Definire Whittier (Alaska) una città pare un po’ eccessivo: nel 2015 contava 214 abitanti, i quali, forse per il clima non proprio clemente, vivono tutti “vicini-vicini”, praticamente sotto lo stesso tetto. Un edificio di 14 piani chiamato Begich Towers, suddiviso in appartamenti per “scapoli” (definizione degli anni ’50) e per famiglie più o meno numerose.

Begich Towers – Whittier – Alaska

Fonte immagine: Jessica Spengler via Wikimedia Commons – licenza CC BY.SA 2.0

Praticamente tutte le attività della cittadina si svolgono all’interno dell’edificio: le mamme non devono uscire dalle Torri per portare i figli a scuola, visto che sono ospitate dentro il condominio; se qualcuno deve denunciare un reato (presumibilmente commesso da un turista di passaggio) non corre il rischio di essere bloccato dalla neve, perché il commissariato si trova sempre nelle Torri, così come l’ufficio postale, la lavanderia, il supermercato, un’area giochi (con piscina), un piccolo ospedale.

Fonte immagine: Wikipedia inglese – licenza CC BY-SA 3.0

La concentrazione di ogni genere di attività, e i 196 appartamenti, hanno valso alle Begich Towers il soprannome di Town under one roof: Città sotto lo stesso tetto.

Fonte immagine: Barbara Ann Spengler via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 2.0

Una domanda sorge spontanea: perché duecento persone decidono di vivere in un luogo così inospitale e isolato, raggiungibile solo attraverso una galleria a uso misto (stradale e ferroviario) lunga quattro chilometri, che per giunta la notte rimane chiusa?

Scherzosamente (forse), gli abitanti si definiscono “prigionieri” di Whittier, perché non possono uscirne, né rientrarci, dopo le 22.30, come adolescenti indisciplinati messi in punizione da genitori severi. Non si tratta di nativi che sono voluti rimanere a tutti i costi nel loro territorio, perché Whittier è nata durante la 2° guerra mondiale, come porto e base militare. Strategicamente importante come posizione, un avamposto dal quale tenere sotto controllo i movimenti dell’Unione Sovietica negli anni della guerra fredda, Whittier vide sorgere, nel 1953, il più grande edificio dell’Alaska, il Buckner Building, che ospitava una cittadella militare completa di tutti i comfort (strutture ricreative, mediche e amministrative), al quale si aggiunsero, nel 1957, le Begich Towers, destinate ai dipendenti civili e alle loro famiglie.

Buckner Building

Fonte immagine: Gabor Eszes via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Poi, il 27 marzo 1964, ci fu il “grande terremoto dell’Alaska”, il secondo sisma più violento mai registrato, che provocò anche uno Tsunami con onde alte fino a 30 metri. Il Buckner Building fu abbandonato, e oggi è un edificio fantasma perennemente allagato e gonfio di amianto, ma per gli abitanti di Whittier è una sorta di monumento storico, che non infastidisce per la sua decadenza.

Ma la domanda iniziale rimane: perché vivere in un luogo dove piove sei mesi all’anno, e nei restanti sei nevica, mentre fuori dalle imposte fischiano venti che soffiano a 130 chilometri orari? E per di più in un casermone che ricorda, quello sì, i tristi edifici dell’ex Unione Sovietica.

Fonte immagine: Len Turner via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 2.0

Le persone che vivono a Whittier tutto l’anno (d’estate il luogo è frequentato da molti turisti) si occupano di pesca, turismo, oppure lavorano nei trasporti locali (ferrovie e traghetto): una comunità quasi completamente isolata, che si considera come una grande famiglia, con tutto ciò che ne consegue. In un luogo così remoto e quasi disabitato, è praticamente impossibile restare veramente “soli”, chiunque si sente autorizzato a suonare il campanello del vicino, e a qualsiasi ora. Per questo, qualcuno dei whitteriani ha scelto di vivere in un piccolo complesso di appartamenti in fondo alla strada… ma in ogni caso, ciascuno dei 200 abitanti del paese deve saper vivere a stretto contatto con gli altri, ma soprattutto stare bene con se stesso, altrimenti chi resisterebbe in una Torre che rappresenta tutto il proprio mondo?

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.