La ricerca delle sorgenti del fiume Niger

Londra, 1788 – Non era passato molto tempo dalla fondazione dell’African Association quando, a pochi giorni dalla prima riunione, era già stato trovato un volontario pronto a partire per un viaggio di esplorazione: si trattava di Simon Lucas, ex commerciante di vino che, dopo essere stato catturato dai pirati e da questi venduto come schiavo, era diventato un diplomatico presso la corte imperiale del Marocco. Lucas tuttavia si ammalò prima della partenza, per cui la scelta ricadde su un secondo candidato, l’americano John Ledyard. Visto il curriculum di quest’ultimo, difficilmente si sarebbe potuto considerare un ripiego: giunto in Europa su un mercantile, si era prima arruolato nella Royal Navy e in seguito aveva fatto parte dell’equipaggio del capitano Cook.

John Ledyard

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Ledyard quindi, appena tornato da un viaggio di esplorazione in Siberia, fu ingaggiato per intraprendere “un’avventura quasi altrettanto pericolosa di quella da cui era appena tornato”.

L’esploratore si sarebbe dovuto imbarcare a Marsiglia alla volta dell’Egitto, viaggiare verso La Mecca, da dove avrebbe dovuto raggiungere la Nubia, attraversare il deserto e arrivare fino al fiume Niger: più di 20 mila chilometri da percorrere dopo essere tornato da un viaggio di 11 mila durato due anni. Sfortunatamente quell’uomo che sembrava essere stato “creato per trionfare su privazioni e pericoli” trovò la morte a seguito delle infauste cure a cui si sottopose per guarire dei crampi allo stomaco dovuti forse a un’intossicazione alimentare. Il nostro eroe non era riuscito a spingersi oltre a Il Cairo.

Mappa del fiume Niger

Immagine condivisa via Wikimedia Commons con licenza CC BY-SA 3.0

Nemmeno il terzo volontario ebbe maggiore fortuna: di Daniel Houghton, ex soldato irlandese, si perse ogni traccia nel 1791, ad un anno dalla sua partenza.

Mungo Park

Tuttavia per il successo non si sarebbe dovuto attendere ancora molto: il quarto candidato si sarebbe presto messo in viaggio. Nonostante gli incredibili pericoli corsi, Mungo Park riuscì infatti a raggiungere il Niger e a fare ritorno in patria sano e salvo.

Mungo Park

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Durante il suo viaggio Park si ammalò di malaria e fu fatto prigioniero dal crudele sovrano del Ludamar (luogo dove scoprì essere morto Houghton).

Dopo aver subito numerose minacce di morte, nonché umiliazioni, l’esploratore riuscì a fuggire e ad arrivare alla sua prima meta: la sorgente del grande fiume Niger. Da qui proseguì per Ségou, capitale della Nazione Bambara e città di grande “civiltà e magnificenza”, senza tuttavia riuscire ad ottenere dal sovrano Masong l’autorizzazione ad entrare. Park cercò quindi ospitalità in un villaggio vicino, ospitalità che i diffidenti abitanti si rifiutarono tuttavia di fornire. Solo la pietà di una donna di ritorno dai campi lo salvò da una notte all’addiaccio, alla mercé delle bestie feroci.

Le figlie della padrona di casa intonarono anche una canzone in onore dell’ospite, il quale, comprensibilmente si commosse:

“Il vento urlava e cadeva la pioggia; debole e stanco, il povero uomo bianco è venuto a sedersi sotto il nostro albero; non ha una mamma che gli porti il latte né una moglie che gli macini il grano. Ritornello: Compatiamo l’uomo bianco una mamma lui non ha”.

Tracciato delle due spedizioni di Mungo Park sul Niger

Immagine di Jens Nachtigall via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

A seguito di questi eventi Park proseguì fino a raggiungere Silla dove ottenne preziose informazioni su quella che sarebbe dovuta essere la sua meta finale: la leggendaria Timbuctù. La pericolosità del viaggio e la prospettiva di portarsi nella tomba tutte le scoperte faticosamente conquistate indussero tuttavia l’esploratore a iniziare il viaggio di ritorno. Park nel 1797, a due anni e sette mesi dalla sua partenza, sbarcò a Falmouth facendo ritorno nel Regno Unito.

René Caillié

2 Luglio 1816 – La fregata Méduse naufraga al largo del Senegal; alle scialuppe di salvataggio l’arduo compito di portare al sicuro i membri dell’equipaggio. Ma non tutti sono così fortunati da riuscire a trovare posto, anzi. Ben 147 persone saranno relegate su una zattera di fortuna. Soltanto 15 di loro sarebbero sopravvissute e tra queste c’è René Caillié, di appena 16 anni.

René Caillié, olio su tela – 1830 circa

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Il ragazzo, figlio di un detenuto e orfano dall’età di 11 anni, aveva preso parte a quello sfortunato viaggio dopo essere scappato di casa con l’intento di esplorare il continente africano. In seguito il giovane rischiò nuovamente la vita dopo essersi unito ad una carovana destinata a portare rifornimenti ad una spedizione inglese. La compagnia infatti non affrontò il viaggio del deserto con sufficienti scorte di acqua e molti dei suoi componenti, disperati, furono costretti a bere la propria urina. Lo stesso Caillié sopravvisse a febbre e disidratazione riuscendo miracolosamente a fare ritorno a Parigi.

