Immaginate un castello immerso in un bosco, tetro.
Tutto intorno, maestose querce che si abbandonano al canto del vento, mentre il freddo, pungente e ostile, penetra negli anfratti del palazzo, percorrendo corridoi e sale immense, illuminate solo dalle flebili fiammelle di alcuni candelabri.
L’avete immaginato? Bene.
Di colpo, quel canto spettrale si interrompe: uno sparo, poi un altro, inesorabili!
Da lontano rumore di passi che si avvicinano, e sguardi spaventati a chiedersi cosa diamine sia successo. Infine, la porta che si spalanca sull’orrore: due corpi senza vita, un mistero e una sola domanda: perché?
“Suicidio congiunto” si dirà. Forse. Sì, perché la verità dietro questa tragedia sarà oggetto di speculazioni per quasi un secolo, dando luogo a uno dei cold cases più intricati della storia della monarchia.
A renderlo un caso di True Crime antelitteram vi sono parecchi elementi: un amore clandestino, un cadavere fatto sparire, lo spettro della malattia mentale e il sospetto di un complotto politico.
E a tornarmi alla mente è un verso di una canzone dei Joy Division:
“… quando la routine morde forte, le ambizioni sono basse e i risentimenti guidano alti / Allora l’amore, l’amore ci farà a pezzi…” un evergreen quando le emozioni tirate in ballo ci parlano di passioni incomprese e sentimenti soffocati.
Quella che vi sto per raccontare oggi, infatti, è anche una delle storie d’amore più cupe e nefaste di sempre; una vicenda che farebbe impallidire persino uno scrittore di Dark Romance di oggi. È la tragica love story tra il principe ereditario Rodolfo D’Asburgo Lorena e la sua giovane amante, Maria Vetsera.

La nostra storia si svolge sotto l’Impero Austro-Ungarico che, alla fine del XIX secolo, è governato dalla dinastia degli Asburgo ed è uno degli stati più potenti e vasti d’Europa.
Nonostante la sua grande influenza, esso è attraversato da profonde tensioni interne: la sua struttura multietnica, caratterizzata da una vasta gamma di nazionalità, lingue e culture, rende la gestione del governo imperiale estremamente complicato.
Il compromesso austro-ungarico del 1867 aveva creato una monarchia cosiddetta “duale”, con Austria e Ungheria come due entità separate, sotto il dominio di un unico sovrano, l’imperatore Francesco Giuseppe.
Nonostante la stabilità apparente, garantita dal lungo regno di quest’ultimo, la fine del secolo è però caratterizzata da crescenti movimenti nazionalisti, specie tra i popoli slavi che chiedono, quando va bene, maggiore autonomia, quando va male, addirittura l’indipendenza dall’Impero. Inoltre l’Austria è minacciata dell’espansione della Prussia a nord e della Russia a est, con cui si contende l’influenza sui Balcani.
Ed è qui che entra in scena il primo tragico protagonista di questa storia, l’arciduca Rodolfo, figlio dell’imperatore Francesco Giuseppe e dell’imperatrice Elisabetta di Baviera – meglio conosciuta come Sissi.

