Il suo nome di battesimo era Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, ma sarà col nome di Anita Garibaldi che passerà alla storia come una delle figure più conosciute del Risorgimento italiano, moglie del generale e patriota Giuseppe Garibaldi.

Come si evince dal nome, la donna nacque in Brasile, a Laguna, nello stato di Santa Catarina, il 30 agosto 1821. Ana Maria era figlia di un piccolo mandriano, Bento Ribeiro da Silva, e di Maria Antonia de Jesus Antunes, genitori di altri cinque figli oltre alla ragazza. Aninha, come era chiamata in famiglia, era una giovane molto libera per quei tempi: adorava fare lunghe passeggiate per i boschi, amava i cavalli, diventando presto un’abile cavallerizza, e soleva concedersi dei bagni al mare da sola; un comportamento poco ben visto dagli abitanti di Laguna e dalla sua stessa famiglia che tentò inutilmente di placarne questa gioia di vivere, che viceversa non si riverberava nell’istruzione, sicché Aninha rimase praticamente analfabeta a vita.

Casa di Anita Garibaldi a Laguna, Brasile

Fotografia di Stuckkey – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC-BY-SA-3.0

Nel 1834 perse uno dietro l’altro tre fratelli e il padre, morto di tifo; così la madre, impaurita che la scapestrata figliola potesse prendere una cattiva strada, le impose di convolare a nozze con il calzolaio del paese, un uomo assai più grande di lei. Il matrimonio si celebrò il 30 agosto 1835, giorno del quattordicesimo compleanno della ragazza.

Poche settimane dopo, però, scoppiò proprio nello stato di Santa Catarina una rivolta che segnò profondamente l’animo già di per sé ribelle di Ana Maria: fu la guerra dei Farrapos (conosciuta anche come rivoluzione farroupilha) che vide fronteggiarsi i rivoluzionari secessionisti della Repubblica Riograndense e l’esercito dell’Impero del Brasile, divenuto indipendente poco più di un decennio prima (nel 1822) dalla corona di Portogallo. Il conflitto durò fino al 1845, costò la vita a circa ventimila persone e vide la vittoria dell’Impero con la cancellazione delle velleità indipendentiste degli stati del Rio Grande do Sul e di Santa Catarina.

Ritratto di Anita Garibaldi, l’unico esistente dal vivo, a opera di Gaetano Gallino, Montevideo (1845)

Fotografia di Gaetano Gallino di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Fu però durante quegli anni di guerriglia, precisamente nel luglio 1839, che la giovane Ana Maria, sempre più interessata alle trame rivoluzionarie del suo paese, incontrò Giuseppe Garibaldi, da anni fuggito in Sud America con la falsa identità di Giuseppe Pane e poi di Cipriano Alves, collaboratore della Repubblica Riograndense e tra i principali artefici della presa della cittadina di Laguna.

Tra Garibaldi, colpito dalla bellezza e dal carattere esuberante della ragazza, e Ana Maria, affascinata da quell’eroe venuto da lontano per salvare il suo popolo, fu un autentico colpo di fulmine. Garibaldi non perse tempo e si dichiarò immediatamente alla ragazza che frattanto, nel corso della guerra, aveva perso di vista il marito.

Giuseppe Garibaldi

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Queste le righe che l’eroe dei due mondi riporterà nelle sue memorie, ricordando quei momenti: “Con quelle semplici parole avevo creato un legame che solo la morte doveva sciogliere. Avevo trovato un tesoro nascosto, ma un tesoro di tale prezzo da indurmi anche a commettere un delitto per possederlo, purché tutta la responsabilità dovesse cadere sopra di me“.

Fu così  che Giuseppe Garibaldi iniziò a coinvolgere Anita – come l’uomo cominciò a chiamare la sua amata, spagnolizzando il nomignolo portoghese Aninha – nelle sue successive imprese in Brasile. Ardita, la giovane donna riuscì a fuggire a varie catture – la più famosa quella avvenuta a cavallo nel corso della battaglia di Curitibanos –, diventando fedele compagna di vita e di battaglia dell’eroe.

Dopo aver dato alla luce un primo figlio, Domenico Menotti, nato il 16 settembre 1840, Anita e Garibaldi si trasferirono in Uruguay dove il 26 marzo 1842, nella chiesa di San Francesco d’Assisi di Montevideo, si unirono in matrimonio.

Anche quelli in Uruguay furono anni burrascosi – nel paese imperversava la guerra civile a cui, chiaramente, i due sposi presero parte –, ma furono coronati dalla nascita di altri tre figli: Rosita, morta a soli due anni, Teresita e Ricciotti. Il quartogenito, nacque nel 1847, anno in cui i venti degli imminenti moti rivoluzionari in Italia ed Europa erano oramai più che incontrollabili.

Fu così che l’anno successivo, con lo scoppio della Prima guerra d’indipendenza italiana, la coppia abbandonò il continente sudamericano per ritornare in Europa. I Garibaldi, approdati nel Vecchio Continente a bordo di due bastimenti differenti, furono ospiti presso la casa della madre del patriota a Nizza, città parte del Regno di Sardegna.

