Con tutta probabilità aveva meno di vent’anni quella mattina del 12 ottobre 1492 quando Cristoforo Colombo, a capo delle tre caravelle, la Niña (in vero Santa Clara, ma passata alla storia col vezzeggiativo Niña), la Pinta e la Santa María, approdò a sua insaputa nelle Americhe aprendo un nuovo capitolo della storia dell’umanità.

Questa è la storia di Anacaona, la giovane taína che finì giustiziata dai conquistatori spagnoli.

I taíno (termine che significava nobile, nella lingua indigena) erano una popolazione amerinda proveniente dalla parte meridionale del continente americano (probabilmente dalla valle dell’Orinoco) che attorno alla metà del primo millennio dopo Cristo cominciarono a popolare le isole caraibiche, su tutte l’isola di Hispaniola.

Hispaniola (Ayiti in lingua taíno), tra le prime terre conquistate dagli europei, è un’isola delle Antille attualmente divisa dagli stati di Haiti e Repubblica Dominicana, collocata a circa 500 chilometri a sud da San Salvador, al tempo conosciuta col nome indio di Guanahaní, la prima isola delle Bahamas su cui poggiarono i piedi Cristoforo Colombo e la sua ciurma all’alba del 12 ottobre 1492.

Approdato nel Nuovo Mondo con la convinzione di trovarsi su una della miriade di isolette che circondavano la costa asiatica e nello specifico, secondo i suoi calcoli sballati, il Giappone, il grande esploratore arrivò per la prima volta a Hispaniola ai primi di dicembre di quel 1492.

Itinerario primo viaggio di Cristoforo Colombo (1492)

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Qui fece la conoscenza di quei taíno che nel giro di pochi decenni furono letteralmente cancellati dalla faccia della Terra dalla violenza dei conquistatori europei e dalle malattie che questi portarono nelle Indie. Come scrisse il vescovo e storico spagnolo Bartolomé de Las Casas nella sua opera “Historia de las Indias” (1561), in poco più di vent’anni, dal 1508 al 1531, i taíno passarono da una popolazione di 60.000 abitanti ad appena 600 persone.

Un genocidio

Diversamente da quel che alcuni, con timore, si aspettavano di trovare, Anacaona e tutti i taíno non erano cannibali o mostri senza testa o con la testa di cane (gli spaventevoli cinocefali), ma persone, sì nude e pitturate in faccia, ma non troppo diverse, per carattere e per quel che riguardava il colore della pelle, dai popoli mulatti in cui gli europei si erano imbattuti il secolo prima nelle isole Canarie.

Lo scrisse proprio Colombo nel suo diario di bordo, purtroppo giunto fino a noi come trascrizione parziale del succitato Bartolomé de Las Casas: “In queste isole finora non ho trovato uomini mostruosi come molti pensavano, ma anzi sono tutti gente di assai bell’aspetto” (“Il giornale di bordo: libro della prima navigazione e scoperta delle Indie”, da “Nuova Raccolta Colombiana”, a cura di P.E. Taviani e C. Varela).

Ritratto postumo eseguito da Ridolfo Ghirlandaio, circa 1520

Fotografia di Ridolfo Ghirlandaio di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

I taíno della grande isola Hispaniola si dimostrarono molto pacifici e interessatissimi agli oggetti che gli europei portavano con sé. A tal proposito bisogna sapere che i taíno fossero convinti “che il mondo intero fosse limitato alle loro isole” (“La scoperta dell’umanità”, David Abulafia) e che per tal ragione gli europei approdati sulle spiagge del loro mondo a bordo di quelle strane macchine volanti fossero visti come degli autentici dèi scesi dal cielo che bisognava, perciò, accudire e servire.

Approfittando di quella condotta docile, Cristoforo Colombo e la sua ciurma iniziarono a comprare la fiducia degli indigeni con delle collanine di vetro, pietruzze e altri ammennicoli che in Europa avevano un valore pari a zero. La loro intenzione era farsi indicare dai nativi la strada per raggiungere quelle terre ricche d’oro sulle quali si fantasticava da tempo.

