Il nome di Josephine Baker, la prima vera e inimitabile “Venere Nera”, evoca la mitica età del jazz, le trasgressive notti parigine degli scintillanti anni ’20, e ancora un’esotica “danse sauvage”, pura espressione del lato energico e vitale dell’erotismo, durante la quale “la musica sembra sgorgare dal suo corpo”.

Josephine Baker nel 1940

E’ tutto questo certo la “Perla Nera”, la “Dea Creola”, cantante, ballerina e attrice afroamericana che trova successo e ricchezza in Francia, ma la sua grandezza non sta tutta lì, anzi.

Dietro all’artista prorompente e trasgressiva c’è molto altro

Joséphine Bake alle Folies Bergère di Parigi in La revue nègre, nel 1926

Freda Josephine McDonald vede la luce nel 1906, a St. Louis, in quella terra di grandi fiumi e incroci razziali che era il Missouri del precedente secolo. Ha poche radici nel passato Josephine e ancor meno speranze nel futuro: la madre Carrie, adottata da una coppia di ex schiavi, la concepisce, secondo la biografia ufficiale, con un musicista mulatto, ma c’è il forte dubbio che in realtà il padre fosse un uomo bianco.

Carrie e la figlia vivono nel ghetto nero di St. Louis, con la donna che sbarca il lunario facendo la lavandaia, mentre la bambina, sempre affamata, impara molto della vita nelle strade del suo poverissimo quartiere. A otto anni Josephine inizia a fare la domestica nelle case dei bianchi e si rende conto, letteralmente sulla sua pelle, cosa questo significhi: una gentildonna le brucia le mani su carboni ardenti perché ha usato troppo sapone per fare il bucato.

A dodici anni già ha smesso di frequentare la scuola e a tredici è fuori di casa: si mantiene facendo la cameriera, le capita anche di vivere per strada e di dover cercare qualcosa da mangiare tra i rifiuti.

Intanto però, tra un matrimonio e l’altro – si sposa la prima volta a 13 anni con un uomo violento e la seconda a 15, con Willie Baker, del quale manterrà il cognome – inizia a lavorare in una compagnia di vaudeville itinerante. Finché approda a New York, dove il “Rinascimento di Harlem” consente la messa in scena di molti spettacoli interpretati da artisti neri. Spettacoli che hanno così tanto successo da essere portati nel 1925 in Europa, per la precisione a Parigi, dove una conturbante ed esplosiva Josephine si esibisce al Théatre des Champs-Élysées. La sua è una danza erotica che manda in visibilio il pubblico, e certo lascia poco all’immaginazione quel suo costume fatto solo da una gonnellina di banane finte e un’esile collana di perle.

Nel 1927 è già la star delle Folies Bergère, dove alle volte aggiunge spettacolo allo spettacolo entrando in scena con il suo ghepardo, Chiquita, che crea scompiglio tra i musicisti quando si aggira tra di loro nella buca d’orchestra.

Tanto per rendere l’idea di quanto la soubrette fosse “oggetto del desiderio” di molti uomini, basta rammentare le 1500 (circa) proposte di matrimonio da lei ricevute, i duelli (illegali) combattuti per contendersela e il suicidio di un pretendente respinto.

Ernest Hemingway, che passa ore seduto in qualche caffè di Parigi con lei, la trova “la donna più sensazionale che si sia mai vista”, George Simenon riesce a sedurla, Picasso la ritrae mentre l’irrequieto Jean Cocteau, che non è innamorato di lei, le è tanto amico da aiutarla nella sua scalata al successo, anche fuori dalla Francia.

Nel 1928 Josephine intraprende un lungo tour in Europa, ma la prima tappa, a Vienna, la riporta a quell’amara realtà razzista che aveva vissuto negli Stati Uniti, e che l’aveva convinta a trasferirsi in Francia.

Nella capitale austriaca, già permeata dall’ideologia nazista, viene accolta da urla come “torna in Africa” e cartelli che la definiscono “diavolo nero”. E anche quando torna a New York, nel 1937, per esibirsi da protagonista nelle Ziegfeld Follies, l’accoglienza è meno che tiepida; il Time scrive di lei: “… donna negra … la cui danza e il cui canto potrebbero essere superati ovunque al di fuori di Parigi”, qualche critico musicale fa notare che ha una voce “troppo debole” e “bassa” per riempire (vocalmente) il Winter Garden Theatre di Broadway (vuoi mettere con i teatri francesi?).

Quando rientra in Europa la Baker sposa un industriale francese di origine ebrea, Jean Lion, e prende la cittadinanza del Paese che l’aveva accolta senza badare al colore della sua pelle.

Dunque, in quegli ultimi anni ’30, Josephine Baker è una donna nera, sposata ad un ebreo (divorzierà nel 1941), padrona della sua vita, ricca e per giunta bisessuale (anche se non ostenta la cosa, tra le sue amanti ci sono personaggi noti come la scrittrice Colette e la pittrice Frida Khalo):

Rappresenta quindi tutto ciò che il nazismo aborrisce

Nel 1939, il numero uno del controspionaggio francese, Jacques Abtey, recluta Baker come spia al servizio del suo paese d’adozione. Deve aiutare la Resistenza servendosi delle relazioni intrattenute grazie alla sua notorietà, carpendo segreti sui movimenti delle truppe tedesche. Quando Abtey le propone quell’incarico, lei risponde:

“La Francia mi ha reso quello che sono. Le sarò grata per sempre. Il parigini mi hanno dato tutto… Sono pronta capitano, a dare loro la mia vita”

Baker è tutto il contrario della classica spia: non può certo viaggiare di nascosto o in incognito, ma la sua fama le apre le porte delle ambasciate, comprese quelle italiane e giapponesi, nei paesi dove si sposta per i suoi spettacoli. Ed è lì, tra un cocktail e una canzone, che ottiene le informazioni che cerca. Scrive appunti sui palmi della mano e sulle braccia coperte dalle maniche, tanto è certa che nessuno può sospettare di lei.

