič Kolevatov, Jurij Efimovič Judin), e il capospedizione Igor Alekseevič Djatlov, cui in seguito sarà intitolato il passo montano. Judin fu l’unico membro della spedizione ad abbandonare anzitempo il gruppo, a causa di una malattia improvvisa che lo fermò poco prima della scalata all’Otorten.

Sotto, la foto che mostra Zinaida Alekseevna Kolmogorova e Ljudmila Aleksandrovna Dubinina strette in un abbraccio:

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Tutti i membri erano esperti sciatori, e l’escursione era in parte prevista per percorsi a piedi e in parte per tragitti da percorrere con gli sci di fondo. Dopo aver attraversato laghi ghiacciati e un deserto di neve, il gruppo iniziò a muoversi verso il passo di montagna il 1° Febbraio. Anche se avevano previsto di accamparsi sul lato meridionale dell’Otorten, una tempesta li spinse verso il pendio Ovest chiamato “Khola Syakhi”, sul Monte Cholatčachl, che significa anche Montagna della Morte in lingua Mansi.

Rendendosi subito conto dell’errore nella scelta del luogo dell’accampamento, stabilirono il campo sopra un pendio ghiacciato e non in un’area di bosco, che avrebbe certamente offerto loro un riparo maggiore.

Judi, il membro rimasto a valle, commentò in seguito la scelta, sostenendo che Dyatlov non volesse perdere il terreno conquistato nella salita alla vetta. Le pellicole ritrovate in seguito mostrano una comitiva felice ed euforica, immersa in un paesaggio mozzafiato. Diverse prove evidenziano gli orari in cui si accamparono, le 17.00, e in cui cenarono, le 19.00 circa, prima di sistemarsi per la notte con temperature che avrebbero raggiunto i -30°C.

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I Fatti e le ipotesi sul Mistero

Il racconto fatto sinora elenca una serie di fatti verificati dagli investigatori. Quel che successe in seguito non è chiaro, ma la polizia che condusse le indagini ipotizzò che gli eventi che seguirono iniziarono a svolgersi fra le 21.30 e le 23.30. E’ importante, prima di affrontare una disquisizione sulle ipotesi, elencare con precisione i fatti che sappiamo essere certi, ovvero come furono trovati i ragazzi dai ricercatori.

Il Ritrovamento

Dyatlov, capo della spedizione, era d’accordo con i conoscenti e i familiari del gruppo che avrebbe telegrafato la propria posizione una volta rientrati a Vižaj, in un periodo compreso fra il 10 e il 14 Febbraio circa. Escursioni di questo tipo, sopratutto in un’epoca di pionerismo alpino come gli anni ’50 del XX Secolo, prevedevano un certo margine di tolleranza per le giornate di cammino e per l’effettiva permanenza in montagna.

I genitori dei 9 ragazzi, allarmati dall’assenza di notizie, contattarono le autorità, che si mossero il 20 Febbraio alla ricerca del gruppo. La polizia, l’esercito ma anche studenti ed insegnanti del Politecnico degli Urali partirono alla volta dell’Otorten, sperando di trovare dei sopravvissuti fra i 9 dispersi. Le autorità disposero l’impiego di mezzi come elicotteri ed aerei per la ricerca degli escursionisti, e il 26 Febbraio fu finalmente trovata la tenda, ormai vuota e distrutta, sul Cholatčachl’.

Sotto, la tenda come venne trovata dai soccorritori il 26 febbraio 1959:

I 6 misteri del passato più terrificanti 5

Dalla tenda partivano una serie di impronte che conducevano a un boschetto limitrofo, che si trovava dalla parte opposta del passo. Le impronte si interrompevano bruscamente dopo circa 500 metri dalla tenda, nella neve. Ai confini della foresta, i soccorsi trovarono le tracce di un fuoco sotto ad un grande albero di Cedro, insieme ai corpi dei primi due escursionisti: Jurij Dorošenko e Jurii Krivoniščenko.