Rodolfo d’Asburgo-Lorena, arciduca d’Austria e principe ereditario della Corona d’Austria, d’Ungheria e della Boemia, nasce il 21 agosto 1858, in un momento in cui l’Impero asburgico sta attraversando una fase di profonda trasformazione.
Francesco Giuseppe, noto per il suo rigido conservatorismo, governa con mano ferma, stando ben attento a mantenere uno stato fortemente centralizzato, attraverso l’operato di un esercito efficiente e di una burocrazia impeccabile; tuttavia, la crescente domanda di riforme e la pressione dei movimenti nazionalisti minano le fondamenta dell’impero già da diverso tempo.
È in questo “caos calmo”, per dirla alla Veronesi, che Rodolfo si trova a crescere come erede al trono, destinato a succedere a un padre con in quale non condividerà la stessa visione politica.
L’infanzia dell’arciduca è caratterizzata da un’educazione rigida e solitaria. Come da consuetudine per i membri di una famiglia reale, viene separato presto dalla madre per essere affidato a tutori e precettori scelti, in modo da forgiarlo per il delicato ruolo che dovrà ricoprire.
Ma un’educazione tanto severa non si adatta per niente al carattere sensibile di Rodolfo. A differenza di suo padre, che è il ritratto dell’autorità e del dovere, egli si dimostra molto più sensibile, e incline allo studio della storia, delle scienze, delle discipline diplomatiche e delle arti.
Molti storici hanno sottolineato come l’influenza della madre Elisabetta, una donna dal carattere sfuggente, insofferente e anticonformista, abbia avuto un impatto drammatico sulla crescita del giovane arciduca.
La principessa Sissi, famosa per la sua ossessione per la bellezza e l’avversione nei confronti delle etichette, sin dal suo arrivo a corte aveva cercato disperatamente rifugio nelle proprie passioni, come la poesia e i viaggi, trascurando i doveri imperiali e famigliari.
E Rodolfo era diventato una delle vittime del comportamento evitante e apparentemente indifferente di Elisabetta. Questa forte distanza emotiva tra madre e figlio, aveva generato una frattura insanabile, instillando in Rodolfo la necessità di sviluppare un temperamento particolarmente ribelle rispetto alle aspettative dei suoi e dell’intera corte.
A partire dalla prima adolescenza, Rodolfo è sottoposto a una rigida educazione militare, come nella miglior tradizione asburgica. L’obiettivo è quello di fare di lui un leader, attraverso addestramenti quotidiani alle arti della guerra e allo studio delle strategie belliche; ma il giovane arciduca, lo abbiamo detto, si mostra molto più affascinato dallo studio e dalla politica internazionale, diventando un forte sostenitore del progresso scientifico e delle riforme sociali, attitudini in forte contrasto con il conservatorismo della corte viennese.
L’arciduca mostra anche un fortissimo interesse per le scienze naturali, come dimostrano i numerosi scritti a lui ricondotti, ovvero le decine di lettere scambiate con intellettuali e scienziati del suo tempo; ad esempio, studia con grandissima passione l’ornitologia e la zoologia, anche se il suo vero interesse resta la politica europea, a cui partecipa con attenzione. Rodolfo, infatti, sostiene apertamente i movimenti più liberali, suggerendo una maggiore autonomia per le diverse nazionalità dell’Impero, e la modernizzazione dell’intero sistema politico.
Inutile sottolineare come le sue posizioni lo portino in continuo conflitto con suo padre, che vede in lui una minaccia all’ordine costituito. Francesco Giuseppe, fortemente contrario a qualsiasi proposta volta a un indebolimento dell’autorità centrale, considera le idee di quel ragazzo sui generis, estremamente pericolose. Questa divergenza di vedute non fa altro che peggiorare e, nel corso degli anni, contribuisce a isolare ancora di più l’arciduca dal contesto imperiale.
Quindi cosa fa Rodolfo, per non pensarci? Beve, frequenta le case di piacere e tutti quei luoghi che, un principe ereditario come lui, non dovrebbe neanche vedere con il binocolo!
Col tempo diventa un giovane uomo colto e affascinante, seppur un pochino sopra le righe; non ci mettono molto i suoi a combinargli un bel matrimonio con un’aspirante testa coronata: si tratta di Stefania del Belgio, figlia di re Leopoldo II, che avrebbe dovuto rafforzare l’alleanza tra le due nazioni. I due convolano a nozze nel 1881 ma l’unione si rivela presto infelice: Rodolfo e Stefania non condividono né interessi né stili di vita e, quel che è peggio, lei non riesce a concepire un figlio maschio, dopo aver dato alla luce, nel 1883, la loro prima bambina, Elisabetta Maria, mentre lui continua a frequentare assiduamente altre donne, dalle quali, si pensa, possa aver contratto quella gonorrea che avrebbe causato la sterilità di sua moglie.

Inoltre Stefania è donna austera e riservata, mentre Rodolfo cerca costantemente contatto, comprensione e stimoli, intellettuali e carnali. Così le fragili speranze in un miglioramento del loro rapporto, sfumano, e Rodolfo si allontana sempre di più dalla sua famiglia.

Il tempo passa ma le tensioni tra padre e figlio aumentano ancora.

Siamo negli anni ottanta dell’Ottocento e Rodolfo, profondamente insoddisfatto del rigido sistema politico dell’Impero, inizia a sostenere l’idea di una monarchia costituzionale, in cui il potere del sovrano venga limitato da un parlamento eletto.
Opinione, ancora una volta, in netto contrasto con le idee di Francesco Giuseppe che non tollera alcuna deviazione sulla sua politica.

La frustrazione e il senso di impotenza di Rodolfo, crescono, alimentando il peggioramento della sua già delicata condizione psichica. L’arciduca soffre infatti di un male oscuro, quello che oggi chiamiamo depressione e che, all’epoca, veniva più prosaicamente definita “melanconia”. Questo stato d’animo lo porterà ben presto a un crescente distacco dalla realtà e a una serie di comportamenti autodistruttivi.

