Molti di voi, in Italia, avranno sentito la sua voce straordinaria in un noto spot Campari del 1998. Ma da dove arrivava quella voce?

Nata il 13 settembre del 1922 sulle Ande peruviane, “l’ultima discendente della dinastia Inca passò la sua infanzia a conversare con gli animali selvatici, con il vento e con gli uccelli, attraverso i suoni con cui la natura la circondava nel piccolo villaggio di Ichocan. Quando era ancora appena una bambina, cominciò a prendere parte agli antichi rituali religiosi dedicati al Sole e lei stessa, grazie alla sua voce straordinaria, venne presto divinizzata. Le voci sulle sue straordinarie doti vocali giunsero presto a Lima, e un’ufficiale delegazione governativa viaggiò fino alle remote regioni andine per vedere e ascoltare di persona quella che credevano fosse soltanto una leggenda”.


La vita di Yma Sumac è un susseguirsi di aneddoti di fantasia e contraddizioni. Fatto sta che nel 1950, quando in America imperversava l’euforia per l’Exotica (una forma di musica pop prevalentemente strumentale con incursioni ritmiche latine, africane e  polinesiane), la fama della sua straordinaria estensione vocale la portò in cima alle classifiche riempiendo i teatri americani ed europei e trasformando Zoila Augusta Chavarri del Castillo in una vera e propria figura di culto. Molti critici e musicisti dichiararono senza dubbio che la sua voce raggiungeva un’estensione di otto ottave, anche se lei stessa affermava di arrivare a coprirne “solo” cinque.

Zoila Augusta Chavarri del Castillo in realtà fu scoperta dal musicista e compositore Moisès Vivanco de Allende nel 1938, durante le prove per un evento folkloristico locale. Vivanco rimase profondamente colpito dalla voce della giovane ragazza e da allora divenne il suo manager e il suo mentore artistico. Si sposarono nel 1942. È proprio dal 1942 che Zoila Augusta prese il nome d’arte di Yma Sumac, nome che in lingua Quechua significa “che meraviglia” e che era associato al sangue reale, collegando simbolicamente la sua persona a un’identità di principessa/sacerdotessa Inca.

Vivanco negli anni preferì “colorare” la storia della scoperta della giovane talentuosa ragazza dicendo di averla scovata nel suo paese nativo, Cajamarca, e di aver assistito a un’insurrezione di trentamila indios che si opposero al fatto che la loro “voce divina” li lasciasse per raggiungere Lima

Questo tipo di fantasticherie finì però con l’irritare gli abitanti degli altipiani causando un certo risentimento nei confronti della cantante e del suo manager.

Sempre nel 1942 Yma Sumac fece il suo debutto ufficiale alle radio nazionali e internazionali con il gruppo Folkloric Art gestito da Vivanco, che però presto cambiò il nome in Imma Sumack and the Peruvian Folkloric Ensemble. Negli anni successivi, l’ensemble si vide impegnato in diversi tour attraverso tutto il Sudamerica fino ad arrivare, nel 1946, a New York, con la speranza di incantare anche il Nordamerica. Vivanco decise presto di sciogliere il gruppo e di proseguire il progetto come trio, coinvolgendo una cugina di Yma. Nacque allora l’Inca Taqui Trio. Nonostante l’incantevole voce di Yma si sia immediatamente fatta notare dal pubblico americano, il progetto faticava a decollare.

Vivanco capì che Yma non soddisfaceva ancora abbastanza la voglia di esotismo che quel tipo di pubblico pretendeva. Decise quindi di circondare di massiccia e inconfondibile aura esotica sia gli arrangiamenti musicali, sia l’aspetto e la personalità di Yma, avvolgendola in abiti e gioielli peruviani esotici e  preziosi. Allo stesso tempo cominciò ad assumere nei suoi riguardi un atteggiamento ossessivo e prevaricante, preservandola e dominandola quasi fosse un oggetto di valore, ma allo stesso tempo subendo anche il successo e la fama che iniziò a raccogliere lei e che invece lui come artista faticava a raggiungere.

