Abbasso le case chiuse, riapriamo le case chiuse. Si stava meglio quando si stava peggio e via dicendo. Una volta le case da appuntamenti erano legali e apertissime in tutta Italia, poi sono diventate fuorilegge, una macchia da nascondere nel presente dell’Italia moderna. Ma quando accade tutto questo, e perché? Lo scopriamo oggi grazie a Daria Cadalt, che ci porta in quegli ormai lontani anni ’50 in cui le case chiuse erano ancora una realtà, fino a quando una legge molto molto famosa non le ha consegnate al passato. Daria cosa si leggeva sulle porte di quelle case da appuntamenti?

Daria:

“Spettanze per le prestazioni della stimata casa dove, per la toilette, non si deve più uscire fuori; dove acqua, sapone e asciugamani le paghi solo 20 centesimi e dove il giovinotto di primo pelo ha un’agevolazione di un ulteriore 10%: Alla buona: 1 lira e 10; Doppietta: 2 lire; Mezza Ora: 4 lire e mezzo; Ora intera: 6 lire e mezzo!”

È il manifesto tipo che avreste trovato, nella metà degli anni trenta, all’interno o all’esterno di una delle tante case di tolleranza sparse per la penisola.

Comunemente conosciute come casini, bordelli, case chiuse – per via del fatto che le loro tende, soprattutto se locate in prossimità di scuole o luoghi di culto, dovevano tassativamente rimanere chiuse – o, molto meno comunemente dette lupanari e postriboli, hanno avuto un ruolo più che significativo nella storia sociale e culturale del nostro paese. La loro stessa esistenza è stata, nel corso delle varie epoche, fortemente influenzata da fattori etici, morali, sanitari e chi più ne ha più ne metta.

Perché se da un lato il sesso a pagamento è, da sempre, considerato una pratica vecchia come il mondo – in una sorta, quasi, di modus operandi “ancestrale” dello stesso genere umano che, sin dalla notte dei tempi, non si limita certo alla sua sola “tolleranza” – dall’altro la sua accettazione, come la sua regolamentazione, sono da sempre oggetto di accesi dibattiti. In Italia la questione si è “chiusa” nel 1958, con la definitiva abolizione della pratica grazie alla famosa “Legge Merlin”.

Ma andiamo con ordine perché quella delle case di tolleranza è una vicenda che affonda le sue radici in una storia antica. Molto più antica di quanto possiate immaginare.

Gli albori della prostituzione

La Mesopotamia. Una delle culle della civiltà è anche uno dei primi luoghi in cui la prostituzione è documentata. Non a caso nella Bibbia, e più precisamente nel libro dell’Apocalisse capitolo 17, versetto 5, si fa riferimento a Babilonia come a una misteriosa figura femminile seduta a cavalcioni su una bestia scarlatta a sette teste: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra”.

Già da testi sumerici, accadici e babilonesi della metà del IV secolo a.c. infatti, vengono fuori numerose testimonianze dell’esistenza di alcune meretrici, indicate con il termine “HARIMTU”, la cui attività di prostituzione è strettamente legata al culto religioso: si tratta delle sacerdotesse del tempio, note anche come “sacerdotesse sacre” o “prostitute sacre”, che offrono prestazioni sessuali come parte di alcuni rituali liturgici. Queste donne si offrono al servizio del tempio di ISHTAR, la dea dell’amore e della guerra che incarna anche il concetto di fertilità e quello di desiderio carnale.

Ma non è tutto. Nell’antica Mesopotamia esistono anche forme di prostituzione profane, che non hanno alcun legame con il culto: si tratta di schiave, prigioniere di guerra, vedove, donne nubili o donne povere in generale, che cercano di sbarcare il lunario. Tuttavia, a differenza delle prostitute sacre, queste ultime sono spesso malviste, e non tanto per come si guadagnano da vivere ma a causa della loro estrazione sociale, che le destina, inevitabilmente, ai margini della società.

