Wang Zhaojun: la splendida fanciulla che si sacrificò per la Pace fra Cina e Mongolia

Se un giorno vi recaste in Cina e provaste a chiedere ai passanti “chi era Wang Chiang?”, difficilmente trovereste qualcuno non a conoscenza della triste e leggendaria vicenda di questa dama, vissuta oltre duemila anni fa. Fulgido esempio di virtù confuciana e modello da seguire nei secoli a venire, rinunciò alla propria felicità per il bene dell’Impero Cinese, andando volontariamente in sposa a un sovrano barbaro della selvaggia Mongolia.

Sulla vita di questa donna, realmente esistita, nel corso dei secoli sono stati scritti più di settecento poemi e centinaia di canzoni e la sua figura viene tutt’ora rappresentata con grande successo nel tradizionale teatro dell’Opera di Pechino.

Un’attrice dell’Opera di Pechino interpreta Wang Chiang

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La sua vicenda si svolge nella Cina della fine del I secolo a.C., sotto il regno dell’Imperatore Yuan (periodo di regno 48 a.C. – 33 a.C.) della Dinastia Han. A quell’epoca, l’Impero Cinese aveva già raggiunto dimensioni considerevoli ed era senza dubbio il paese culturalmente più avanzato dell’Asia.

Per i letterati e filosofi cinesi, il mondo era di forma rettangolare, mentre la volta celeste, dove abitavano gli dèi, aveva una forma ellittica, di dimensioni più piccole rispetto alla terra sottostante. In quel contesto, solo una porzione del mondo era sormontata dalla volta celeste e poteva così beneficiare degli influssi divini. Il “Tien Shia”, cioè “Tutto quello che si estende sotto il Cielo” era la Cina. Il resto erano solo terre barbare e selvagge, abitate da uomini a volte rappresentati con sembianze animalesche.

Nelle frontiere settentrionali dell’Impero Han erano molto frequenti scontri tra l’esercito imperiale e le popolazioni barbare locali, tra cui i temibili mongoli, che dominavano le steppe e che spesso effettuavano scorrerie nel territorio cinese.

A periodi di tensione si alternavano momenti di pace, che generalmente venivano consolidati da trattai e, in alcuni casi, dalla “diplomazia matrimoniale”.

Fu così che per raggiungere la pace tra l’Impero degli Han e il forte regno mongolo degli Xiongnu, fu celebrato il matrimonio tra la principessa cinese Wang Chiang, che scelse autonomamente il suo destino, e il sovrano mongolo Chanyu.

Lo spirito di sacrificio in favore del proprio Imperatore e della Cina stessa, rese la memoria della donna immortale nei secoli.

Wang Chiang, nome ufficiale di Wang Zhaojun, che era il nome cinese di cortesia

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Alla verità storica, nel corso dei secoli si sono intrecciate molte leggende relative alla sua vita e, una delle tante, racconta di come la Cina, sotto l’Imperatore Yuan della dinastia Han, stesse vivendo un lungo periodo di pace e prosperità. Approfittando di questo periodo di benessere, un giorno l’Imperatore decise di prendere con sé delle nuove concubine, da selezionare tra le ancelle già presenti a palazzo, secondo la consuetudine dell’epoca.

Le ancelle vivevano una triste esistenza all’interno della gabbia dorata qual era il Palazzo Imperiale, passando l’intera vita nella speranza di essere notate dal Sovrano e diventare così concubine. La maggior parte di esse però non avrebbe mai incontrato il monarca.

All’annuncio che il sovrano era intenzionato a cercare delle concubine tra di loro, tutte le dame indossarono abiti bellissimi, con lo scopo di attirarne l’attenzione.

L’Imperatore Yuan ne selezionò qualcuna ma, dopo averle viste da vicino, non ne rimase particolarmente soddisfatto. Quasi tutte le ancelle infatti avevano ormai un’età prossima ai 40 anni (considerata avanzata per quell’epoca), visto che erano entrate al servizio dall’Imperatore precedente oltre 20 anni prima.

Il Sovrano decise quindi di donare loro la libertà, così che sarebbero potute tornare alle loro terre di origine e cercare marito. Così facendo avrebbe potuto dedicarsi alla creazione di un nuovo harem.

L’Imperatore Yuan

Immagine di pubblico dominio

Inviò funzionari in tutto il regno alla ricerca di giovani e belle fanciulle tra i 17 e i 20 anni, da introdurre come dame di palazzo, per poter successivamente scegliere tra di queste le nuove concubine.

