Ai tempi della Grecia antica, le dee dell’Olimpo l’avrebbero sicuramente trasformata in qualche animale o pianta, visto che non amavano chi aveva qualità superiori alle loro. E Diana Prince di qualità ne aveva tante: bella come Afrodite, saggia come Atena, veloce come Mercurio e forte come il supereroe dell’antichità, Eracle.

Forse il nome di Diana Prince non è noto a molti, ma sicuramente quello da super-eroina è conosciutissimo:

Wonder Woman

Le sue origini sono strettamente legate alla mitologia greca: le leggendarie guerriere Amazzoni erano state tutte uccise da Eracle, ma gli dei, mossi a compassione, ridanno loro la vita e un luogo dove stare al sicuro, l’Isola Paradiso, protetta da magiche mura invisibili, quasi invalicabili. Ippolita, regina delle Amazzoni, chiede ad Afrodite un regalo veramente speciale, una figlia, che la dea le concede, dando vita a una statua di argilla.

Se la genesi di Diana Prince è appassionante, ricca com’è di riferimenti ad antichi dei, eroi e avvenimenti leggendari, quella del fumetto può risultare addirittura più interessante, per la sua correlazione con i movimenti femministi dell’epoca (Wonder Woman “nasce” nel 1941), negli anni tumultuosi della seconda guerra mondiale, e per l’influenza che ebbero, in contemporanea, le due compagne di vita del suo inventore, William Moulton Marston.

William Moulton Marston

Marston, di professione psicologo, fu assunto dalla casa editrice che poi sarebbe diventata la DC Comics, per analizzare i loro fumetti, e per cercare una strategia che rendesse merito a un genere spesso considerato insulso quando non addirittura dannoso.

Erano gli anni del grande successo dei super-eroi mascherati, Superman, Batman, Capitan America, tutti personaggi con alle spalle un passato tragico. Marston voleva invece un nuovo tipo di eroe, che traesse la sua forza da un passato di amore e sicurezza. Sua moglie, Elisabeth Holloway Marston, approvò, dandogli un consiglio: “Bene. Ma falla donna”

Fonte immagine: Mark Anderson via Flickr – licenza CC BY-SA 2.0

E Marston le diede retta. Creò un’eroina in grado di esprimere al tempo stesso forza e tenerezza:

“… nemmeno le ragazze vogliono essere ragazze finché il nostro archetipo femminile manca di forza, resistenza, potere. Non volendo essere ragazze, non vogliono essere tenere, sottomesse, pacifiche come lo sono le donne buone. Le forti qualità delle donne sono state disdegnate a causa delle loro debolezze. L’ovvio rimedio è quello di creare un personaggio femminile con tutta la forza di un Superman e tutto il fascino di una donna brava e bella. Questo è ciò che ho raccomandato agli editori di fumetti.”

E addirittura, secondo Marston “Wonder Woman è una propaganda psicologica per il nuovo tipo di donna che, credo, dovrebbe governare il mondo.”

Linda Carter interpreta Wonder Woman – 1976

Non è azzardato dire che per creare la sua eroina Marston si ispirò proprio alla moglie, una donna fuori del comune per i suoi tempi. Si laureò in psicologia nel 1915, e quindi si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, ma non ad Harvard come il suo fidanzato e futuro marito (la prestigiosa facoltà non accettò donne fino al 1950).

Non ancora soddisfatta, concluse anche un dottorato in psicologia. Oltre ad aver collaborato con il marito nell’ideazione del poligrafo (la macchina della verità che si vede in tanti film americani), Elisabeth divenne redattore capo dell’Enciclopedia Britannica. Fermamente convinta della necessità, per ogni donna, di essere economicamente indipendente, andò oltre le regole sociali dell’epoca, e mantenne i due figli e il marito quando, a metà degli anni ’30, lui si ritrovò senza lavoro.

Ma non solo: visse senza problemi un ménage a trois, convivendo con il marito e la sua seconda partner, Olive Byrne. Nel 1925, quando insegnava alla Tufts University, Marston si innamorò di Olive, una studentessa dinamica e intraprendente, che era la nipote di una esponente storica del movimento femminista, Margaret Sanger. La ragazza entrò a far parte della famiglia, e si occupò dei suoi due bambini (adottati dalla coppia ufficiale) e di quelli di Elisabeth, senza comunque rinunciare agli studi di medicina. Le due donne, con i loro figli, continuarono a vivere insieme anche dopo il 1947, quando Marston morì per un cancro alla pelle, a soli 54 anni.

Il simbolo di Wonder Woman

Marston ebbe quindi due muse a cui ispirarsi, due donne forti e determinate. Si può immaginare che abbia cucito addosso a Wonder Woman lo spirito d’indipendenza, la mente brillante e le curve armoniose della moglie Elisabeth, e poi il background femminista e la predisposizione all’accudimento di Olive.

Marston fornì a Diana Prince anche degli accessori che rappresentavano le due donne, come i braccialetti a fascia indossati spesso da Olive, e il lazo d’oro, il laccio che costringeva i prigionieri a dire solo la verità, per ricordare il contributo della moglie nell’invenzione del poligrafo.

Linda Carter – 1975

Quella Wonder Woman, l’eroina tratteggiata da Marston, è stato un fenomeno passeggero. Ha combattuto i nazisti e poi l’ingiustizia, finché non è stata declassata, per una forma di misoginia che ha permeato il mondo dei fumetti per lungo tempo, a una sorta di damigella alle prese con un fidanzato in difficoltà.

Finché, nei primi anni ’70, non le furono restituite quelle caratteristiche a cui Marston teneva tanto: un personaggio con qualità sia maschili sia femminili, nelle capacità fisiche e nell’atteggiamento, “un grande modello per le giovani donne, ma che contiene anche molti elementi che piacciono ai maschi. Wonder Woman attraversa una linea di genere”, come la descrisse Karen Berger, che fu la prima donna a diventare editrice del fumetto.

Disegno della serie limitata Justice – 2006

Fonte immagine: Wikipedia – Giusto uso

Morbida come l’argilla con la quale era stata impastata, coraggiosa come le Amazzoni tra le quali era nata, bella come Afrodite e saggia come Atena, Wonder Woman è però, prima di ogni cosa, un ideale di donna forte che non teme di mostrare il suo lato più femminile: “l’aggressività maschile e la convinzione che la violenza sia l’unica via per risolvere i conflitti” non sono armi per un’eroina nata dalla mente di un uomo che aveva imparato molto dalle donne della sua vita.

Dagli eventi è stato tratto il film “Professor Marston and the Wonder Women”, di cui sotto trovate il trailer italiano:

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.