In queste circostanze, il navigatore di origini genovesi e gli spagnoli fecero conoscenza di Anacaona e di suo fratello Bohechío, tra i principali negoziatori dell’isola Hispaniola.

Anacaona era nata probabilmente attorno al 1474 a Yaguana (oggi Léogâne, Haiti), località principale del villaggio-regno (chiamati cacicazgos) di Jaragua di cui il fratello era sovrano.

Cacicazgos di Hispaniola

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Il suo nome significava Fiore d’oro, dai termini taíno “ana” (fiore) e “caona” (d’oro). La giovane indigena era moglie di Caonabo, un cacicco (capo) del confinante villaggio di Maguana, con il quale ebbe una figlia, ed era famosa non solo per il suo status sociale elevato, ma anche per essere una abile narratrice e realizzatrice di ballate. Oltre ciò era ammirata da tutti – taíno prima ed europei dopo – per la sua eccezionale bellezza. Anacaona possedeva una carnagione dorata, un fisico asciutto e dei capelli corvini e lucenti, che soleva ornare con dei profumatissimi fiori.

Anacaona

Fotografia di Gaspar y Roig per Washington Irving in “Vida y viajes de Cristóbal Colón” di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Alla morte del marito, deposto e deceduto durante la navigazione che lo avrebbe dovuto condurre in Spagna come schiavo, l’uomo di maggior potere tra i villaggi-regni di Hispaniola diventò Bohechío; ben presto, però, anche il suo potere scemò repentinamente, a fronte della sempre più crescente colonizzazione dell’isola da parte degli europei.

Con la morte di Bohechío, avvenuta nel 1500, divenne dunque regina la sorella Anacaona: da quell’anno era lei l’esponente più influente per i taíno locali e punto di riferimento per i navigatori stranieri. In questo periodo, con il beneplacito della regina, incrementarono i matrimoni tra i colonizzatori e le donne indie.

Anacaona

Fotografia di Washington Irving in “Vida y viajes de Cristóbal Colón” di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il seppur flebile potere di Anacaona, però, diventò a breve intollerabile per i conquistatori che principiarono a vederla con diffidenza, timorosi di una possibile rivolta indigena che avrebbe potuto scombinare i loro piani, tutt’altro che destinati allo scambio di collanine e all’unione delle due etnie. I colonizzatori infatti avevano già da tempo abbandonato quei rapporti cordiali avuti al loro arrivo con i nativi e, perciò, l’insurrezione locale non tardò a presentarsi. La rivolta si rivelò appena una schermaglia per gli europei, molto più abili e attrezzati delle popolazioni locali. L’esercito di Anacaona fu agilmente battuto e la regina fu così costretta alla fuga nel villaggio di Jaragua.

La sua fuga non durò molto e nel 1503, dopo aver incontrato il governatore delle Indie Nicolás de Ovando, fu da questi tradita, incatenata con l’inganno e condannata a morte, insieme ad altri cacicchi taíno. Gli altri capi furono bruciati vivi in una capanna, mentre per la regina Anacaona fu decisa l’impiccagione davanti al suo popolo.

Una morte crudele e plateale, che la consegnò alla storia.

Per la gente di Haiti, di fatti, Anacaona risulta ancora oggi un’icona, un’eroina per la resistenza opposta alla brutalità dei colonizzatori spagnoli.

Uccisione di Anacaona

Fotografia di Iodo a Wigne di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

In memoria della regina taíno, a Santo Domingo nel 2016 è stato a lei intitolato il grattacielo Torre Anacaona 27, il più alto di tutte le Antille coi suoi 171 metri d’altezza, mentre nella natia Léogâne è stata eretta una statua che la raffigura. La sua storia è al centro del romanzo della scrittrice haitiana Edwige Danticat “Anacaona, Golden Flower” ed è stata anche narrata in musica dal cantautore portoricano Cheo Feliciano con il brano dal titolo “Anacaona”.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".