17 anni prima che l’Imperatore prendesse questa decisione, nel villaggio di Baoping, nella prefettura dell’Hubei nella Cina centrale, nella casa della famiglia del mandarino Wang Jiang, veniva alla luce una bambina che avrebbe preso il nome di Wang Chiang.

Figlia unica del mandarino, condusse una vita agiata e piuttosto tranquilla. I genitori, entrambe persone molto colte, si dedicarono interamente a lei, dandole modo di ricevere un’istruzione di alto livello. Dotata di grande intelligenza, arrivò a conoscere molto bene i classici di Confucio, a comporre poesie e suonare gli strumenti musicali classici.

Quando si diffuse la notizia che l’Imperatore aveva iniziato la ricerca di nuove ancelle, si scatenò il panico tra tutte le famiglie dell’Impero. Una volta scelta una dama infatti, non era possibile porre un rifiuto e la giovane in questione avrebbe dovuto lasciare, probabilmente per sempre, la propria famiglia.

Per evitare la separazione, in tutto l’impero scattò la corsa al matrimonio, che consentì a molte giovani di accasarsi ed essere così escluse dalla selezione.

Nei secoli successivi, sarebbe stata scritta una poesia satirica a ricordo di tali eventi:

“Un decreto Imperiale fu emanato

E dovunque matrimoni avvennero

I giovanotti furon così felici

Ed in una sola notte ebbero tre mogli!” *

Quando l’Imperatore emanò il suo decreto, Wang Chiang aveva 17 anni ed era famosa nella sua prefettura per via della straordinaria bellezza e per l’intelligenza senza pari.

Un giorno il padre della giovane, venuto a sapere del decreto imperiale, spaventato rientrò a casa di corsa per informare la moglie e la figlia. I genitori di Wang Chiang, consapevoli delle doti della figlia, erano oltremodo sicuri che sarebbe stata selezionata e iniziarono a ragionare sul da farsi.

Come accadde per tutte le altre famiglie dell’Impero, l’unica soluzione era quella di organizzare rapidamente un matrimonio. Ma con chi?

Wang Chiang rimase in rispettoso silenzio, in attesa che i genitori trovassero una soluzione. Non vi fu però il tempo di completare il discorso che si presentò alla porta il Sotto Prefetto Ching Men Cho, funzionario incaricato dall’Inviato Imperiale di selezionare le fanciulle nella prefettura.

Ching Men Cho, avendo sentito parlare della bellezza della famosa figlia del Mandarino Wang, era giunto in gran segreto, così da cogliere di sorpresa tutti ed impedire un frettoloso matrimonio della dama.

Dopo aver illustrato il decreto imperiale, il Sotto Prefetto chiese di poter vedere di persona la giovane Wang Chiang, ma il mandarino suo padre iniziò ad accampare scuse disparate pur di non accondiscendere alla richiesta. Dichiarò che la figlia era troppo giovane e che era anche particolarmente brutta.

Il Sotto Prefetto, irritato dalle bugie del mandarino, che così facendo disobbediva all’ordine del sovrano, intimò alle guardie di arrestarlo. Fu in quel momento che, dopo essere rimasta in ascolto in un’altra camera, Wang Chiang si mostrò. La giovane si rivolse al padre, ricordandogli che era loro dovere rispettare il decreto dell’Imperatore e che pertanto lo accettava senza alcuna remora.

Bisogna considerare che l’Impero cinese si fondava sulla filosofia confuciana, il cui cardine era la “Pietà Filiale”, cioè l’idea secondo la quale un figlio doveva sempre rispettare il volere del padre e, di conseguenza, il suddito doveva obbedire agli ordini dell’Imperatore – considerato padre del Paese – il quale agiva sempre per il bene della popolazione.

Il Sotto Prefetto, alla vista di Wang Chiang, rimase stordito dalla sua bellezza ed intuì che, una volta entrata a palazzo, la giovane sarebbe stata senza dubbio selezionata come concubina, arrivando a conquistare l’amore dell’Imperatore.

La giovane, con il cuore colmo di tristezza, si accomiatò dai genitori con grande dignità e fu accompagnata presso la dimora, predisposta dall’Incaricato Imperiale, per accoglierla in attesa del giorno propizio per la partenza alla volta della capitale Chang-an.

Alla vista della giovane fanciulla, l’Incaricato Imperiale, un eunuco di nome Chang Jiang, convenne con il pensiero del Sotto Prefetto. Wang Chiang sarebbe stata senza dubbio una delle favorite del Sovrano e lui, in quanto scopritore di tanta bellezza, sarebbe stato ricoperto di favori.

