Anita Garibaldi: la straordinaria epopea dell’Eroina dei Due Mondi

Il suo nome di battesimo è Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, ma sarà col nome di Anita Garibaldi che passerà alla storia come una delle figure più conosciute del Risorgimento italiano, moglie del generale e patriota Giuseppe Garibaldi.

Anita nasce in un piccolo paesino del Brasile, a Morrinhos, nello stato di Santa Catarina, il 30 agosto del 1821. Morrinhos è vicinissimo alla città di Laguna, nella parte più meridionale del Brasile, dove è freddo d’inverno e caldo d’estate, un clima simile a quello europeo che conoscerà, nel giro di pochi anni, grazie al suo incredibile destino. Ana Maria è la figlia di un piccolo mandriano, Bento Ribeiro da Silva, e di Maria Antonia de Jesus Antunes, genitori di altri cinque figli. Aninha, come viene chiamata in famiglia, è una ragazza libera per quei tempi: fa lunghe passeggiate per i boschi, ama i cavalli e diventa un’abilissima cavallerizza. Fa anche il bagno nuda, un comportamento che per una donna, all’epoca, è ritenuto scandaloso, sia dal punto di vista sociale sia da quello religioso. I genitori tentano di riportarla a più miti consigli, ma invano: Aninha è uno spirito libero, e lo sarà per sempre. La ragazza si diverte e gioca, ma di studiare non ha nessuna voglia, tanto che rimane praticamente analfabeta per tutta la vita.

Suo zio Antonio è un simpatizzante delle ribellioni ottocentesche e le parla di rivoluzione e di diritti, in un Brasile che è tutto tranne che un paese libero. E da ragazza libera lei si comporta: un giorno sta raccogliendo granchi in riva al mare e viene assalita da un ragazzo ubriaco. Lei non solo lo prende a calci ma poi lo denuncia anche alla gendarmeria, un atteggiamento che oggi sarebbe normalissimo, ma che all’epoca mette al centro dell’attenzione tutta la famiglia da Silva.

Casa di Anita Garibaldi a Laguna, Brasile

Fotografia di Stuckkey – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC-BY-SA-3.0

Il 1834 è l’annus horribilis per la sua famiglia: muoiono uno dietro l’altro tre fratelli e il padre, quest’ultimo di tifo; così la madre, che si trova economicamente alle strette e con la paura che Aninha possa diventare una donna di strada, decide di farla sposare con un calzolaio. Aninha ha 13 anni scarsi, lui è un uomo maturo, e le cose non possono certo andare bene. Il matrimonio viene celebrato il 30 agosto 1835, giorno del quattordicesimo compleanno della ragazza.

Poche settimane dopo la cerimonia scoppia, proprio nello stato di Santa Catarina, una rivolta che segna profondamente l’animo già di per sé ribelle di Ana Maria: è la guerra dei Farrapos (conosciuta anche come rivoluzione farroupilha, in pratica degli straccioni) che vede fronteggiarsi i rivoluzionari secessionisti della Repubblica Riograndense e l’esercito dell’Impero del Brasile, che ha ottenuto l’indipendenza poco più di un decennio prima (nel 1822) dalla corona di Portogallo. Il conflitto dura più di 10 anni, fino al 1845, costa la vita a circa ventimila persone e vede la vittoria totale dell’Impero e la cancellazione delle velleità indipendentiste degli stati del Rio Grande do Sul e di Santa Catarina.

Ritratto di Anita Garibaldi, l’unico esistente dal vivo, a opera di Gaetano Gallino, Montevideo (1845)

Fotografia di Gaetano Gallino di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Durante quegli anni di guerriglia, la giovane Ana Maria sogna di poter un giorno combattere dalla parte dei rivoluzionari. Destino vuole che, nel luglio 1839, la giovane Ana Maria incontri Giuseppe Garibaldi, da anni fuggito in Sud America con la falsa identità di Giuseppe Pane e poi di Cipriano Alves, collaboratore della Repubblica Riograndense e tra i principali artefici della conquista della cittadina di Laguna.