Rodolfo cerca spesso di sfuggire alla realtà opprimente che lo circonda, attraverso viaggi ed esperienze al limite. E quando non frequenta le case di piacere o qualche altra giovane e avvenente donna, trascorre il suo tempo in esplorazioni e studi, alla costante ricerca di una temporanea evasione dalla vita quotidiana, oppure sballandosi con sostanze psicotrope.

Come sua madre Sissi, l’arciduca è dominato da un fortissimo desiderio di libertà e indipendenza che si scontrano con le limitazioni imposte dal suo ruolo di principe ereditario. Queste tensioni, questi forti contrasti tra quello che avrebbe voluto essere e quello che ci si aspettava da lui, contribuiscono ulteriormente al suo senso di oppressione e di frustrazione.

Il malessere di Rodolfo, comunque, non è solo il risultato delle pressioni esterne, ma riflette anche una condizione cronica, un disagio affiorato già durante l’adolescenza, i cui segni sono stati, molto probabilmente, ignorati. Questi sintomi includono, oltre alla tristezza persistente, una totale mancanza di speranze e un’eccessiva difficoltà nel trovare appagamento nelle attività quotidiane.

Le sue lettere personali e i suoi diari offrono uno sguardo intimo nella sua psiche, esprimendo un senso di vuoto generale e una totale mancanza di riferimenti. Rodolfo, inoltre, soffre di insonnia e vive costanti sensazioni di DEREALIZZAZIONE, un sintomo dissociativo di personalità. Insomma, tutti aspetti che indicano un quadro clinico complesso e molto preoccupante.

E arriviamo al 1889, anno in cui il nostro bizzarro arciduca incontra la donna che lo condurrà dritto dritto “alla follia”. Si tratta della seconda, tragica protagonista della nostra crime story.

Marie Alexandrine Freiin von Vetsera, più semplicemente conosciuta come Maria Vetsera, o Mary Vetsera, nasce il 19 marzo 1871 a Vienna, in una famiglia aristocratica di origini greche e austriache. Suo padre, il barone Albin Vetsera, è un diplomatico austriaco di origini boeme, mentre sua madre, Elena Baltazzi, appartiene a una ricca famiglia di banchieri greci di origini italiane, trapiantati a Vienna.

Fin da giovanissima, Maria si ritrova immersa in un mondo fatto di lussi e privilegi: frequenta le migliori scuole e partecipa agli eventi mondani più esclusivi della città. La ragazza viene descritta come una giovane affascinata dalle storie romantiche, appassionata di avventure, e con un animo inquieto, esattamente come il suo futuro amante. Questa sensibilità, insieme alla sua bellezza, definita dai suoi stessi contemporanei “straordinaria”, la portano a diventare presto una delle donne più desiderate dai giovanotti che frequentano i salotti dell’alta società viennese.
Tuttavia a causa della mancanza, nel suo albero genealogico, di personaggi appartenenti a grandi casate, Maria non sarebbe destinata a far parte della vera élite che conta. A questo ci penserà sua madre, che aspira a un ruolo di maggiore visibilità non solo per lei ma per tutti i suoi ragazzi.

Elena è infatti una donna molto ambiziosa, soprattutto riguardo al destino dei suoi figli: mira a introdurli il prima possibile negli ambienti che contano, con l’intenzione, magari, di sistemarli con un qualche membro della famiglia imperiale.

Per questa ragione, quando la sua “bambina” inizia a frequentare Rodolfo, nonostante l’arciduca sia sposato e abbia una figlia, con la nonchalance che da sempre la contraddistingue, la donna ignora quel piccolo dettaglio.
Quando Maria e Rodolfo si incontrano, in occasione di uno degli esclusivi banchetti organizzati dalla nobiltà viennese, tra i due scatta immediatamente un’attrazione inarrestabile.

Ma non è la prima volta che la ragazza si trova a cospetto dell’affascinante arciduca; quello che Rodolfo non sa, infatti, è che Maria lo aveva puntato già diversi anni prima; era successo che le famiglie si fossero incontrate in occasione di un ricevimento mondano, solo che lui la Vetsera non se l’era minimamente filata poiché, all’epoca, il suo aspetto era ben lungi da quella scollatura generosa che adesso si ritrovava davanti, e che da sola diceva tutto.
All’epoca, infatti, Maria aveva, più o meno, sugli 8-9 anni. Ma adesso che di anni ne ha 17, le cose cambiano.
Adesso, Maria è una giovane donna di straordinario fascino; la sua avvenenza, combinata alla sua educazione aristocratica e al suo spirito sognatore e romantico, la rende, agli occhi di Rodolfo, una figura angelica e dannatamente seducente.
Per Maria, sin da quel primo incontro, Rodolfo rappresenta l’incarnazione del romanticismo e della ribellione: un principe tragico, incompreso e intrappolato in un mondo di rigide convenzioni.