Anche nell’antico Egitto il sesso a pagamento è una pratica molto diffusa. Tuttavia, a differenza della Mesopotamia in cui il legame tra prostituzione e religione è evidente, nella terra dei Faraoni la prostituzione è principalmente un’attività laica. Le meretrici egiziane sono generalmente considerate appartenenti a classi inferiori e spesso vivono in condizioni di povertà.

In realtà la figura delle prostitute nell’antico Egitto è piuttosto ambivalente: se da un lato sono associate al piacere e al divertimento, come testimoniano le numerose raffigurazioni di donne che intrattengono uomini con musica e danze, dall’altro sono viste proprio come una minaccia all’ordine sociale e morale. Nonostante ciò, alcune di esse diventano famose per bellezza e abilità, e possono per questo raggiungere status molto elevati, diventando addirittura concubine o amanti di uomini ricchi e potenti.

Questo tipo di prostituzione è considerata tollerabile ma, non per questo, accettata formalmente.

Dove si svolge una sorta di rivoluzione in questo senso è la Grecia, che riporta testimonianze di attività regolamentate sin dal IV secolo. Atene, in particolare, è famosa per aver istituzionalizzato la prostituzione con la creazione di veri e propri bordelli pubblici gestiti dallo stato a cui, le donne impiegate nelle attività, devono una parte dei loro guadagni. Queste ultime, chiamate più comunemente PORNAI, sono per lo più schiave o straniere. E rappresentano la versione “di strada” delle cosiddette HETAIRAI, cortigiane di alto livello che godono di un certo prestigio sociale e sono molto più che semplici prostitute: si tratta infatti di donne colte che partecipano alla vita intellettuale e culturale della polis e che spesso intrattengono relazioni stabili con uomini influenti, non solo attraverso il sesso ma anche mediante la compagnia e la conversazione raffinata.

La prostituzione nella Grecia antica, quindi, non è vista esclusivamente come un atto immorale ma piuttosto come un’attività necessaria e, in alcuni casi, persino rispettabile. Tuttavia, le prostitute non godono degli stessi diritti delle donne libere e spesso, soprattutto se di basso rango, vengono escluse dalla partecipazione alla vita pubblica.

A differenza, invece, di quanto accade nell’Impero Romano, dove la prostituzione è non solo diffusa ma ampiamente accettata, sebbene le prostitute siano per lo più considerate cittadine di serie B e vengano spesso stigmatizzate.

Come ad Atene e in tutta la Grecia, anche a Roma ne esistono diverse categorie. Ci sono le “lupe” – che lavorano prevalentemente nei bordelli e sono chiamate così in onore delle antiche sacerdotesse votate al culto della Dea Lupa – che finanziano il tempio concedendo il proprio corpo ai fedeli in cambio di somme di denaro. Poi ci sono le “meretrici”, le “lucciole” e le “passeggiatrici”, che invece esercitano la professione in strada o nelle locande.

I bordelli, noti col nome di “lupanari”, sono molto comuni nelle città romane, e molte delle prostitute che ci lavorano sono schiave, oppure donne povere che cercano di sopravvivere. Spesso situati in zone malfamate della città – come il Suburra o il Circo Massimo – i lupanari offrono, ai cittadini comuni, servizi di tutti i prezzi. Le prostitute romane hanno l’obbligo di segnalare l’attività, che viene regolarmente registrata, e pagano una tassa statale per esercitare, altro esempio di come la pratica sia disciplinata.

È importante specificare che non tutte le prostitute di Roma sono di bassa estrazione sociale. Ci sono le “scorte”, prostitute di lusso che servono l’élite romana. Queste donne sono educate, sofisticate e partecipano a banchetti e altri eventi sociali. Come le HETAIRAI greche, anche le scorte romane possono influenzare la vita politica e culturale della società, stabilendo relazioni con uomini molto potenti.

Un aspetto interessante della prostituzione nella Roma antica è la sua rappresentazione nella letteratura e nell’arte. Molti autori romani, come Catullo e Ovidio, e anche molti pittori dell’epoca, scrivono e dipingono le prostitute e le loro “gesta”, offrendo un ritratto vivido e talvolta ironico della vita di queste donne e di chi le frequenta. Riflettendo un atteggiamento estremamente permissivo della società romana nei confronti della sessualità, soprattutto dalla prospettiva del maschio, per cui il sesso a pagamento rappresenta non solo una necessità per canalizzare e controllare i propri impulsi, ma anche un modo per “impegnarsi” in relazioni puramente carnali con altre donne – talvolta anche con altri uomini – senza il pericolo di incorrere in disapprovazioni morali.