I due erano nudi, a parte la biancheria intima

Nel percorso che separava l’albero dal campo base, i ricercatori trovarono Djatlov, Zina Kolmogorova e Rustem Slobodin, tutti e tre protesi come a raggiungere la tenda lasciata vuota. I corpi erano assai distanziati fra loro, precisamente a 300, 480 e 630 metri di distanza dal Cedro. Slobodin fu il cadavere trovato più vicino al campo base. I primi cinque corpi furono trovati relativamente presto, ma dei quattro escursionisti rimanenti, scomparsi nel nulla, non si ebbe notizia per oltre due mesi.

Il 4 Maggio del ’59 furono trovati i corpi di Thibeaux-Brignolle, Dubinina, Zolotarëv e Kolevatov, sepolti sotto circa due metri di neve in un burrone scavato da un fiumiciattolo interno al bosco dove i ragazzi erano entrati non appena usciti dalla tenda. A circa mezzo chilometro di distanza si trovava, con gli altri cadaveri, l’albero di cedro.

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I primi cinque cadaveri, trovati nel bosco, mostravano le prove di una morte per ipotermia, a parte Slobodin che aveva una frattura cranica, comunque ritenuta troppo contenuta per averne provocato la fine.

I quattro cadaveri trovati nella gola complicarono di molto il quadro delle indagini

La Dubinina e Zolotarev avevano il riportavano gravi ferite, con diverse costole fratturate da una forza che i medici definirono “come quella di un violento incidente stradale”. Thibeaux-Brignolle mostrava segni di una frattura cranica potenzialmente mortale. La donna fu inoltre trovata senza lingua, con una parte di mascella ed entrambi gli occhi mancanti. Tutti e tre i cadaveri erano privi di escoriazioni esterne, come se la forza che li avesse feriti fosse come stata appoggiata e non di un urto.

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Tutti i vestiti rinvenuti presentavano livelli elevati/elevatissimi di radioattività. Sul luogo dell’incidente furono rinvenuti misteriosi frammenti di rottami metallici, non identificati. In seguito un’altra comitiva che si trovava in zona testimoniò di aver visto strani oggetti come “sfere arancioni” passare in cielo, come quelle che furono avvistate a Ivdel nei mesi seguenti da diverse persone, fra cui membri dell’esercito e il servizio meteorologico sovietico. Le autorità affermarono in seguito si trattasse di missili R-7.

Le ipotesi degli investigatori che trovarono i corpi

Quel che successe ai ragazzi non è chiaro, ma alcune prove evidenti portarono gli inquirenti ad ipotizzare i movimenti degli escursionisti. Il primo evento, un pericolo sconosciuto ma che i 9 ritennero evidentemente mortale, fece uscire dalla tenda i ragazzi, fra le 21.30 e le 23.30, e gli fece lasciare dietro di sé cappotti, scarpe e provviste. E’ bene ricordare che i ragazzi, nonostante la giovane età, erano tutti esperti escursionisti, abituati a climi rigidi e ben consapevoli delle conseguenze di uscire da una tenda a -30°C completamente nudi o poco attrezzati.

Le loro impronte nella neve mostrano che inizialmente si diressero giù per un pendio verso il grande Cedro ai margini del bosco, sotto il quale tentarono di coprirsi il meglio che potevano prima di accendere un fuoco. Lì accadde un episodio controverso: le prove mostrarono che Doroshenko e Krivonischenko scalarono l’albero per vedere oltre la tempesta di neve, ma la salita gli provocò un’esposizione al freddo che gli inquirenti giudicarono la causa della loro morte, precedente quella degli altri. Dyatlov, Slobodin e la Kolmogorova tentarono quindi di tornare alla tenda, ma morirono nel tragitto per ipotermia. I quattro membri rimanenti spogliarono i compagni morti per tentare di coprirsi dal freddo, ma trovarono la loro fine nel crepaccio scavato dal torrente. Zolotariov fu l’ultimo membro della compagnia a morire, per una combinazione di traumi ed ipotermia.

