Una delle più subdole modalità con cui la peggiore propaganda politica pratica il lavaggio del cervello ai cittadini più sprovveduti consiste nel fare appello continuamente a una “imparzialità dell’informazione” per la quale le notizie andrebbero sempre proposte in modo asetticamente oggettivo.

Tale principio, bellissimo in teoria, è assolutamente impraticabile nella realtà. Raramente i cronisti sono testimoni diretti di un fatto e, anche quando lo sono, lo vedono sempre da una prospettiva incompleta, per cui sono costretti in ogni caso a integrare le loro osservazioni raccogliendo testimonianze (che sono sempre soggettive e mai oggettive) e documentandosi su fonti ufficiali, ossia quelle che dispongono della maggiore quantità di dati raccolti. Nemmeno le fonti ufficiali possono essere considerate completamente oggettive, dato che finiscono sempre per esprimere, in misura variabile, il punto di vista di chi le dirige.

Quindi, parlare di oggettività in rapporto alle notizie significa raccontare una favola

Questo è tanto più vero quando si tratta di notizie di tipo politico o economico, che richiedono un certo livello di preparazione e si prestano a diverse forme di interpretazione soggettiva: vengono infatti fornite già interpretate da chi le diffonde (chiaramente a proprio favore) e, quindi, riportarle pari pari senza alcun contraddittorio non significa essere oggettivi, ma semplicemente praticare il più spudorato servilismo. Il politico che denuncia continuamente la “faziosità” dei mass media che lo attaccano, in realtà, pretende che questi esistano soltanto per fare da grancassa alla sua propaganda. La libertà di informazione non ha nulla a che vedere con una oggettività che non esiste e non può esistere.

Ovviamente, tale libertà ha un senso solo se ci si riferisce a persone oneste, capaci di riferire il proprio punto di vista sfruttando al massimo la capacità di interpretare un fatto ma senza arrivare a inventare fatti e notizie di sana pianta, senza ricorrere a subdoli mezzucci manipolatori tipo il proporre notizie vecchie e stantie come se fossero attuali, senza venire meno ai criteri di base della buona informazione, ossia quelli in base ai quali o una notizia si dà in maniera precisa in tutti i dettagli o non si dà proprio, perché in tal caso, pure se fosse vera, non sarebbe una notizia ma un pettegolezzo. Qualunque sia l’argomento cui si riferisce.

I fatti si possono raccontare in molti modi, e uno dei più diffusi, caratteristico dell’informazione del XX secolo, è il fotoreportage, che da qualche tempo è sempre più soppiantato dalla modalità video. Perdendoci molto sia in credibilità (perché i video si prestano a molte più manipolazioni rispetto alle foto) sia in pura e semplice bellezza, perché molti fotoreportage hanno raccontato fatti anche molto sgradevoli e impressionanti tramite immagini che colpiscono anche per il loro straordinario valore artistico.

Tra i fotoreporter del XX secolo, troviamo molti nomi che hanno lasciato un’eredità impressionante in termini di quantità e qualità del lavoro svolto: ma nessuno di essi sembra aver lasciato un’impronta importante come quella di William Eugene Smith, un fotografo che, pur costretto ad affrontare continuamente compromessi di coscienza per continuare a lavorare in un sistema di mezzi di informazione volto innanzitutto alla massimizzazione dei profitti, riuscì a sfruttare la diffusione capillare di questi mass media per portare avanti delle sacrosante battaglie ideologiche spesso in anticipo rispetto ai suoi tempi, soprattutto pacifiste e ambientaliste.

W. Eugene Smith fotografato nel 1974 da Consuelo Kanaga:

Smith nacque a Wichita, Kansas, il 30 dicembre 1918. Cominciò a fotografare prestissimo, grazie alla madre che, quando aveva solo 9 anni, gli lasciò usare la fotocamera di famiglia per scattare immagini nei campi d’aviazione, perché il bambino aveva una grande passione per gli aerei. La fotografia finì presto per soppiantare gli aerei tra i suoi interessi e Smith si ritrovò da ragazzo ad alternare l’attività di studente con quella di fotoreporter. Già a 15 anni, pubblicò i suoi primi scatti su quotidiani molto diffusi nel Kansas.