Durante il Medioevo, le case di tolleranza sono i luoghi specifici dove le attività sessuali vengono regolamentate e monitorate. Come abbiamo spesso specificato anche qui su Vanilla Magazine, le autorità ecclesiastiche e civili vedono nella prostituzione un male necessario per prevenire il peggio, come la lussuria non controllata o l’adulterio. Sebbene la prostituzione sia considerata moralmente discutibile dalla Chiesa, essa è tollerata e regolamentata dalle autorità civili. Questa contraddizione tra la morale religiosa e la pratica sociale, riflette l’approccio piuttosto pragmatico dei governi medievali, che cercano di contenere il fenomeno piuttosto che eliminarlo; tuttavia, la prostituzione rimane confinata in quartieri specifici delle città italiane, noti come “quartieri a luci rosse”.

Le case chiuse sono infatti situate in aree specifiche delle città, lontane dai centri religiosi e dai quartieri rispettabili. Le autorità cittadine concedono licenze ai gestori di questi bordelli, i quali devono rispettare una serie di regolamenti. Tra questi, vi sono norme sul comportamento delle prostitute, sull’igiene e sull’orario di apertura. Le donne che lavorano in queste strutture provengono spesso dalle classi sociali più basse e si trovano in una situazione di estrema vulnerabilità. Per molte di loro, la prostituzione rappresenta una delle poche opzioni disponibili per sopravvivere.

Nonostante la loro marginalità sociale, le case chiuse svolgono una funzione economica importante, rappresentando una fonte di reddito per le città, grazie alle tasse e alle licenze imposte ai proprietari. Inoltre, fungono da valvola di sfogo per le irrefrenabili pulsioni dei cittadini maschi, contribuendo così a preservare l’ordine pubblico e la stabilità sociale.

La regolamentazione della prostituzione nel Medioevo rappresenta un esempio di come le società medievali affrontano temi complessi e controversi; la tolleranza nei confronti delle case chiuse non deve essere interpretata come un’accettazione della prostituzione, ma piuttosto come una forma di controllo e gestione di un fenomeno inevitabile. Questo equilibrio tra moralità e pragmatismo caratterizza l’atteggiamento delle autorità medievali nei confronti delle questioni sociali più delicate.

Durante il Rinascimento, l’atteggiamento verso la prostituzione e le case di tolleranza diviene più complesso. In questo periodo città come Venezia, Firenze e Roma sono centri di commercio e cultura e attirano viaggiatori e mercanti da tutto il mondo; in questo contesto, le case di tolleranza diventano istituzioni stabili, con la proliferazione di numerosi bordelli che variano per condizioni generali e clientela. A Venezia, ad esempio, la prostituzione è regolamentata in modo rigoroso, con cortigiane che godono di un certo status sociale e influenzano addirittura la moda e la cultura in generale.

Tuttavia, l’epoca rinascimentale vede anche un inasprimento delle norme morali e religiose, in parte a causa della Controriforma. La Chiesa Cattolica inizia vedere con crescente preoccupazione la diffusione della prostituzione e, a un certo punto, cerca addirittura di limitare l’influenza dei bordelli attraverso decreti e pene severe. Le autorità civili spesso collaborano con la Chiesa per mantenere l’ordine pubblico e proteggere la moralità, ma allo stesso tempo riconoscono l’impossibilità di eliminare completamente “il mestiere più antico del mondo” dall’elenco delle professioni più ricercate e apprezzate.

Le Radici della Regolamentazione moderna

Nel XVIII secolo, l’Italia è frammentata in vari stati e principati, ognuno con le proprie leggi e regolamenti. La prostituzione è ancora molto diffusa in tutte le città italiane e le autorità locali si trovano di fronte al dilemma di gestire un fenomeno che, pur essendo considerato immorale, risulta sempre più difficile da eliminare. Anche in questo periodo le autorità civili vedono nella loro regolamentazione un modo per controllare la moralità pubblica e prevenire crimini e disordini sociali.