Le ipotesi più plausibili espresse nel corso del tempo

L’inchiesta fu chiusa anni dopo, ma la morte fu subito catalogata come “causata da una forza misteriosa e sconosciuta”. La zona fu completamente interdetta alle escursioni per 3 anni successivi l’incidente, anche se non fu spiegato il motivo. Le inchieste furono svolte non esattamente a regola d’arte, come era d’altronde comune in quel periodo, e diversi particolari rimangono sconosciuti o poco chiari. Uno degli aspetti più rilevanti dei ritrovamenti fu l’assenza di segni colluttazione nei cadaveri, che avrebbe potuto spiegarne la morte.

Le ipotesi che furono fatte comprendono:

  • La “svestizione paradossale” è un fenomeno che potrebbe spiegare il motivo per cui 6 dei 9 sciatori morirono per ipotermia, ed è una circostanza che viene riscontrata nel 25% delle vittime di ipotermia, i quali si spogliano avvertendo un falso senso di calore.
  • Un attacco da parte degli abitanti del luogo, i Mansi, che avrebbe spinto i ragazzi ad uscire dalla tenda (che fu però lacerata dall’interno). Il dottore che esaminò i cadaveri con traumi affermò che non poteva trattarsi di ferite provocate da nessuna forza “umana”. Inoltre i Mansi avrebbero dovuto cancellare le proprie tracce sulla neve, mentre invece quelle dei ragazzi risultavano ben evidenti.
  • Judin, miracolosamente scampato alla tragedia, sostenne ad una conferenza del 2008 che i suoi amici entrarono all’interno di un campo luogo di test militari terrestri, le cui armi li sconvolsero e li ferirono nel corso della notte.
  • Numerosi alpinisti sostengono che la morte del gruppo possa esser legata ad una “Paranoia per la Valanga“. I 9 avrebbero udito un rombo come di una valanga di neve e sarebbero scappati fra gli alberi cercando riparo, perdendosi nel buio della notte.
  • Donnie Eichar ha ipotizzato una serie di eventi naturali che avrebbero concorso a creare una “tempesta perfetta“, con numerosi micro tornado di forza devastante che avrebbero costretto i 9 ad uscire dalla tenda per trovare riparo fra gli alberi. L’evento avrebbe inoltre causato la generazione di infrasuoni, frequenze inascoltabili dall’orecchio umano ma che avrebbero fatto cadere in uno stato confusionale tutti gli escursionisti. Senza sonno, senza respiro e con attacchi di panico, i nove del passo Dyatlov sarebbero caduti in preda ad uno stato folle e confusionale, che li avrebbe condotti alla morte.

Le Ipotesi Complottiste

  • Il giornalista Anatoly Guschin ipotizzò che le morti furono dovute alla sperimentazione di un’Arma Segreta Sovietica nel suo libro del 1990 “Il prezzo dei segreti di Stato è di nove vite“.
  • Alcuni investigatori Sovietici sostennero che il gruppo fu oggetto di un attacco alieno, e che le sfere arancioni altro non fossero che UFO che transitavano sulla zona.

La principale difficoltà nel sostenere l’una o l’altra ipotesi è l’assenza di segni di colluttazione, di tracce di animali o uomini, o qualunque ipotesi reale che possa aver spinto 9 escursionisti esperti ad uscire dalla tenda semi-vestiti e a trovare la morte certa fra gli alberi poco distanti. Qualunque ipotesi, non avendone testimonianza diretta degli eventi, rimane plausibile quanto quella di un attacco di uno Yeti Siberiano.

Parte dalla storia dell’incidente al Passo Dyatlov il film del 2014 “Devil’s Pass”, di cui vedete il trailer nel video sottostante:

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...