È stata la prima donna a essere insignita del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale. Un riconoscimento alla memoria perché Zoja Kosmodemjanskaja fu barbaramente seviziata e uccisa dai tedeschi a soli 18 anni, una morte atroce che l’ha consegnata alla leggenda e l’ha fatta diventare un’icona dell’eroismo sovietico nel corso della Seconda guerra mondiale (o meglio Grande guerra patriottica, come i russi chiamano le loro battaglie nel secondo conflitto bellico), un esempio di patriottismo del tutto simile a quello che per i francesi rappresenta Giovanna d’Arco.

Zoja Anatolevna Kosmodemjanskaja – il suo nome deriva dal greco ζωή (Zoe), vita – nasce il 13 settembre 1923 nel villaggio di Osino-Gai, nel bassopiano della Oka e del Don, Russia europea centrale.

Nell’autunno di quell’anno Adolf Hitler tenta di attuare il putsch di Monaco, tentativo insurrezionale fallito che porterà alla condanna del futuro Führer a cinque anni di reclusione, poi ridotti a nove mesi, durante i quali scriverà il famigerato Mein Kampf.

In Russia quel 1923 significa la fine della guerra civile cominciata con la rivoluzione d’ottobre e la successiva caduta dello zar e la fondazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (nata ufficialmente il 30 dicembre 1922), il primo Stato socialista del globo.

Il mondo in cui nasce la piccola Zoja, dunque, è caratterizzato da un grande fermento e dalla speranza di un futuro luminoso per Mosca e tutta l’Unione. La storia ci dirà che non sarà proprio così.

Nel 1929, infatti, quando è già cominciata la dittatura di Stalin e la tremenda epoca della collettivizzazione forzata, la famiglia Kosmodemjanskij si trasferisce in Siberia per poi spostarsi a Mosca all’inizio degli anni trenta. Nonostante il clima sempre più teso e i continui spostamenti Zoja Kosmodemjanskaja riesce a seguire gli studi, con grande passione per la storia e la letteratura, ma nel 1940 viene colpita da una grave forma di meningite che per poco non la conduce alla morte.

Mentre la giovane cura la sua malattia il mondo attorno a lei sta nuovamente cambiando: la Germania di Hitler, risorta dalle ferite della Grande guerra, non nasconde più le sue mire espansionistiche; l’Unione Sovietica, per cautelarsi, ha firmato col Führer il celebre patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop (23 agosto 1939) che ha di fatto dato il via libera all’occupazione tedesca della Polonia (1° settembre 1939) e quindi alla Seconda guerra mondiale.

L’opportunistico patto (da entrambe le parti) non avrà vita lunga e meno di due anni dopo (22 giugno 1941) la Germania ormai padrona dell’Europa centrale e occidentale ma ancora non sazia rompe l’accordo e aggredisce l’Unione Sovietica con l’operazione Barbarossa.

Zoja Kosmodemjanskaja segue con interesse lo svolgersi degli eventi e, lasciato l’ospedale dopo un lungo periodo di riabilitazione, nell’autunno del 1941 capisce che deve scendere in campo, prendendo la decisione di arruolarsi alla scuola per diventare membro del reparto esploratori-sabotatori, ufficialmente Reparto partigiano 9903 del comando del Fronte Occidentale. Dopo un addestramento molto breve, la ragazza viene immediatamente inviata nel Volokolamskij rajon, oblast’ di Mosca, con la missione di dare il “benvenuto” alle truppe tedesche imbottendo di mine terrestri le strade d’accesso alla città.

È il 17 novembre e il reparto esploratori-sabotatori viene informato che Stalin in persona ha dato l’ordine di «distruggere ed incendiare tutti gli insediamenti abitati nelle retrovie dell’esercito tedesco nel raggio di 40-60 km dal villaggio successivo e di 20-30 km a destra e sinistra delle strade».

E’ la tecnica delle Terra Bruciata

I giovani soldati partono per la missione equipaggiati con tre bottiglioni di liquido incendiario, una pistola, rancio bastevole per cinque giorni e una bottiglia di vodka per darsi coraggio. Fin dai primi giorni, la missione è segnata da sanguinosi scontri in cui perdono la vita tutti gli esploratori-sabotatori a eccezione di tre: Boris Krajnov, Vasilij Klubkov e la nostra Zoja Kosmodemjanskaja. L’offensiva nemica non è più fronteggiabile e il 28 novembre i tre superstiti si dividono. La giovane partigiana rimane sola, ma anziché tentare un difficile rientro al quartier generale continua indomita la missione per la quale è stata addestrata. Una scelta coraggiosa ma fatale, perché la sera stessa, durante il tentativo di incendiare una rimessa nei dintorni di Petriščevo, la Kosmodemjanskaja sarà catturata dai tedeschi.

La ragazza risponderà a una piccola parte delle domande poste durante l’interrogatorio – ammetterà di aver appiccato il fuoco ad alcune abitazioni e di aver ucciso venti cavalli – e darà anche un nome falso, Tanja, in memoria di Tanja Solomakha, rivoluzionaria bolscevica uccisa nel 1918 durante la guerra civile.

I tedeschi decideranno di ucciderla. Zoja Kosmodemjanskaja è denudata dai soldati, abusata e frustata, poi viene costretta a marciare per almeno quattro ore al gelo, coperta solo da reggiseno e mutande. Seviziata per tutta la notte, la mattina successiva la giovane, testa alta e al collo un cartello che indicava il suo essere un’incendiaria, sarà accompagnata al patibolo dove viene impiccata.

Ora mi impiccate, ma non sono sola. Siamo 200 milioni di persone e non potete impiccarci tutti. Loro mi vendicheranno. Addio compagni! Combattete senza paura! Stalin è con noi! Stalin verrà!

Queste, secondo le ricostruzioni del tempo, sarebbero state le ultime parole della coraggiosa ragazza dirette agli abitanti del villaggio di Petriščevo che con tutta probabilità avevano collaborato coi tedeschi.

Dopo la morte il suo corpo sarà lasciato in strada per oltre un mese, esposto alle intemperie e usato come bersaglio della brutale furia dei soldati tedeschi. Il cadavere della giovane sovietica sarà recuperato e sepolto soltanto nel successivo gennaio. Zoja Kosmodemjanskaja oggi riposa nel cimitero di Novodevičij, il più importante di Mosca, dove sono seppelliti, tra i tantissimi altri, anche Anton Čechov, Nikolaj Gogol’, Michail Bulgakov, Vladimir Majakovskij, Nikita Chruščëv e Dmitrij Šostakovič.

Fotografia condivisa via Wikipedia:

Le terribili immagini del suo corpo prima penzolante e poi steso sulla neve, nudo e con il collo spezzato dalla corda, hanno fatto il giro sulla stampa di mezza Europa e sono divenute tra i simboli della disumanità della Seconda guerra mondiale.

Oltre al titolo di Eroe dell’Unione Sovietica – ricevuto già all’inizio del 1942 –, alla giovane eroina partigiana sono dedicate decine di strade e monumenti nelle città russe e dell’ex URSS (tra i più belli quello collocato alla stazione Partizanskaja della metropolitana di Mosca), un complesso museale (inaugurato nel 2020) nel villaggio di Petriščevo dove trovò la morte, una serie di francobolli (uno dei quali, negli anni sessanta, pure nella Repubblica democratica tedesca) e anche un film, prodotto in Unione Sovietica già nel 1944, dal titolo “Zoya” diretto da Lev Arnshtam e presentato al Festival di Cannes ’46.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".