Contemporaneamente, diventò un abilissimo tecnico di camera oscura: avrebbe infatti sempre sviluppato da solo le sue pellicole e le sue stampe, operando esclusivamente in bianco e nero, fino all’ultimo.

Dopo il diploma, andò all’università a studiare fotografia, ma vi rimase un solo anno perché, sconvolto dall’improvviso e inspiegabile suicidio del padre, preferì lasciare per sempre il Kansas e andarsene a New York. Presto si trovò a lavorare per il prestigioso settimanale “Newsweek”, dal quale fu però licenziato perché si rifiutò di lavorare con le fotocamere di grande formato, preferendo sempre le normali reflex 35 mm, molto più versatili e maneggevoli, tra cui la Contax con cui aveva iniziato.

Un mercantile giapponese nell’atollo di Truk viene colpito da un siluro lanciato da un aereo statunitense nel 1944:

Fu allora messo sotto contratto dalla casa editrice di riviste Ziff-Davis, che lo spedì a seguire la Guerra nel Pacifico come fotoreporter. Smith seguì soprattutto le sanguinose conquiste di isole periferiche dell’arcipelago giapponese, come Iwo Jima e Okinawa, teatro di veri e propri massacri nei primi mesi del 1945. Le isole erano state fortificate e la propaganda militare giapponese aveva fatto credere a militari e civili che gli americani, in caso di resa, avrebbero torturato i prigionieri prima di trucidarli: per queste ragioni, la resistenza fu strenua e disperata.

A differenza di altri suoi colleghi, come Joe Rosenthal (che scattò la celeberrima immagine della bandiera a stelle e strisce piantata sul monte Suribachi, la maggiore cima di Iwo Jima), nelle sue foto, Smith non pose l’accento sull’eroismo dei combattenti. Benché il clima ideologico non fosse in quel momento il più favorevole a questo tipo di posizione, il suo approccio alla guerra è evidentemente quello di un pacifista, che mostra la guerra in tutto il suo orrore. Resta impressa soprattutto un’immagine in cui due marines tirano fuori da una grotta, dopo una serie di bombardamenti e combattimenti, l’unico superstite giapponese, un neonato.

Nonostante i tentativi di salvarlo, il piccolo morirà ugualmente, dopo poche ore (i tassi di mortalità in questo teatro di guerra furono spaventosi da ambo le parti: dei sei marines che si vedono issare la bandiera sul monte Suribachi nella foto di Rosenthal, tre morirono in combattimento nel giro di poche settimane).

L’esperienza di reporter di guerra di Smith si interruppe bruscamente quando un colpo di mortaio gli esplose vicino, ferendolo in varie parti del corpo ma soprattutto al volto. Dovette essere rimpatriato e sottoposto ad una serie di dolorose operazioni chirurgiche. Dopo un anno di totale inattività, mentre era ancora convalescente, decise di rimettersi al lavoro e, con molta fatica, scattò una delle immagini più celebri del XX secolo, in cui riprese di spalle i suoi figli, entrambi ancora piccoli, che camminavano tra le piante del giardino di casa. L’immagine, molto apprezzata anche da altri fotografi come Edward Steichen e intitolata “Walk to Paradise Garden”, esprime in modo commovente il sollievo per essere sopravvissuto e la speranza (purtroppo destinata ad andare delusa) che il sacrificio dei caduti sia servito a costruire un mondo migliore.

Un suo amico, il fotografo e editor di immagini Wilson Hicks, lo chiamò a lavorare nella nuova redazione che stava mettendo su per un settimanale che stava rinnovando la sua veste editoriale, “Life”. In questa redazione, Smith trovò il modo di ottenere sempre incarichi molto suggestivi, che misero alla prova non solo il suo talento di artista, ma anche il suo impegno civile. I suoi servizi sono infatti caratterizzati da un senso di partecipazione raro a trovarsi, frutto dell’empatia che riusciva sempre a stabilire con i soggetti che doveva ritrarre e della coscienza sociale che sentiva crescere in sé man mano che conosceva i diversi aspetti del mondo.