Nonostante la differenza di età – l’arciduca nel 1889 ha 31 anni – i due si abbandonano alla passione sfrenata.
Iniziano così a frequentarsi di nascosto. Rodolfo, in quanto erede al trono, è costantemente sorvegliato, e la sua posizione non gli permette di avere una relazione extraconiugale tanto in vista. Perché in realtà dei due amanti tutti sanno, anche la stessa Stefania, che non può fare altro che ingoiare l’ennesimo boccone amaro.
Rodolfo, sempre più stanco delle convenzioni di corte, riversa nelle sue relazioni “poliamorose” tutto se stesso. La passione per Maria, però, sembra essere un qualcosa di più profondo, per certi versi speciale, e per questa ragione si consolida, alimentata dal carattere romantico di lei e dal senso di disperazione di lui, che trova nella giovane donna disposta a condividere, non solo i suoi ideali politici ma anche la sua totale visione del mondo, una perfetta complice e compagna.
Pur essendo profondamente romantico, sul loro amore incombe anche una grossa ombra scura, figlia dei problemi mentali di Rodolfo e dell’incapacità di Maria di dire di no a ogni sua insana proposta. Oppresso ormai dalla sua fragile condizione mentale, presto Rodolfo inizia a contemplare l’idea di potersi finalmente liberare da tutta quella sofferenza con il cosiddetto “estremo sacrificio”.
E Mary si lascia ben presto trascinare nell’abisso, tra desideri e rivelazioni oscure, rabbia ed eccitazione, pianti e euforia, e chi più ne ha più ne metta.

È il momento di un paio di antefatti. Come si apprende da una lettera scritta il 13 gennaio 1889 da Maria all’amica Hermine, i due amanti trascorrono una notte infuocata animata da tormenti e passione, a seguito della quale lui le regala un anello in ferro con incise le iniziali che compongono la frase “Uniti nell’amore fino alla morte…”. E, molto probabilmente, le chiede di farla finita assieme. Questa teoria sarebbe confermata dall’episodio con Mitzy Kaspar, una donna a cui Rodolfo aveva fatto la stessa macabra proposta. Attrice e prostituta d’alto bordo, la Kaspar non si limitava certo al ruolo di semplice accompagnatrice per l’arciduca ma era una delle sue amanti più considerate. Quando l’uomo gli aveva chiesto di morire insieme, lei non solo aveva rifiutato ma era andata a denunciare il fatto alle forze dell’ordine. A quel punto Rodolfo aveva dirottato le sue funeste intenzioni su Maria.
E arriviamo così alla notte della tragedia.

La tragedia di Mayerling
Il fattaccio di Mayerling, avvenuto il 30 gennaio 1889, sarà destinato a essere considerato, per oltre un secolo, uno degli avvenimenti più drammatici e ambigui della storia dell’Impero Austro-Ungarico.
La mattina del 29 gennaio 1889, Rodolfo comunica alla sua famiglia di non sentirsi tanto bene e di non essere nelle condizioni per partecipare a una delle tante cene ufficiali organizzate a corte. Se fosse per via della notte bollente trascorsa con Mitzy Kaspar, non ci è dato da sapere.