Disavventure di questo genere avrebbero fatto tentennare chiunque dai propri propositi di esplorazione. Non Caillié, che evidentemente possedeva una determinazione fuori dal comune. Non soltanto sarebbe ripartito alla volta del continente nero, ma lo avrebbe fatto da solo. Convinto del fatto che nei precedenti viaggi aveva rischiato la vita per via dell’incompetenza dei propri superiori, decise di organizzare lui stesso una spedizione.

Gli Inglesi avevano tentato l’esplorazione dell’Africa contando sulla propria potenza militare ed economica, mentre Caillié, uomo di umili origini, fece invece affidamento unicamente sul proprio ingegno. Il francese programmò quindi di fingersi un egiziano povero in viaggio verso Alessandria. Allo scopo di rendere credibile la propria copertura si preparò per tre anni, imparando l’arabo e studiando i testi sacri dell’Islam.

René Caillié in abito arabo

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La copertura si sarebbe rivelata preziosa: un poveretto, specie se musulmano, non era certo una preda appetibile per i predoni. Caillié, grazie alla sua astuzia, riuscì quindi a raggiungere la propria destinazione arrivando nella leggendaria Timbuctù.

La casa in cui René Caillié visse a Timbuctù, come era visibile nel 1905

Immagine di pubblico dominio, opera del fotografo Edmond Fortier

Le recenti spedizioni britanniche, costate l’astronomica cifra di 750.000 sterline, erano fallite miseramente. Caillié invece aveva raggiunto la meta contando unicamente sulle proprie forze, e aveva destinato poi la ricompensa ottenuta (10.000 franchi) dalla Société de Géographie alla sorella, che viveva in povertà. René Caillié fu quindi il primo europeo dai tempi di Leone l’africano (XVI sec.) a raggiungere Timbuctù e fare ritorno a casa sano e salvo.

Vista panoramica di Timboctù – 1860 circa

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Alexander Gordon Laing

Un paio d’anni prima un altro esploratore era riuscito a raggiungere la città, venendo tuttavia assassinato durante il viaggio di ritorno.

Alexander Gordon Laing aveva intrapreso la carriera militare, ottenendo la carica di maggiore nell’esercito inglese. Nonostante fosse, a detta di Sir Charler Turner, suo ufficiale in comando durante la stanza in Sierra Leone, “un individuo incauto e poco virile” Laing riuscì ad ingraziarsi Lord Bathurst, ministro della guerra e delle colonie, che lo pose a capo della missione Timbuctù. A differenza di Caillié, Laing non aveva alcuna intenzione di celare la propria identità, né tantomeno di fingersi musulmano per nascondere la sua reale fede.

Alexander Gordon Laing

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Un atteggiamento tanto imprudente finì quindi per complicare un viaggio già di per sé colmo di insidie. Shaykh Babani, mercante di schiavi e guida di Laing verso Timbuctù, avrebbe reso la vita dell’esploratore molto difficile. Babani, “un tipo imbelle, tranquillo e innocuo” per Laing , “una delle persone più squisite che avessi mai visto, dal carattere estremamente mite e un volto amabilissimo”, secondo il console britannico a Tripoli Hanmer Warrington, in realtà consegnò l’esploratore inglese ad un gruppo di predoni Tuareg, i quali lo sorpresero nella notte colpendolo con 24 coltellate.

Laing, gravemente ferito ma miracolosamente vivo, riuscì comunque a percorrere i 640 chilometri che lo separavano dal territorio dello sceicco Sidi Muhammad, guadagnandosi la protezione di quest’ultimo. Sfortunatamente le sventure del povero Laing erano tutt’altro che concluse. Durante il suo periodo di permanenza nella zona, un morbo simile alla febbre gialla colpì la popolazione locale mietendo molte vittime, tra le quali appunto il generoso sceicco. Lo stesso esploratore fu colpito dalla malattia, riuscendo tuttavia a sopravvivere.

Riva del Niger vicino a Timboctù

Immagine di pubblico dominio, opera del fotografo Edmond Fortier

Le condizioni di salute di Laing erano precarie, la strada da percorrere ancora lunga e abitata da popolazioni ostili ai “visitatori” europei. Eppure, nonostante i numerosi avvertimenti ricevuti dal primogenito di Sidi Muhammad, l’esploratore fu irremovibile: bisognava arrivare a destinazione.

Laing credeva da tempo di essere un predestinato e l’esser sopravvissuto a tutte le sciagure che gli erano capitate fino a quel momento non aveva fatto altro che rafforzare la propria convinzione. Grazie a una determinazione che rasentava la follia Laing arrivò a Timbuctù, di fatto il primo europeo in grado di raggiungere la città ed inviare un resoconto in patria.

La casa di Gordon Laing a Timbuctù

Immagine di upyernoz via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

Il prezzo da pagare per un’impresa tanto coraggiosa sarebbe stato tuttavia altissimo: durante il viaggio di ritorno deviò nel deserto al fine di evitare l’ostilità degli uomini del Re musulmano Lobbo, ma qui trovò la morte, probabilmente per mano della sua nuova guida e dei suoi servi.

Bibliografia: C. English, Ladri di libri a Timbuctù – Mondadori Libri S.p.a; Milano; 2017