Nella Cina moderna, fatta di megalopoli super popolate e oltremodo inquinate, esistono ancora regioni remote e poverissime, dove popolazioni dalla storia antichissima vivono come se il tempo si fosse fermato, o quasi…

Fonte immagine: Avantgardica

Gli Hmong (o Miao) sono un’etnia che, migliaia di anni fa, abbandonò quei gelidi territori dove il sole illumina la terra solo sei mesi l’anno, per sparpagliarsi in molte regioni dell’Asia. In Cina abitano prevalentemente le impervie montagne del sud del paese.

Il quadrato rosso indica la posizione della Grotta di Zhong

Un piccolo gruppo di persone di etnia Hmong, composto da 18 famiglie, vive ancor oggi in una grotta gigantesca e per questo definiti “cavernicoli”, anche se non hanno certo usanze degli uomini delle caverne…

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La Grotta di Zhong, che si trova in una remota area montuosa della provincia di Guizhou, potrebbe essere la caverna abitata ininterrottamente da più lungo tempo, fin dagli albori dell’umanità. Secondo alcuni fonti però, il luogo avrebbe offerto rifugio agli Hmong solo a partire dal 1949, quando nacque la Repubblica Popolare Cinese, che trasformò radicalmente il paese. Se così fosse, gli abitanti di questo micro-villaggio chiamato Zhongdong, che sta tutto dentro la caverna, volevano essere ben certi di vivere in un luogo quasi irraggiungibile: per arrivarci occorre un’ora di cammino, attraverso un sentiero che si arrampica su per una ripida valle.

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La Grotta di Zhong è un’enorme caverna calcarea, alta quasi 50 metri, che potrebbe ospitare all’interno quattro campi da calcio. Il villaggio è costituito da abitazioni di bambù, alte anche tre piani, che dal 2002, grazie ad un imprenditore e filantropo statunitense, hanno la corrente elettrica. Non è stato quindi il governo cinese a portare l’elettricità, anzi.

Negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, i funzionari statali si facevano vedere da quelle parti solo per far rispettare la politica del “figlio unico”

Negli ultimi anni però, la posizione del micro villaggio, all’interno del Getu River National Park, ha trasformato il piccolo insediamento in una destinazione turistica: i residenti affittano alcune stanze ad avventurosi escursionisti che, prima di intraprendere il cammino su per la montagna, devono fare un viaggio di quattro ore in auto, partendo dalla città più vicina a Zhongdong. Questo potenziale turistico ha suscitato l’interesse delle autorità locali, che vorrebbero evacuare tutte le famiglie del villaggio, per trasferirle in piccole case coloniche dipinte di bianco, costruite nella valle sottostante una decina di anni fa, invogliandole anche con un incentivo economico di circa 8.500 euro a nucleo familiare.

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Quasi tutti però hanno rifiutato, ostinandosi a considerare la Grotta Zhong come la loro unica e vera casa, per non perdere le radici della loro storia, e nemmeno il reddito che deriva dal limitato ma crescente afflusso turistico. Senza contare che la maggioranza degli abitanti, piuttosto avanti con gli anni, non sa parlare il cinese mandarino (la lingua più diffusa), e teme l’isolamento che potrebbe derivare dallo sgretolamento della comunità.

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Nel 2011 il governo cinese ha deciso di chiudere la scuola che era stata istituita grazie al finanziamento fornito sempre dal benefattore americano Frank Beddor Jr., perché “la Cina non è una società di uomini delle caverne”. I bambini di Zhongdong studiano in un collegio della regione, distante circa due ore, ma tornano alla grotta nei fine settimana, quando il villaggio si riempie nuovamente di vita e allegria.

Anche se Zhongdong è un villaggio poverissimo, dimostrazione concreta della miseria e dell’isolamento della Cina rurale, nessuno dei suoi abitanti vuole lasciarlo, perché a loro “sembra un paradiso”.

E chi vorrebbe lasciare il paradiso per andare a vivere in comunissime case dipinte di bianco?

Sotto, il video del South China Morning Post che mostra Zhongdong:

Più in piccolo, anche l’Italia ha il suo “popolo delle caverne”, nello splendido borgo della Grotta Mangiapane in Sicilia.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.