Le esibizioni di Yma incantarono in breve tempo un pubblico sempre più ampio, spaziando dallo stile folkloristico tradizionale andino allo stile operistico, grazie a una voce aggraziata e quasi magica che sembrava non conoscere un limite né sulle note acute né su quelle gravi.

N. Limansky, che scrisse anche una biografia di Yma Sumac, ci fa notare però anche l’altra faccia della medaglia: se da una parte le strordinarie e inconsuete qualità canore venivano applaudite e pubblicizzate con entusiasmo, dall’altra il suo stile eccentrico, sia a livello estetico sia a livello artistico, potevano essere considerati bizzarri. Per questo come artista non fu mai presa seriamente in considerazione e venne piuttosto considerata uno stravagante fenomeno freak, un personaggio glamour circondato da un alone di mistero.

Proprio grazie a questa sua immagine, il mondo di Hollywood si interessò a lei e nel 1954 la vediamo nella pellicola che ispirò, trent’anni dopo, le avventure di Indiana Jones nel film “I predatori dell’Arca perduta”. Alla realizzazione di Secret of the Incas contribuì attivamente Albert Giesecke, uno dei due statunitensi che giocarono un ruolo chiave nella scoperta di Machu Picchu.

Nonostante un grande successo di pubblico, il film fu aspramente criticato da artisti e intellettuali peruviani, specialmente quelli dell’area di Cuzco, lamentando il fatto che una simile esposizione internazionale del sito di Machu Picchu avrebbe sì incrementato il turismo ma avrebbe distorto anche la sua eredità culturale, a livello sia storico sia musicale.

Sotto, nel video Yma Sumac canta Ataypura in The Secret of the Incas, 1954:

 

Nel 1957 Yma Sumac e Vivanco divorziarono e nel 1959 si sposarono di nuovo. Decisero di tornare, dopo le aspre critiche degli abitanti del posto, a Cuzco e Machu Picchu e, come prevedibile, ricevettero un’accoglienza piuttosto ostile. Yma Sumac poteva anche essere apprezzata per le sue doti artistiche, ma il modo in cui aveva rappresentato il suo popolo, dipingendolo come selvaggio e primitivo non poteva esser perdonato. Lei replicò alle critiche giustificando questa rappresentazione come un omaggio alla sua terra e alla sua storia, dal momento che, nonostante avesse preso il passaporto americano, era rimasta sempre “la figlia del sole” dal sangue Inca.

Dopo questa visita, non tornò in Perù prima del 1970, questa volta da sola, dopo il secondo divorzio da Vivanco. Anche in questa occasione, l’incontro con il pubblico non fu semplice, anche nel villaggio natale di Caljamarca.

La sua carriera, negli anni successivi, iniziò inesorabilmente a tramontare, e contestualmente si sparse addirittura la voce che il suo vero nome fosse Amy Camus (“Yma Sumac” letto al contrario) e che fosse stata un’annoiata casalinga di Brookings, nello stato del Dakota, prima di arrivare al successo, tutt’altro che una principessa/sacerdotessa Inca.

Nel 2006, grazie a una campagna portata avanti da un suo fan, tornò per l’ultima volta in Perù dove ricevette finalmente una serie di onorificenze e di riconoscimenti. Appariva ormai fragile e pareva non importarle più molto di esibirsi in modo eccentrico come un tempo. Sul treno che la accompagnava a Machu Picchu per l’ultima volta si cimentò in una breve esibizione improvvisata con un gruppo locale.

Quest’ultimo viaggio la toccò profondamente. Molti peruviani, soprattutto coloro che abitano gli altipiani andini, credono che una persona, prima di lasciare andare la sua anima, debba ripercorrere le tappe importanti della propria vita. Yma Sumac aveva voluto ricongiungersi al Perù, prima di chiudere gli occhi per sempre, nel 2008.

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.