Sappiamo però che, quel pomeriggio, Rodolfo si vede con Mary, e assieme decidono di recarsi al padiglione di caccia degli Asburgo a Mayerling, località situata nella boscosa regione del Wienerwald, a sud-ovest di Vienna.
Alla fine del XIX secolo, Mayerling è una delle residenze estive preferite della famiglia imperiale asburgica; il palazzo, costruito in uno stile architettonico sobrio ed elegante, rappresenta, soprattutto per l’erede al trono, il rifugio ideale dalle pressioni e dalle responsabilità di corte.
Il castello, infatti, non solo è molto isolato e gode di una vista incantevole sui boschi, ma è soprattutto ben attrezzato per ospitare l’imperatore e la sua famiglia, ospiti illustri, o amici in cerca di relax o svago.
Non si sa precisamente cosa accada quella sera, né cosa abbiano fatto nel dettaglio i due amanti.
Quel che è certo è che il mattino seguente è prevista una battuta di caccia, a cui avrebbero dovuto partecipare Rodolfo, il principe Filippo di Sassonia Coburgo Gotha e il conte Joseph Hoyos. I piani prevedono che i due ospiti arrivino presso la residenza dell’arciduca di mattino presto. Ma intorno alle prime luci dell’alba della mattina del 30 gennaio, i servitori sentono un rumore dalla natura sospetta. Che dico sospetta: inequivocabile! Si tratta infatti di un colpo d’arma da fuoco.
Intanto gli ospiti giungono a palazzo, e nemmeno il tempo di entrare che vengono immediatamente trascinati in una morsa di apprensione e angoscia: si è sentito un colpo e l’arciduca non risponde alla chiamata. Completamente nel pallone, i presenti si affrettano a raggiungere gli appartamenti di Rodolfo. Intuendo il peggio, gridano ancora una volta il suo nome ma continuano a non ottenere risposta.
Tentano di sfondare la porta, senza riuscirci. Avvilito, uno dei domestici, corre a recuperare un oggetto contundente, forse un martello, e inizia a scardinare la serratura. Sono attimi concitati. Quando finalmente la porta si apre, la visione è agghiacciante: nella penombra, ci sono i cadaveri di Rodolfo e Maria. Il primo è seduto sulla poltrona accanto al letto, col busto riverso in avanti e parecchio sangue a colargli dalla bocca. A pochi centimetri da lui, il corpo della sua nota amante, sdraiata sul letto con le mani giunte sul grembo, quasi stesse dormendo.
Ma non sta dormendo: è morta. Sono morti entrambi, e di sicuro deve essere successo qualcosa di terribile. I presenti sono talmente sconvolti che quasi non notano che, sul comodino accanto al letto, ci sono due lettere. La calligrafia è quella di Rodolfo e i destinatari sono sua madre Elisabetta e sua moglie Stefania. La prima missiva verrà distrutta dalla stessa Sissi, e nessun testimone sarà mai in grado di riportarci il suo contenuto. La seconda, invece, è sopravvissuta:
“Cara Stefania, adesso sei liberata dal fastidio della mia presenza. Sii felice a modo tuo. Abbi cura della povera piccola. Lei è tutto quello che resta di me. Io vado serenamente incontro alla morte che sola può salvare l’onore del mio nome. Ti abbraccio affettuosamente, Rodolfo.”