Ed è qui che avviene la prima rivoluzione, perché le case di tolleranza del XVIII secolo iniziano ad essere gestite principalmente dalle donne, conosciute come “madames” o “tenutarie”, che fungono da mediatrici tra le prostitute e i clienti. Le madames devono rispettare le rigide regole imposte dalle autorità locali, che includono, come sempre, il pagamento delle tasse e l’obbligo di mantenere l’ordine all’interno del bordello. In cambio, le madames ricevono una protezione legale contro le accuse di favoreggiamento, protezione che rende i bordelli dei luoghi legittimati ad attività commerciali al 100%.

La paura da parte delle autorità del diffondersi di malattie veneree, in particolare la sifilide, impone anche controlli medici periodici e molto accurati.

Le donne che esercitano la professione sono obbligate a sottoporsi a controlli regolari e le madames devono assicurarsi che le loro dipendenti rispettino queste norme alla lettera. Di rado quelle malate vengono isolate o curate, perché la prassi è espellerle dai bordelli tempo zero, quindi abbandonarle completamente a se stesse. Questa regolamentazione sanitaria, infatti, non è motivata da una reale preoccupazione per il benessere delle donne, ma piuttosto dalla necessità di proteggere la clientela maschile e la popolazione generale.

Con l’Unità d’Italia nel 1861, il nuovo stato italiano eredita una serie di leggi e regolamenti dagli stati preunitari, anche riguardo la prostituzione come attività universalmente accettata e riconosciuta. Tuttavia è durante il XIX secolo che la sua regolamentazione diviene ancora più sistematica e centralizzata.

Prima dell’unificazione, il primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour introduce una serie di regolamenti che cercano di uniformare la gestione della professione nelle aree sotto il controllo del Regno di Sardegna. Questi regolamenti vengono estesi a tutto il territorio italiano dopo il 1860.

La Legge Cavour e la successiva legislazione nazionale stabilisce che le case di tolleranza devono essere registrate presso le autorità locali, e sottoposte a ispezioni regolari: tutte le prostitute devono avere un “libretto sanitario” in cui vengono registrati i controlli medici periodici. Inoltre le madames hanno l’obbligo di continuare a pagare una tassa al governo e mantenere una condotta rispettabile all’interno dei loro locali.

Anche qui la regolamentazione riflette una visione pragmatica della prostituzione: riconoscendo l’impossibilità di eliminarla, lo stato italiano cerca ancora una volta di controllarla attraverso una combinazione di misure sanitarie, fiscali e legali; poco importa se il suddetto sistema risulti fortemente repressivo per le donne coinvolte, che vengono trattate come strumenti di controllo piuttosto che come soggetti aventi reali diritti.

Nonostante questi sforzi per mantenere la rispettabilità, le case di tolleranza restano luoghi stigmatizzati, associati a una moralità discutibile e a una sessualità deviata; le donne che lavorano nei bordelli continuano ad essere emarginate dalla società, e considerate “perdute” o “rovinate”. Ma le attività continuano a prosperare, sostenute da una domanda costante e da un sistema legale che le riconosce come necessarie, soprattutto per il controllo della sessualità maschile.

XX Secolo: I primi movimenti per l’abolizione e la Legge Merlin

All’inizio del XX secolo, il movimento per l’abolizione delle case di tolleranza inizia a guadagnare terreno in Italia, alimentato profondi cambiamenti sociali: dall’ascesa dei primi movimenti femministi alla crescente consapevolezza dei diritti umani; la Prima Guerra Mondiale e la successiva influenza dei movimenti per i diritti delle donne portano infatti a una revisione abbastanza critica del sistema e delle case di tolleranza in generale.

Le denunce in questione riguardano diversi argomenti: in primo luogo si sostiene che le case di tolleranza rappresentino una forma di sfruttamento delle donne, costrette a vendere il proprio corpo per sopravvivere. Le condizioni di vita all’interno dei bordelli sono difficili, con le madames che attuano una sorta di controllo non solo sulle attività, ma anche sulla psiche delle loro sottoposte. Per non parlare delle autorità, che pressano in continuazione per evitare l’irreparabile.