Il primo importante reportage, “Country Doctor” del 1948, ritrasse la dura vita quotidiana di un giovanissimo medico condotto del Colorado, il dottor Ernest Ceriani, unico presidio di salute in un’area rurale sottosviluppata. Smith visse accanto a Ceriani per alcune settimane, scattando sia nei momenti di relax sia in quelli di più duro lavoro. La foto più impressionante ritrae lo sguardo sconvolto di Ceriani mentre cerca di medicare un bambino che rischia di perdere un occhio in seguito a un incidente; ma ancora più dolorosa è quella, apparentemente tranquilla, in cui il medico, sfinito dalla stanchezza, fuma una sigaretta in cucina, ancora con il camice e la cuffia addosso:

Fu infatti scattata dopo un parto cesareo d’urgenza in cui morirono sia la madre sia il neonato

Nel 1950, Smith affrontò il tema della povertà, dell’emarginazione e dello sfruttamento, seguendo prima la vita dei minatori del Galles e poi quella dei contadini di un villaggio spagnolo. La sua presenza non fu gradita alla dittatura di Francisco Franco e l’esperienza spagnola si concluse con una precipitosa fuga attraverso i Pirenei.

Nel 1951, Smith andò nella Carolina del Sud, un’area in cui i neri erano ancora emarginati e in maggioranza molto poveri, a documentare l’attività di una infaticabile infermiera e ostetrica di colore, Maude Callen. Il suo servizio, “Nurse Midwife” apre una finestra su un’umanità dolente ma sempre dignitosa e vitale, soprattutto nella sequenza del parto di un bambino (tema ricorrente nella produzione di Smith) e nell’immagine finale, in cui il neonato riposa in una culletta ricavata da scatole per la frutta tra una stufa e una finestra dalla quale altri bambini lo guardano con interesse.

Tomoko Uemura nel suo bagno, fotografia del 1971:

Com’è evidente, Smith non era affatto interessato alla vita dei grandi eroi che si prestano facilmente alla propaganda, ma a quella di chi è eroe senza saperlo e senza volerlo, solo perché non sa vivere e non può vivere in nessun altro modo: una categoria di cui Ernest Ceriani e Maude Callen sono autorevoli rappresentanti.

Nel 1954, però, Smith volle andare a trovare un uomo la cui fama stava raggiungendo ogni angolo del mondo: Albert Schweitzer, un alsaziano (nato tedesco e poi ritrovatosi francese seguendo le vicissitudini della sua terra) che in gioventù era stato un famoso musicista, un organista che si era esibito con successo in tutto il mondo; ma, al culmine della fama, nel 1913, si era laureato in Medicina e aveva abbandonato la carriera di concertista per andare a fare il missionario in Africa, stabilendosi a Lambaréné, nell’attuale Gabon. Qui, insieme alla moglie, aveva fondato un ospedale per la cura di tutte le malattie tropicali che sterminavano gli indigeni, finanziandolo con il proprio patrimonio personale. Nel 1952, era stato insignito del premio Nobel per la pace e questa circostanza lo aveva posto all’attenzione di Smith. I due divennero amici e Smith dedicò al grande filantropo un reportage memorabile, “A Man of Mercy”, le cui immagini tengono viva ancora oggi la memoria di un grande uomo (Schweitzer, oltre a tutto il resto, è stato anche un importante teologo luterano).

È stato criticato da molti autori africani per il suo “paternalismo” verso i neri, rispetto ai quali sintetizzava la sua posizione con la formula “Sono tuo fratello, il tuo fratello maggiore”. Peraltro, questo atteggiamento, sicuramente non paritario, rappresenta un’apertura enorme da parte di un europeo nato nel 1875, quando il razzismo e l’inferiorità di alcune razze rispetto ad altre rappresentavano concetti dati per scontati praticamente in tutto l’Occidente.

Una delle fotografie di Smith di una vittima della malattia di Minamata, 1971:

Il servizio su Schweitzer determinò però la rottura tra Smith e la redazione di “Life”: la quale, avendo finalmente in mano un servizio su di una persona famosa, non esitò a manipolare pesantemente alcune immagini, prima di pubblicarle. Smith lo trovò un abuso intollerabile e se ne andò senza perdere tempo, cominciando a lavorare per proprio conto come socio della leggendaria agenzia fotogiornalistica “Magnum Photos”. In questa veste, realizzò molti altri servizi indimenticabili su soggetti come i musicisti jazz, la città industriale di Pittsburgh, il disastro della nave “Andrea Doria”, i ghetti in cui venivano tenuti chiusi i malati di mente ad Haiti e altri ancora.