Ma cos’è successo realmente quella notte a Mayerling?
Dovete sapere che, alla fine degli anni trenta del novecento, è stata pubblicata una biografia molto dettagliata sulla principessa Sissi scritta da Egon Caesar, conosciuto come Conte Corti, in cui si parla abbondantemente di quella giornata, o almeno di quello che sarebbe successo immediatamente dopo la scoperta dei due cadaveri. Questa preziosa testimonianza ci offre, oltre ad una convincente versione dei fatti, anche una delle prime tesi formulate da chi, i due amanti, li conosceva bene. Mi riferisco alla coppia imperiale.
Il conte Corti aveva infatti avuto la fortuna di visionare parte dei diari dell’arciduchessa Maria Valeria, la più piccola dei figli di Francesco Giuseppe e Elisabetta, pubblicati diversi anni dopo la sua morte dapprima in Austria, e in seguito in tutto il mondo, ad oggi una delle più importanti testimonianze sulla vita di sua madre.
Secondo la figlia prediletta, pare che Sissi stesse seguendo una delle sue lezioni di greco quando, all’improvviso, si era vista arrivare, di corsa e palesemente sconvolto, il ciambellano di corte; quest’ultimo era stato appena informato della tragedia dalla dama di corte di Sissi, che era stata informata a sua volta proprio dal conte Hoyos, ricordate? Lo stesso che doveva partecipare alla famosa battuta di caccia presso la residenza di Mayerling e che, intanto, si era fatto qualche ora di viaggio nella paranoia più nera, sull’unico treno che da Trieste, e passando per il Wienerwald, lo avrebbe condotto nella capitale austriaca, assieme all’ingrato compito di riferire l’accaduto alla famiglia imperiale.
Il ciambellano aveva quindi informato la principessa della morte di suo figlio. Sissi, preda della disperazione, a stento era riuscita a comunicare la notizia all’imperatore. Successivamente erano state informate prima la sorella di Rodolfo, Maria Valeria, e infine la baronessa Vetsera, che era già parecchio allarmata, visto che la figlia mancava da casa dalla mattina del 28 gennaio.
Ed è qui che Sissi sgancia la bomba: Mary ha avvelenato Rodolfo!
Si, perché pare che i coniugi imperiali, inizialmente, siano convinti che Maria abbia voluto ammazzare il suo amante perché non poteva averlo.
Peccato che, sul cranio, Rodolfo avesse un foro di proiettile grosso quanto una buca da golf, ragion per cui, nelle famose foto che lo ritraggono sul letto di morte, l’arciduca indossa una grossa benda bianca a fasciargli il capo a più tornanti, e quasi fino agli occhi.
Probabilmente, i due stanno cercando un modo per far passare la morte del loro congiunto come un fatto indipendente dalla sua volontà, per salvaguardare il buon nome degli Asburgo; quindi si era partiti dall’avvelenamento per mano dell’amante, per passare dall’ictus cerebrale, fino ad arrivare all’arresto cardiaco, finché non si erano dovuti rassegnare all’ipotesi più logica, ovvero quella dell’omicidio/suicidio. Anche perché di avvisaglie, lo abbiamo detto, ce n’erano state, e parecchie.
Dalla scena del crimine e dalle prove ritrovate sul luogo della tragedia pare, infatti, che Rodolfo si sia proprio sparato un colpo in testa, ma solo dopo aver ucciso la sua amante. E qui sorge il primo problema: il proiettile ritrovato è uno, e anche i domestici presenti a palazzo quella mattina, dichiareranno di aver udito soltanto uno sparo.
Gli investigatori però sono sempre più convinti: Rodolfo ha ucciso Maria, in preda alla disperazione per il fatto che nessuno intorno a lui vedesse di buon occhio quella relazione. Non fa una piega.
Uno dei membri dell’entourage di Francesco Giuseppe racconta, inoltre, di un inquietante colloquio tra padre e figlio avvenuto la sera prima del fatto, in cui Rodolfo avrebbe annunciato all’imperatore di voler passare un paio di giorni con la sua amante e che, se glie l’avessero impedito, si sarebbe ammazzato. Altre fonti vicine alla famiglia imperiale avrebbero invece sostenuto che l’arciduca aveva intenzione di comunicare al padre la sua volontà di divorziare da Stefania, per poter finalmente essere libero di frequentare chi voleva.
Ad ogni modo e per tutta risposta, in entrambi casi il sovrano avrebbe sentenziato, lapidario: “Fallo! Così dimostrerai finalmente di che stoffa sei fatto!” Una reazione che definire desolante è riduttivo, fossero avvenuti davvero questi colloqui.
La stampa, nel frattempo, se ne guarda bene dal divulgare notizie che possano infangare il buon nome degli Asburgo, e la famiglia imperiale resta ancora più sulle sue, contribuendo a ispessire l’alone di mistero intorno alla vicenda.
Pensate che vi è talmente tanta apprensione che il corpo di Maria viene caricato, in fretta e furia, su una carrozza, con un sacco sulla testa, per non renderla riconoscibile, e un bastone di legno a tenerle dritta la schiena, per far si che sembrasse viva e vegeta, per poi essere trasportata presso il piccolo cimitero di un comune vicino, dove viene sepolta clandestinamente e in malo modo.
L’arciduca, invece, è celebrato con tutti gli onori del caso anche se, per via del presunto suicidio, non avrebbe avuto il diritto a ricevere un funerale religioso né una degna sepoltura nella cripta di famiglia.
A risolvere lo spiacevole imprevisto ci penserà l’imperatore Francesco Giuseppe, che riuscirà a ottenere una deroga speciale dal Papa in persona, al quale riuscirà a dimostrare che il figlio aveva agito in preda a una sorta di delirio psichico, causato proprio dal suo stato confusionale. Così l’arciduca troverà la sua dimora eterna nella prestigiosa cappella imperiale, dove tutt’ora riposa.

Matteo

La storia che ha raccontato Daria è estremamente interessante, e tanti di voi forse la conoscevano già, per sommi capi. Adesso è il momento di capire quali siano le ipotesi riguardo ciò che davvero avvenne in quel giorno funesto, che se vogliamo cambiò i destini dell’Europa perché venne a mancare l’erede al trono naturale di Francesco Giuseppe, che dovette rivolgere le proprie attenzioni a Francesco Ferdinando il quale finì male a Sarajevo, dando il via alla prima guerra mondiale. Daria quali sono le teorie principali?