Con la proclamazione della Repubblica romana del 1849, Giuseppe Garibaldi e la sua Anita presero la decisione di raggiungere Roma, attratti dalle sirene di Giuseppe Mazzini e dal grido di Goffredo Mameli: “Roma, Repubblica, venite!”.

La proclamazione della Repubblica Romana in Piazza del Popolo Fotografia di stampatore

Fotografia di stampatore Rossetti di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il primo esperimento repubblicano del Paese ebbe vita breve: la neonata repubblica si arrese al nemico francese nel luglio dello stesso 1849 con Garibaldi e circa quattromila uomini – inclusa Anita, travestita da soldato – che si dettero alla fuga. La donna, incinta di un bambino che perderà, seguì il generale nizzardo per tutta la marcia successiva alla caduta di Roma con obiettivo Venezia, città che ancora stava tentando di resistere all’assedio austriaco. Riparando da un rifugio all’altro e braccati dall’esercito austriaco, i superstiti al seguito di Garibaldi si ridussero sempre di più; fu durante questo fuggifuggi generale che Anita fu colpita da una violenta febbre – forse di natura malarica – che ne impedì presto ogni movimento.

Garibaldi fu costretto a trasportarla in braccio da un punto all’altro finché i primi di agosto la coppia non raggiunse le Valli di Comacchio, precisamente nel borgo marinaro di Magnavacca, ribattezzato nel 1919 Porto Garibaldi per ricordare l’approdo dell’eroe. Da lì Garibaldi, aiutato dal capitano Giovanni Battista Coliolo, detto Leggero, si diresse verso Mandriole, una frazione dell’attuale comune di Ravenna, con Anita, oramai delirante, adagiata su un barroccino, un carretto per il trasporto di merci. Giunti nel paesino, i due fecero appena in tempo a incontrare un medico in una fattoria che Anita spirò.

Era il 4 agosto 1849 e alla fine del mese la giovane avrebbe compiuto ventotto anni

Anita morente trasportata da Garibaldi e dal capitano G. B. Coliolo, detto Leggero, Milano, Museo del Risorgimento

Fotografia di Pietro Bouvier – Cup3Tint3 di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nonostante l’intenzione di dare una degna sepoltura alla consorte appena scomparsa, Giuseppe Garibaldi, costretto a fuggire nuovamente, dovette seppellirla in una fossa di fortuna ricavata nella sabbia della vicina pineta.

Il corpo di Anita Garibaldi fu scoperto dopo pochissimi giorni e venne tumulato, dopo il benestare dell’arcivescovo di Ravenna, Chiarissimo Falconieri Mellini, nel cimitero locale dove riposò per dieci anni.

Sulla morte della giovane cavallerizza e patriota si indagò a lungo negli anni seguenti, con il principale obiettivo di screditare Garibaldi. Si pensò, infatti, che l’eroe dei due mondi avesse strangolato la moglie, oramai incapace di proseguire, per non avere più impacci lungo il tragitto verso Venezia; la barbara ipotesi fu smentita dal medico che si era occupato di esaminare il corpo della povera donna.

Sul finire del 1859, alla conclusione della Seconda guerra d’indipendenza, Garibaldi ritornò a Mandriole e traslò le spoglie di Anita a Nizza, vicino ai resti di sua madre.

Qui rimasero fino al 1931 quando furono ancora spostate, prima, per un breve periodo, nel Pantheon del cimitero monumentale di Staglieno, a Genova, poi sotto il monumento equestre sul Gianicolo di Roma, eretto per volontà di Benito Mussolini in onore di Anita Garibaldi, l’eroina dei due mondi.

Statua di Anita Garibaldi al Gianicolo, Roma

Fotografia di Sergio D’Afflitto condivisa via Wikipedia con licenza CC-BY-SA-3.0

Oltre a migliaia di cittadini italiani, alla inaugurazione del monumento parteciparono i regnanti d’Italia, Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro, vari rappresentanti del governo, membri della famiglia Garibaldi, un gran numero di ex garibaldini e i rappresentanti delle delegazioni diplomatiche di Brasile, Francia, Uruguay, Giappone, Inghilterra e altri paesi del mondo.

Alla rivoluzionaria che fu accanto a Giuseppe Garibaldi nelle prime fasi del processo che portò all’Unità d’Italia sono dedicate la cittadina di Anita Garibaldi nello stato di Santa Catarina del natio Brasile e la frazione di Anita nel comune di Argenta, in provincia di Ferrara.

Sulla vita di Anita Garibaldi consigliamo la lettura dei libri “Donne del Risorgimento” (il Mulino, 2011) con un capitolo titolato “La guerriera, l’amante. Anita Garibaldi” e “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi” (Einaudi, 2017) di Silvia Cavicchioli e la visione del film in due puntate “Anita Garibaldi”, di Claudio Bonivento e con l’attrice Valeria Solarino nei panni dell’indomita amazzone.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".