Wilhelm Brasse fu un fotografo polacco che conobbe il terrore dei campi di concentramento, internato dal 1940 al 1945 ad Auschwitz e per altri quattro mesi nel campo di Mauthausen-Gusen, in Austria. Egli fotografò decine di migliaia di persone, si stima fra i 40.000 e 50.000 prigionieri, ritraendoli di fronte, di profilo e a 45 gradi, ma non fu l’unico fotografo del campo. Ad Auschwitz vennero infatti scattate moltissime fotografie, circa 200.000, delle quali soltanto un quinto è giunto sino a noi, la maggior parte di Brasse, che riuscì a salvarne dalla distruzione nascondendole nelle baracche dove vennero poi ritrovate dall’esercito sovietico.

Brasse fotografò donne, uomini e bambini destinati alle camere a gas, sterminati mediante lo Zyklon B al ritmo di migliaia di persone al giorno. La fotografia più famosa di Brasse, scattata alla piccola Czesława Kwoka, è una delle immagini più forti dal campo di sterminio, e ritrae una bambina di circa 14 anni che venne picchiata prima dello scatto perché non in grado di comprendere il tedesco. Brasse conobbe anche il terrore degli esperimenti sugli esseri umani di Mengele, che fu addirittura costretto a documentare su obbligo del sadico medico tedesco.

Brasse venne internato non come ebreo, ma come prigioniero politico, perché si rifiutò di giurare fedeltà ad Hitler. Egli trascorse 5 anni facendo “l’ultima fotografia” a decine di migliaia di persone, tanto che, dopo la guerra, non fu più in grado di proseguire il proprio mestiere di fotografo. Divenne famoso anche fra le guardie SS, che si facevano fare dei ritratti specificatamente da Brasse, che riusciva, dicevano, a “mettere a proprio agio chiunque”.

Grazie al suo lavoro, ma sopratutto grazie al rischio che corse nascondendo i negativi nelle baracche, oggi riusciamo a comprendere molto meglio la catastrofe dell’olocausto, e di come questo sia stato un punto di svolta per la storia dell’uomo.

Tutte le persone fotografate erano degli innocenti, imprigionati senza alcuna ragione nel campo di sterminio di Auschwitz.

Nonostante alcuni trovassero la forza di sorridere, erano terrorizzati dall’incertezza del loro futuro, illusoriamente giunti al campo con la speranza di “andare a lavorare” per il futuro della Germania Nazista.

Nonostante alcuni di loro abbiano trovato la forza di sorridere, morirono tutti entro pochissimi giorni, o al più qualche mese, da quest’ultima fotografia.

I 3 ritratti Brasse, in molti casi, sono l’unica testimonianza visiva delle persone che furono assassinate al campo di Auschwitz.

 
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Wilhelm Brasse#8:

Wilhelm Brasse#9:

Wilhelm Brasse#10:

Wilhelm Brasse#11:

Sotto, Brasse con una delle sue fotografie a dei bambini:

Sotto, il trailer del documentario “Il Fotografo di Auschwitz”, diretto da Irek Dobrowolski:

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...