Dopo l’invasione nazista della Francia la Baker, nel giugno del ’40, dietro suggerimento di Abtey, lascia Parigi e si trasferisce nel sud del paese, allo Château des Milandes, che prende in affitto non solo come suo personale rifugio, ma anche per accogliere e nascondere gli oppositori del nuove regime. Alla fine di quello stesso anno la soubrette (insieme ad Abtey, che si finge suo segretario) riesce a contrabbandare importanti documenti da far arrivare a Charles De Gaulle, rifugiato a Londra, dalla Spagna al neutrale Portogallo. Nasconde carte e fotografie sotto i vestiti, sicura che a nessuno sarebbe passato per la mente di perquisirla.

Nel 1941 Baker e Abtey si spostano in Marocco, ufficialmente per problemi di salute. La soubrette, come si conviene alla sua immagine, viaggia con 28 bauli e un imprecisato numero di animali come scimmie e topi:

Chi poteva sospettare di lei?

In Marocco Baker rischia di morire veramente, a seguito di un aborto spontaneo e poi di una peritonite, che la terranno in ospedale per molti mesi. Tanto che negli USA la danno per morta e su un giornale di Chicago viene pubblicato il suo necrologio, al quale lei risponde “C’è stato un piccolo errore, io sono troppo occupata per morire”.

Baker in uniforme nel 1948

Alla fine del 1944, dopo la liberazione di Parigi, Josephine Baker torna finalmente nella “sua” città, indossando l’uniforme da tenete ausiliaria. E’ un trionfo, anche se di altro genere rispetto a quello tributatole durante i suoi spettacoli:

Abordo di un auto percorre gli Champs-Élysées, con migliaia di persone che lanciano fiori al suo passaggio

Lei è riconoscente, tanto da vendere molti suoi gioielli e altre cose di valore per dare aiuto a una popolazione allo stremo. Il governo francese le conferisce la Croix de Guerre e la Rosette de la Resistance, e anni dopo anche il titolo di Cavaliere della Legione d’onore.

Nel 1947, insieme al suo quarto marito, Jo Bouillon, acquista lo Château des Milandes, dove lei, che non può avere figli (ha avuto diversi aborti spontanei finiti con un’isterectomia), adotta 12 bambini, la sua “tribù arcobaleno”:

Sono tutti di nazionalità diverse e provengono da ogni angolo del mondo

Baker con dieci dei suoi figli adottivi, 1964

Baker vuole dimostrare che “i bambini di etnie e religioni diverse possono essere fratelli”, possono andare d’accordo nonostante le differenze, ma quando il matrimonio con Bouillon, dopo 14 anni, finisce in un divorzio, quel sogno si dimostra fragile: lei è praticamente in rovina perché ha investito tutti i suoi soldi in quel progetto di vita (nel castello c’è un grande parco, un motel, un jazz club, una caffetteria, un mini-golf), che è anche una ostentazione/dimostrazione della possibilità di affrancarsi dagli imperanti cliché sugli afroamericani e in particolare sulle donne afroamericane: anche una povera ragazza nera può avere successo e diventare ricca e felice.

Baker a L’Avana, Cuba, nel 1950

Intanto, negli anni ’50, Baker si impegna nel movimento per i diritti civili dei neri americani, nel 1963 partecipa alla Marcia su Washington organizzata da Martin Luther King, dove tiene un discorso che ha dentro tutta la sua forza:

Sono entrata nei palazzi di re e regine e nelle case dei Presidenti. E altro ancora. Ma non potevo entrare in un hotel in America e prendere una tazza di caffè, e questo mi ha fatto impazzire. E quando mi arrabbio, sai che apro la mia grande bocca. E poi fai attenzione, perché quando Josephine apre la bocca, la sentono in tutto il mondo…

Quando la situazione finanziaria di Baker diventa insostenibile e deve vendere lo Château des Milandes, la sua grande famiglia si sfascia: alcuni dei figli la seguono a Montecarlo, dove la principessa Grace di Monaco le offre una casa, altri andranno a vivere con il padre e altri ancora prendono strade diverse.

Baker allo Château des Milandes, 1961

Baker torna a lavorare, per necessità, sui palchi di molte città europee. Il suo ultimo spettacolo, che celebra i 50 anni di carriera, si tiene a Parigi l’8 aprile 1975.

Il teatro deve aggiungere sgabelli pieghevoli per accogliere i troppi spettatori, tra i quali ci sono Mick Jagger, Sophia Loren, Liza Minnelli e molti altri noti personaggi del mondo dello spettacolo.

La serata è un trionfo, i giornali scrivono meraviglie e lei, ormai stanca e non troppo in salute, se ne va dopo pochi giorni: un’emorragia cerebrale la stronca mentre è a letto che legge le recensioni entusiastiche sul suo ultimo show.

Sotto, una performance del 1934:

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.