Il 22 luglio del 1839 i rivoluzionari hanno preso la città e vanno in chiesa a recitare un Te Deum, un ringraziamento per la liberazione dal giogo dell’Impero del Brasile. E’ lì che il generale e la ragazza si vedono per la prima volta, è lì che scoppia il colpo di fulmine. Garibaldi fa in modo di rivederla il giorno dopo, la fissa e a un certo punto le dice: “devi essere mia”, in italiano. E in quel momento il loro destino si unisce per sempre.

Giuseppe Garibaldi

Fotografia di Cartes-de-visite (U.S. Army) di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Giuseppe Garibaldi descrive il suo amore per Anita anche nelle sue memorie, ricordando quei momenti: “Con quelle semplici parole avevo creato un legame che solo la morte doveva sciogliere. Avevo trovato un tesoro nascosto, ma un tesoro di tale prezzo da indurmi anche a commettere un delitto per possederlo, purché tutta la responsabilità dovesse cadere sopra di me“.

La ragazza durante la guerra ha perso di vista il marito calzolaio, chissà che fine ha fatto, ed è libera di seguire quel rivoluzionario che deve sembrarle un eroe da racconto epico.

E’ così  che Giuseppe Garibaldi inizia a coinvolgere Anita – come l’uomo comincia a chiamare la ragazza, spagnolizzando il nomignolo portoghese Aninha – nelle sue successive imprese in Brasile. E lei ci casca con tutte le scarpe, entusiasta e focosa com’è. Riesce a sfuggire a vari tentativi di cattura diventando non solo compagna di vita ma anche di battaglia dell’eroe dei due mondi.

Val la pena raccontare almeno un paio delle sue fughe rocambolesche. Siamo nel 1840 e il campo di battaglia è quello di Curitibanos, dove le truppe imperiali l’hanno catturata. Il comandante degli imperialisti è colpito dal temperamento della ragazza, probabilmente anche dalla sua bellezza, e lei gli strappa il permesso di cercare Garibaldi fra i caduti. In mezzo al campo le guardie non la controllano più di tanto, c’è ancora confusione e fumo, e lei riesce a prendere un cavallo e scappar via. E’ fuggita a un destino che avrebbe potuto essere tragico, e riesce a riunirsi al generale a Vacaria, nel Rio Grande do Sul.

Pochi mesi dopo nasce il primo figlio di Anita e Giuseppe, il 16 settembre del 1840, e viene chiamato Domenico Menotti: Domenico come il padre di Garibaldi e Menotti per ricordare il grande patriota Ciro Menotti, impiccato una decina d’anni prima ed eroe del risorgimento italiano.

Ma il post partum è tutto tranne che tranquillo. 12 giorni dopo, siamo al 28 settembre del 1840, gli imperialisti circondano casa Garibaldi, ammazzano tutti gli uomini a guardia dell’edificio e fanno per catturarla, ma Anita ha ben altre intenzioni che farsi impiccare. Esce da una finestra, monta a cavallo con Domenico Menotti in braccio e fugge in mezzo alla foresta, dove rimane per quattro giorni senza acqua né cibo. Anita allatta il bambino e tenta di sostenersi con quel che trova, ma sarebbe stata sicuramente spacciata se Garibaldi e i suoi non l’avessero ritrovata, portandola in salvo.

In Italia abbiamo una testimonianza scultorea di quell’episodio, con la statua di Anita che fugge a cavallo, eretta a Roma nel 1932, sul Colle Gianicolo.

Nel 1841 la rivoluzione non è più sostenibile, è chiaro che si va verso la sconfitta. Anita e Giuseppe si trasferiscono in Uruguay dove, il 26 marzo 1842, nella chiesa di San Francesco d’Assisi di Montevideo, si sposano.