L’impegno civile, sempre presente in varia misura nella sua opera, torna prepotentemente al centro dell’attenzione in quello che sarebbe stato il suo ultimo lavoro importante, quasi un testamento. Dopo aver divorziato dalla prima moglie, Smith aveva sposato una ragazza nippo-americana e, nel 1971, era andato a vivere con lei a Minamata, una piccola città nel Sud di Kyushu, l’isola più meridionale tra le principali che costituscono il Giappone. La scelta non era stata casuale: a Minamata vivevano molte famiglie in cui da tempo nascevano bambini affetti da gravi malattie neurologiche. Sotto accusa era lo stabilimento locale della Chisso, un’importante industria chimica che oggi produce cristalli liquidi per gli schermi LCD, mentre allora produceva soprattutto acetaldeide, un composto organico molto versatile che ha un ruolo in molte lavorazioni industriali. Il problema non era rappresentato dall’acetaldeide, ma dai catalizzatori usati nella sua produzione, contenenti grandi quantità di mercurio: questi venivano sversati regolarmente in mare ed entravano nelle catene alimentari (in Giappone i prodotti del mare sono alla base dell’alimentazione) in grandi concentrazioni, accumulandosi negli individui e provocando danni permanenti ai nuovi nati, soprattutto nello sviluppo del sistema nervoso.

Sepoltura in mare, fotografia di William Smith del 1944:

Smith si avvicinò al tema senza clamori e senza polemiche inutili, come sempre. Ritrasse la vita quotidiana di queste disperate famiglie in un servizio intitolato semplicemente “Minamata”, pieno di immagini struggenti di dolore e amore, un binomio esemplificato dallo sguardo della madre che, immersa nella tinozza con lei, fa il bagno alla figlia adolescente gravemente handicappata (l’immagine è intitolata “Tomoko is bathed by her mother”). Per volontà della moglie nippo-americana di Smith, Aileen, questa immagine non è più pubblicabile a stampa dal 2001, come segno di rispetto della memoria della ragazza ritratta, per la quale, una volta deceduta, pochi anni dopo lo scatto, i genitori avevano chiesto che “potesse riposare in pace”.

La testimonianza data dalle immagini di Smith diede un impulso decisivo all’azione giudiziaria che impose alla Chisso di bonificare l’area e di risarcire adeguatamente le famiglie degli infermi.

Se dal punto di vista ideologico Smith fu sempre un uomo coerente al massimo con le sue idee, nella vita privata fu spesso inquieto e discontinuo, o forse era semplicemente un uomo cui era difficile vivere accanto, come spesso capita ai geni. Si separò anche da Aileen e, nel 1974, tornò negli Usa insieme a una nuova compagna, Sherry Suris, stabilendosi prima a New York e poi a Tucson Arizona, dove fu chiamato a ricoprire un prestigioso incarico di insegnante di fotografie presso il dipartimento di Arte della locale università.

La scelta era in qualche modo forzata, perché, dopo decenni di spostamenti in tutto il mondo e di pesante superlavoro, la salute di Smith stava vistosamente deteriorandosi e il diabete non gli permetteva più di condurre la stessa vita di prima. Era però troppo tardi perché, già dopo poche settimane, nel dicembre del 1977, fu colpito da un ictus cerebrale dal quale si riprese solo parzialmente. Appena poté, si rimise al lavoro, ma non riuscì a fare molto, perché il 15 ottobre 1978 fu colpito da un secondo ictus molto più grave, che lo uccise in poche ore.

Dai primi anni ’60 aveva raccolto quelle che considerava le sue migliori immagini nel progetto di un libro che si sarebbe intitolato “The Big Book”. L’impresa editoriale, tuttavia, si dimostrava sempre più difficile da mettere in pratica, date le sue dimensioni: alla morte di Smith, “The Big Book” comprendeva 450 immagini e 380 pagine di testo. Solo nel 2013, finalmente, un team di ricercatori dell’università del Texas è riuscito a farlo pubblicare in un’edizione divisa in 2 volumi, accompagnati da un terzo volume contenente dei saggi critici.

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Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.