Daria

LE DIVERSE TEORIE
Il suicidio concordato
Un gesto romantico e disperato, quindi: Rodolfo, oppresso dalla solitudine, dall’infelicità coniugale e dall’incapacità di realizzare le sue ambizioni politiche, avrebbe scelto di morire e di portare con se l’unica persona di cui si fidava ciecamente, l’unica che per lui avrebbe fatto qualunque cosa. Questa teoria sembra molto coerente anche con la personalità di Mary, ossessionata da un’idea romantica e tragica dell’amore.

Il complotto politico
Intanto, nei corridoi dei palazzi, per le strade di Vienna, la gente parla, parla e ipotizza le teorie più controverse. Come quella che vede Rodolfo assassinato da qualche rappresentante dell’ala più conservatrice dell’impero, per via delle sue “larghe vedute”.
Come già accennato all’inizio di questa storia, l’arciduca aveva visioni particolarmente progressiste che, spesso, lo portavano a scontrarsi con molti membri della corte, compreso suo padre. Diversi anni dopo, ad alimentare i sospetti su questa possibilità, ci penserà Zita di Borbone Parma, moglie di Carlo I d’Austria, successore di Francesco Giuseppe, che continuerà a sostenere la tesi del complotto politico.
Volendo assecondare questa teoria, Mary sarebbe stata una vittima innocente di queste macchinazioni, uccisa solo per evitare che potesse parlare.

Il tentativo di aborto clandestino finito in tragedia
Quasi un secolo dopo, in un libro pubblicato nel 1980 dal dottor GHERD Holler dal titolo “Mayerling – La clamorosa soluzione del dramma d’amore e di morte, che sconvolse la corte d’Asburgo” l’autore, nell’analizzare gli aspetti clinici e più propriamente scientifici della vicenda, affermerà che la Vetsera potesse essere addirittura in stato interessante.
E che, per evitare lo scandalo, avrebbero deciso di farla abortire clandestinamente, soluzione che avrebbe determinato una forte emorragia della ragazza a seguito della quale Rodolfo, preda dei sensi di colpa, si sarebbe ammazzato.
Dalle lettere di Rodolfo sappiamo che era nelle sue intenzioni morire “per il suo buon nome” e la fine di un essere vivente, per giunta la sua amante, per giunta per mano sua, sarebbe stata più che sufficiente a scatenare il raptus di follia che lo avrebbe portato a spararsi un colpo in testa. Ma il fatto che la coppia si frequentasse da troppo poco tempo, aveva contribuito alla nascita di molti dubbi circa questa possibilità.
Comunque, secondo il dottor Holler, Rodolfo quella sera avrebbe applicato, di suo pugno, un catetere nella vagina della sua amante, con lo scopo di provocare la morte del feto. Quello che non sapeva è che lo strumento avrebbe potuto recare danno anche a lei, rischiando di causarle un’emorragia interna che, coi rimedi inesistenti di allora, l’avrebbe condotta a morte certa.
Inoltre l’autore del libro sottolinea il fatto che, sulla scena del crimine, fosse stata trovata una sola pallottola, quella con cui si era sparato Rodolfo, e che non vi fossero sul cadavere di Mary evidenti segni di una ferita d’arma da fuoco.
La stessa versione data da Hoyos e dai presenti all’epoca dei fatti.
Le testimonianze secondo cui il letto in cui era stato ritrovato il corpo della Vetsera fosse imbrattato di sangue all’altezza del bacino, avrebbe confermato la tesi di Holler, ovvero quella di una morte per emorragia. Che, nell’ipotesi di voler nascondere una gravidanza indesiderata per non incorrere in conseguenze penali oltre che religiose, avrebbe rappresentato una valida tesi per la risoluzione del caso.

La Possibile Influenza di Malattie Mentali e Fisiche
Un’altra spiegazione ipotizza che Rodolfo abbia posto fine alla sua vita e a quella della sua amante in un raptus di follia pura, proprio a causa dei disturbi psichici di cui soffriva, come quelli causati dall’effetto della sifilide. Questa infezione, nelle fasi avanzate, può causare gravi problemi neurologici, come allucinazioni, deliri, confusione, disforia e acatisia.
Ma alcune lettere d’addio, trovate tra gli effetti personali della ragazza, confermerebbero la sua intenzione di seguire l’arciduca nell’aldilà. Una in particolare, destinata alla baronessa Helena, è la testimonianza lampante della sua volontà di farla finita. È stata ritrovata, pensate, nel caveau di una banca viennese a ben 126 anni di distanza dal fatto, quindi nel 2015.
Recita così:
“Cara mamma, perdonatemi per ciò che ho fatto. Non ho potuto resistere al mio amore. D’accordo con lui, voglio essere sepolta accanto a lui nel cimitero di Alland. Sarò più felice nella morte che nella vita. Vostra Mary”