In secondo luogo, i medici e gli igienisti iniziano a mettere in dubbio l’efficacia dei controlli sanitari imposti alle prostitute. Perché la sifilide e altre malattie veneree continuano a diffondersi, nonostante i controlli regolari.

Infine, il movimento per i diritti delle donne inizia a vedere la questione da una nuova prospettiva: le femministe insistono sul fatto che le donne abbiano il diritto inderogabile di gestire il proprio corpo, e scegliere liberamente il proprio destino. E le case di tolleranza, secondo questa visione, sono il frutto di un’istituzione fortemente patriarcale che, da millenni, perpetua la subordinazione e condanna il genere femminile a essere considerato mero oggetto sessuale.

La Prima Guerra Mondiale ha un impatto significativo sul sistema delle case di tolleranza in Italia. Perché durante il conflitto la prostituzione aumenta notevolmente, in parte a causa della presenza di grandi contingenti di soldati nelle zone di guerra. Le case di tolleranza vengono utilizzate dai militari come luoghi di svago e di riposo, con conseguente aumento delle malattie veneree tra le truppe.

L’esperienza della guerra dimostra che la regolamentazione della prostituzione non è sufficiente a proteggere la salute pubblica, e che le case di tolleranza contribuiscono alla diffusione delle malattie piuttosto che alla loro prevenzione.

Nel 1948, con l’avvento della Repubblica Italiana, il tema della prostituzione e delle case di tolleranza inizia a essere discusso in modo più ampio e aperto.

Intanto il movimento abolizionista guadagna ulteriore slancio, fino a raggiungere il suo massimo nel secondo dopoguerra, culminando, nel 1958, con l’approvazione della famosa Legge Merlin che sancisce la chiusura definitiva delle case di tolleranza in Italia.

Il decreto rappresenta un momento cruciale nella storia delle politiche sessuali nel nostro paese, segnando la fine di un’epoca e l’inizio di nuove sfide legate alla prostituzione.

Nel secondo dopoguerra, l’Italia è un paese in rapida trasformazione: la ricostruzione, l’urbanizzazione e la modernizzazione stanno modificando la società e le sue esigenze in modo profondo. In questo contesto, il dibattito sulla prostituzione e sulle case di tolleranza diviene sempre più intenso, riflettendo le tensioni tra conservatorismo e progressismo, tra tradizione e modernità.

Il movimento per l’abolizione delle case di tolleranza trova un’importante sostenitrice in Lina Merlin, una delle prime donne elette al Parlamento italiano e figura chiave nel movimento per i diritti del gentil sesso, che diviene la principale promotrice della legge che porterà il suo nome. Merlin si batte con le unghie e con i denti per la chiusura dei bordelli, come parte di una più ampia lotta per i diritti delle donne e della dignità umana.

La parlamentare e i suoi sostenitori vedono nelle case di tolleranza un simbolo della subordinazione e del controllo patriarcale sulla sessualità delle donne; sostengono che la chiusura dei bordelli libererà le donne dallo sfruttamento, contribuendo a costruire una società più giusta e ugualitaria.

La Legge Merlin

La Legge Merlin viene approvata il 20 febbraio 1958, nonostante l’opposizione di vari settori della società italiana, tra cui la Chiesa cattolica, che teme che la chiusura delle case di tolleranza possa portare a un aumento della prostituzione di strada; tuttavia, il movimento abolizionista riesce a prevalere, con la conseguente chiusura, immediata, di tutte le case sparse sul territorio nazionale.

La legge genera profonde implicazioni sia sul versante sociale che su quello legale, suscitando reazioni contrastanti nella società italiana: da un lato vi è un sostegno diffuso verso la tutela della dignità delle donne; dall’altro, in molti lamentano l’emergere di nuove forme di prostituzione clandestina e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita delle donne coinvolte.

La prostituzione, infatti, continua a essere un fenomeno complesso e difficile da gestire, e il dibattito su come affrontarlo resta aperto.