Anche quelli in Uruguay sono anni burrascosi – nel paese imperversa  la guerra civile a cui, ca va sans dire, i due sposi prendono parte –, ma sono anche anni di felicità perché nascono altri tre figli: Rosita, che muore piccolissima a due anni, Teresita e Ricciotti. Il quartogenito nasce nel 1847, anno in cui i venti degli imminenti moti rivoluzionari in Italia sono ormai incontrollabili. In quegli anni Giuseppe ha mantenuto la famiglia come insegnante di francese e italiano, ma nel 1848, allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza italiana, la coppia abbandona il Sudamerica per tornare in Europa. Giuseppe Garibaldi era arrivato a Rio de Janeiro 13 anni prima, nel 1835, e grazie a quel decennio di lotte sarà ricordato per sempre non solo come un eroe, ma come l’eroe dei due mondi.

I Garibaldi, approdati nel Vecchio Continente a bordo di due bastimenti differenti, vanno ospiti presso la casa della madre del patriota a Nizza, città che all’epoca è parte del Regno di Sardegna, e da quel momento in poi lasceranno alle cure della nonna i figli, che non faranno parte delle loro avventure risorgimentali.

Con la proclamazione della Repubblica romana del 1849, Giuseppe Garibaldi e la sua Anita decidono di trasferirsi a Roma, attratti dalle sirene di Giuseppe Mazzini e dal grido di Goffredo Mameli: “Roma, Repubblica, venite!”.

La proclamazione della Repubblica Romana in Piazza del Popolo Fotografia di stampatore

Fotografia di stampatore Rossetti di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Ma il primo esperimento repubblicano del Paese ha una vita brevissima: la neonata repubblica si arrende al nemico francese nel luglio del 1849, con Garibaldi e circa quattromila uomini – inclusa Anita, travestita da soldato – che si danno alla fuga. La ragazza è ancora incinta e segue nella fuga il generale, che ha l’obiettivo di raggiungere Venezia. In laguna si sta ancora tentando di resistere all’assedio austriaco, e potrebbe essere un porto sicuro. I fuggiaschi riparano da un rifugio all’altro e sono braccati da quattro eserciti nemici: alle loro calcagna ci sono i francesi, gli austriaci, gli spagnoli e i borbonici delle Due Sicilie. Garibaldi riesce a condurre tutta la sua brigata dal Lazio alla Romagna, dove a San Marino scioglie il gruppo di 5000 volontari, che possono decidere in autonomia se seguirlo o se tornare a casa.

Inizia da lì quella che sarà chiamata la “Trafila Garibaldina” anche detta la “Trafila Romagnola”, il percorso di fuga di Giuseppe Garibaldi e dei suoi compagni. Tantissimi di loro moriranno di malattia o uccisi dagli austriaci, ma tutto il gruppo è supportato dai patrioti repubblicani romagnoli, che alla fine porteranno in salvo il generale, oltre i confini dello Stato Pontificio. Ma oggi parliamo solo di quel pezzo di storia che coinvolge la nostra eroina, scrivetemi nei commenti se vi interessa tutta la storia di Giuseppe Garibaldi.

Anita sta male, e non c’entra la gravidanza. La ragazza è divorata dalla febbre, sintomo della malaria. Il gruppo parte da San Marino e raggiunge Cesenatico a cavallo, ma lì Anita è ormai priva di forze. Allora Garibaldi tenta di raggiungere Venezia via mare. I garibaldini irrompono a Cesenatico il 1° agosto del 1849, mettono fuori combattimento le guardie del papa e in 200 partono con 13 bragozzi puntando al Veneto. I “paroni” delle barche sono costretti ad eseguire gli ordini dei ribelli, ma la flotta austriaca riesce a intercettare i fuggiaschi all’altezza di Punta di Goro. Gli austriaci attaccano i garibaldini con il brigantino austriaco «Oreste», che è armato di due cannoni, e la goletta «Elisabetta» seguita dopo dalla Fenix-Sentinella, che aprono il fuoco sulla flottiglia insieme a due piccole navi da guerra.

Otto barche vengono catturate, mentre altre tre, fra cui quella dei Garibaldi, tentano la fuga verso Magnavacca, che nel 1919 sarà poi ribattezzato Porto Garibaldi, proprio per ricordare l’approdo dell’eroe.