L’eredità della tragedia e le nuove scoperte sul caso Mayerling
La morte di Rodolfo e Maria ha enormi ripercussioni sull’imperatore, sia a livello personale sia politico, e segna un momento di svolta per l’Impero Austro-Ungarico.
Anche perché questo, per Francesco Giuseppe, non sarà l’unico lutto: pochi anni dopo, il 10 settembre 1898, sua moglie Elisabetta, la celebre principessa Sissi, verrà assassinata per mano di Luigi Lucheni, un anarchico italo-francese.
Ma è principalmente la scomparsa di Rodolfo a lasciare un grande vuoto nel governo austriaco, rispetto a quel grande gioco che sono le intricate dinamiche politiche internazionali della fine del XIX secolo. Senza un erede maschio diretto, il trono passa a Francesco Ferdinando, cugino di Rodolfo, il cui assassinio a Sarajevo nel 1914 determinerà una delle cause scatenanti del primo conflitto mondiale, e l’inizio del declino della dinastia asburgica.
Nonostante la sua breve e tormentata vita, l’eredità di Rodolfo d’Asburgo-Lorena continuerà a essere oggetto di studio e riflessione. La sua storia offre uno spunto interessante sulla complessità della condizione umana, in particolare riguardo alla malattia mentale e alle sue implicazioni sui personaggi di potere, con inattese conseguenze personali e politiche.
Maria Vetsera diverrà, invece, una vera e propria icona tragica, una sorta di “Giulietta” della storia austriaca; la sua giovinezza, la sua bellezza e la sua morte prematura, continueranno a ispirare poeti, scrittori e artisti. Tuttavia, per molti decenni, la sua figura resterà avvolta nell’oblio dalla censura. Solo alla fine del XX secolo si inizierà a rivalutarla, nel tentativo di cercare di comprendere meglio le motivazioni dietro la scelta di quel destino infausto.
Dopo la seconda guerra mondiale, i resti della Vetsera vengono trafugati da alcuni soldati russi alla ricerca di preziosi. Saranno successivamente ritrovati, ricomposti e trasportati in una nuova tomba, sempre nel cimitero di Heiligenkreuz, dove Maria era stata sepolta originariamente.
Nel 1991 una nuova indagine scientifica, voluta da un mercante di mobili di Linz ossessionato dalla vicenda di Mayerling, che aveva fatto trafugare nuovamente la salma, rivelerà che anche Maria è morta a causa di un colpo di pistola alla testa, e questo per via di un piccolo foro ritrovato sul suo cranio, a dimostrazione, quindi, della tesi dell’omicidio/suicidio.
Ulteriori conferme a riguardo arriveranno nel 2015, al ritrovamento, lo abbiamo accennato poco fa, delle famose lettere da lei scritte alla sua famiglia, pochi giorni prima della tragedia. Le missive verranno sottoposte a scrupolose perizie calligrafiche, che ne confermeranno l’identità, e la definitiva volontà della ragazza di voler morire accanto al suo amato. Ed ecco chiariti, forse definitivamente, i fatti di quella drammatica notte dopo 126 anni.

E poi ci si chiede perché il Crime continui ad essere uno dei generi più amati da curiosi, storici, scrittori e, soprattutto, divulgatori…

LINKOGRAFIA

https://it.wikipedia.org/wiki/Rodolfo_d%27Asburgo-Lorena
https://www.historiaregni.it/mayerling-30-gennaio-1889-intervista-a-laura-zannol/
https://www.meisterdrucke.it/stampe-d-arte/Unknown-artist/919698/Vienna-1889:-Il-funerale-del-Principe-Rodolfo-(Arciduca-Rodolfo-d’Asburgo-(1858—1889),-Principe-Ereditario-d’Austria.)-Il-corteo-davanti-all’ambasciata-francese..html

Daria Cadalt

Nata a Napoli nel 1984, è diplomata in Progettazione Artistica per l'Impresa e Discipline dello Spettacolo - Scenografia con specializzazione in Design del Costume - all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Appassionata d’arte, moda, musica e letteratura, realizza accessori e bambole artigianali e versa fiumi e fiumi d'inchiostro.
“Creo mondi paralleli. Credo nella reincarnazione: ho vissuto in almeno quattro epoche prima di approdare qui. Dai miei viaggi nel tempo estraggo nettare di primissima qualità.”

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