Perché non scompare mica, ma si trasforma, in qualcosa di nuovo e molto più pericoloso.

Prive di un luogo protetto in cui lavorare, le donne che sono costrette, per una ragione o per un’altra, a vendere il proprio corpo, adesso si spostano in strada o in appartamenti privati e blindatissimi dove è impossibile controllare cosa accada, e il fenomeno della prostituzione clandestina si diffonde sempre di più.

Le autorità locali e nazionali cercano di affrontare il problema con varie misure, tra cui l’introduzione di zone di tolleranza e il rafforzamento delle leggi contro lo sfruttamento; tuttavia, queste misure si rivelano spesso inefficaci e il fenomeno di strada continua a crescere, soprattutto nelle grandi città.

La prostituzione di strada solleva nuove questioni anche sulla sicurezza pubblica, poiché chi la esercita viene spesso esposto a violenze, abusi e sfruttamento. Inoltre, è fortemente associata a un aumento delle malattie sessualmente trasmissibili e a un degrado delle aree urbane in cui si concentra.

Nel corso degli ultimi decenni, il dibattito sulla regolamentazione della prostituzione è tornato a farsi sentire. Alcuni politici e attivisti hanno proposto la reintroduzione di una forma di regolamentazione, ispirandosi a modelli presenti in altri paesi europei, come i Paesi Bassi o la Germania. Questi modelli prevedono la legalizzazione e la regolamentazione della prostituzione, con l’obiettivo di garantire migliori condizioni di lavoro per chi la esercita e di combattere lo sfruttamento. Tuttavia, queste proposte hanno incontrato una forte opposizione, sia da parte di chi sostiene la linea abolizionista sia da parte di chi teme che la regolamentazione possa legittimare lo sfruttamento. Un’altra proposta che ha guadagnato attenzione è il cosiddetto “modello nordico”, adottato in Svezia e in altri paesi scandinavi. Questo modello penalizza i clienti anziché le prostitute stesse, con l’obiettivo di ridurre la domanda di sesso a pagamento e di proteggere le donne dallo sfruttamento. Anche in questo caso, il modello nordico è stato oggetto di dibattito in Italia, con opinioni contrastanti sulla sua efficacia e sulla sua compatibilità con il contesto italiano.

Il dibattito resta aperto, e la questione continua a rappresentare una sfida per le politiche pubbliche italiane.

In Italia, oggi, lo scambio di servizi sessuali per denaro è considerato lecito tra adulti consenzienti, mentre è da considerarsi illegale ogni altra attività collegata alla prostituzione.

Questo significa che non esistono leggi specifiche che disciplinano l’attività, ma sono in vigore norme che ne penalizzano il favoreggiamento e lo sfruttamento. La mancanza di una regolamentazione chiara crea incertezza legale e sociale, e la prostituzione rimane un fenomeno difficile da gestire per lo Stato italiano.

Il dibattito è destinato a continuare. Una cosa è certa: la storia delle case di tolleranza rappresenta un importante punto di partenza per comprendere le numerose contraddizioni di uno stato civile. E le numerose sfide che ancora ci attendono.



LINKOGRAFIA:

https://therealsamizdat.com/tag/harimtu
https://www.worldhistory.org/article/2081/women-in-ancient-mesopotamia
https://www.greciaroma.com/prostituzione-grecia
https://en.wikipedia.org/wiki/Prostitution_in_ancient_Rome
https://en.wikipedia.org/wiki/Prostitution_in_Italy
https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_prostituzione
https://www.adir.unifi.it/rivista/2010/acri/cap4.htm
https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Merlin#

Daria Cadalt

Nata a Napoli nel 1984, è diplomata in Progettazione Artistica per l'Impresa e Discipline dello Spettacolo - Scenografia con specializzazione in Design del Costume - all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Appassionata d’arte, moda, musica e letteratura, realizza accessori e bambole artigianali e versa fiumi e fiumi d'inchiostro.
“Creo mondi paralleli. Credo nella reincarnazione: ho vissuto in almeno quattro epoche prima di approdare qui. Dai miei viaggi nel tempo estraggo nettare di primissima qualità.”

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