Quell’evento si conclude con una strage, perché vengono catturati 162 garibaldini in mare e un’altra ventina a terra, e molti di loro finiranno fucilati dai nemici nel giro di pochi giorni. Ma Garibaldi, Anita e qualche compagno sono riusciti a fuggire. Si nascondono in un piccolo rifugio fatto di canne, il capanno Cavalieri, dove abita una vedova, la signora Caterina, che però non può offrir loro nessun conforto. Pensiamo a quali condizioni di vita ci fossero all’epoca, in un capanno disperso in una terra che d’inverno è nebbiosa e desolata e d’estate è bruciata dal sole e dall’afa, e dove gli abitanti sono mangiati dalle zanzare.

Anita sta malissimo, e Gian Battista Culiolo, detto Leggero, va in cerca di aiuto. Incontra Gioacchino Bonnet, amico e compagno di lotta del Generale, che raggiunge il capanno e dice al gruppo di muoversi perché gli austriaci sono già in zona, li stanno braccando.  

Garibaldi porta a braccia Anita verso la Casa Colonica Cavallina, che oggi è un rudere ma all’epoca era un rifugio sicuro. Le signore di casa tentano di salvarla, le offrono del brodo e delle cure, ma c’è poco da fare, Anita non si riprende. Bonnet propone di portarla a casa propria, a Comacchio, ma Anita vuole rimanere accanto al generale, al suo José.

I tre fuggiaschi ripartono ma fanno poca strada. Passano attraverso i campi coltivati, lontano dalla Romea, la via che probabilmente stanno pattugliando le truppe austriache, e raggiungono il podere Zanetto. Sono le 17:00 circa del 3 Agosto. La padrona si chiama Teresa De Carli ed è la moglie di Antonio Patrignani, un uomo delle istituzioni, ma nonostante questo tenta di rianimare Anita, di farla riprendere, al di là del proprio credo politico, al di là del pericolo di ospitare i ribelli in fuga.

L’opzione meno rischiosa per tentare di salvare i tre fuggiaschi è quella di farli scappare attraverso le Valli di Comacchio, perché gli austriaci non riescono a navigare in quelle basse acque paludose, mentre i partigiani che aiutano Garibaldi le conoscono a menadito. Alle 20:30 di sera il piccolo gruppo parte. Oltre a Leggero, Garibaldi e Anita ci sono Girolamo Carli e Mariano Cavallari, che conducono la barca. Anita non è seduta ma sdraiata, la signora De Carli aveva regalato un materasso per farla soffrire il meno possibile.

A mezzanotte il gruppo arriva a Casone Parviero, un capanno sulle valli che offre loro un rifugio temporaneo. Ma non c’è tempo per rilassarsi. Alle 08:00 di mattina del 4 Agosto i fuggiaschi ripartono in barca e fanno qualche chilometro verso sud, poi riprendono terra. Riposano qualche ora alla casa di guardia del fiume Reno e ripartono. Anita viene messa su un biroccino, un calesse trainato da un cavallo di cui conosciamo anche il nome, si chiama Plon, che ha il compito di portarla in una nuova casa dove farla riprendere. I ragazzi che stanno aiutando i fuggiaschi nel mentre cercano un medico nei paesi vicini.

Garibaldi misura il respiro alla ragazza, è affranto, la sta vedendo morire durante una fuga disperata dal nemico austriaco, ma non può far nulla, se non continuare la sua ritirata.

Per fare tre chilometri impiegano un’ora e mezza, tentando in tutti i modi di non far soffrire Anita, sollevando il biroccio quando ci sono delle buche. per non farlo saltellare. Alla fine arrivano a casa Guiccioli nella piccola frazione di Mandriole. Ad aspettarla c’è il dottor Nannini, che era stato avvisato da alcuni ragazzi del paese, il quale aiuta gli altri tre uomini a portare Anita in casa senza farla scendere dal materasso.

Il racconto di Garibaldi nelle sue memorie è straziante:

«Noi quattro allora prendemmo ognuno un angolo del materasso e la trasportammo nel letto di una stanza della casa che si trovava a capo di una scaletta. Nel posare la mia donna in letto, mi sembrò di scoprire nel suo volto l’espressione della morte. Le presi il polso… più non batteva. Avevo davanti a me la madre dei miei figli, che io tanto amavo, cadavere».

E’ il 4 agosto 1849, e alla fine del mese la giovane avrebbe compiuto ventotto anni

Anita morente trasportata da Garibaldi e dal capitano G. B. Coliolo, detto Leggero, Milano, Museo del Risorgimento

Fotografia di Pietro Bouvier – Cup3Tint3 di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Giuseppe vorrebbe dare una degna sepoltura alla donna che ha amato per dieci anni, ma è costretto a fuggire, braccato dalle truppe nemiche, e deve farla seppellire in una fossa di fortuna scavata nella sabbia della vicina pineta.

Quel tumulo però è troppo evidente e il corpo di Anita Garibaldi viene scoperto dopo pochissimi giorni da un gruppo di ragazzi che giocano. Con il benestare dell’arcivescovo di Ravenna, Chiarissimo Falconieri Mellini, Anita viene sepolta nel cimitero di Mandriole dove riposa per circa dieci anni.

Sulla morte della giovane cavallerizza e patriota si indaga a lungo negli anni seguenti, con il principale obiettivo di screditare Garibaldi. Si vuol fare passare l’idea che l’eroe dei due mondi abbia strangolato la moglie, oramai incapace di proseguire, per non avere più impacci lungo il tragitto verso Venezia. Ma a smentire le accuse ci pensa il Dottor Nannini, che ha tentato di salvarla e che ne ha esaminato il corpo dopo la morte: Anita è morta di malaria, Garibaldi non c’entra niente.

Sul finire del 1859, alla conclusione della Seconda guerra d’indipendenza, Garibaldi torna a Mandriole e fa traslare le spoglie di Anita a Nizza, vicino ai resti della madre.

E a Nizza rimangono fino al 1931, quando vengono ancora spostate, prima per un breve periodo, nel Pantheon del cimitero monumentale di Staglieno, a Genova, poi sotto il monumento equestre sul Gianicolo di Roma, eretto per volontà di Benito Mussolini in onore di Anita Garibaldi, l’eroina dei due mondi.

Statua di Anita Garibaldi al Gianicolo, Roma

Fotografia di Sergio D’Afflitto condivisa via Wikipedia con licenza CC-BY-SA-3.0

Oltre a migliaia di cittadini italiani, all’inaugurazione del monumento partecipano i regnanti d’Italia, Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro, vari rappresentanti del governo, membri della famiglia Garibaldi, un gran numero di ex garibaldini e i rappresentanti delle delegazioni diplomatiche di Brasile, Francia, Uruguay, Giappone, Inghilterra e altri paesi del mondo.

Alla rivoluzionaria che è stata accanto a Giuseppe Garibaldi nelle prime fasi del processo che avrebbe portato all’Unità d’Italia, sono dedicate la cittadina di Anita Garibaldi nello stato di Santa Catarina del natio Brasile e la frazione di Anita nel comune di Argenta, in provincia di Ferrara, oltre a un immenso ponte a Laguna, la sua città natale, che oggi la celebra come un’eroina. Un’eroina di due mondi lontani, che si sono avvicinati grazie all’amore. Quello di Giuseppe e Anita Garibaldi.

Sulla vita di Anita Garibaldi consigliamo la lettura dei libri “Donne del Risorgimento” (il Mulino, 2011) con un capitolo titolato “La guerriera, l’amante. Anita Garibaldi” e “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi” (Einaudi, 2017) di Silvia Cavicchioli e la visione del film in due puntate “Anita Garibaldi”, di Claudio Bonivento e con l’attrice Valeria Solarino nei panni dell’indomita amazzone.


Pubblicato

in

da