Decise quindi che la giovane donna doveva essere trattata con ogni riguardo per farle sentire il meno possibile la nostalgia di casa. Le furono portati così molti doni, tra cui vestiti, oggetti di valore e gioielli.

Inoltre, per farla sentire meno sola, le furono affiancate anche due giovani nobili dame di compagnia, di nome Hue Feng e Ching Yen.

Anche le due dame ne lodarono la bellezza, prevedendo un grande successo con l’Imperatore. Wang Chiang, sentendo queste parole, si convinse che tale era il suo destino e si rasserenò.

Si legò immediatamente alle due ragazze, che trattò immediatamente come delle sorelle e non come delle servitrici, donando loro i vestiti e gli oggetti che riceveva dall’Incaricato Imperiale. Non essendo desiderosa di beni materiali ed essendo molto modesta infatti, teneva con sé solo ciò di cui aveva realmente bisogno.

Si arrivò così al giorno prefissato per la partenza e Wang Chiang fu ovviamente presa dalla tristezza dovuta alla consapevolezza che probabilmente non avrebbe più rivisto i genitori. Nei momenti di grande dolore e difficoltà, era solita suonare il Ruan (una specie di mandola) recitando poesie da lei stessa composte. Nei ritratti dipinti nei secoli successivi, viene spesso raffigurata intenta a suonare tale strumento.

Immagine di Wang Chiang del 1772

Una volta giunti nella capitale, l’Incaricato Imperiale si recò immediatamente dall’Imperatore Yuan per annunciargli, soddisfatto, che aveva portato con sé delle dame di rara bellezza. Il sovrano, felice per la notizia, gli donò una ricompensa in oro, accordandogli inoltre una lunga licenza così da riposare dopo il faticoso lavoro svolto.

Il sovrano annunciò inoltre che, all’arrivo degli altri funzionari provenienti dalle altre parti dell’Impero, avrebbe fatto fare dei ritratti delle dame così da poter scegliere tra le più belle.

L’Incaricato Imperiale, felice per le ricompense ricevute, rientrò presso la propria dimora, dimenticandosi di raccomandare il nome di Wang Chiang al sovrano. Il destino volle che, per via di questa dimenticanza e della licenza ottenuta, l’Incaricato Imperiale non sarebbe stato presente durante la presentazione dei ritratti, cosa che avrebbe dato il via agli eventi che stravolsero la vita della sfortunata giovane.

Dopo l’arrivo di tutte le dame, fu convocato a corte il ritrattista ufficiale Mao Yen Cho, considerato uno dei più talentuosi del regno, per iniziare a dipingere i volti delle nuove ancelle. Come vedremo in seguito, Mao Yen Cho era un uomo senza dubbio dotato di grande talento, ma estremamente avido e vendicativo.

Anche lui, dopo aver visto Wang Chiang, rimase colpito dalla straordinaria bellezza ed ebbe molta difficoltà nel riuscire a completare un ritratto che rendesse giustizia alla fanciulla. La sera in cui fu terminato il dipinto, un emissario di Mao Yen Cho si recò a far visita alla splendida fanciulla per comunicarle che il suo padrone, con cupidigia, chiedeva un pagamento di 10.000 once d’oro per rendere il dipinto ancora più bello di quanto fosse già e renderlo così ancora più appetibile al sovrano. La giovane, educata con gli insegnamenti di Confucio, rifiutò ogni tipo di corruzione, mandando via l’emissario.

Era disgustata dalla richiesta di Mao Yen Cho, ma confidava nella propria bellezza. Era sicura che, anche se non ritoccato, il suo ritratto avrebbe senza dubbio colpito l’Imperatore, che l’avrebbe convocata al suo cospetto. Quello che non sapeva era che l’artista, adirato, avrebbe agito per vendicarsi.

Il sovrano iniziò così a visionare i dipinti e a convocare alcune dame. Il tempo trascorse senza che Wang Chiang venisse chiamata, facendola così cadere nello sconforto. Le sue amiche Hue Feng e Ching Yen, sbalordite dalla mancata convocazione, presentarono a Wang Chiang un’altra ancella, di nome Yuan Hua, che come lei non aveva ceduto al ricatto del pittore Mao Yen Cho e che, di conseguenza, non era stata convocata dal sovrano.

Yuan Hua e Wang Chiang parlarono a lungo della vicenda che le vedeva coinvolte e divennero buone amiche. Inoltre Yuan Hua, grazie alle sue conoscenze nel palazzo imperiale, riuscì a scoprire le macchinazioni del subdolo pittore.

Mao Yen Cho, prima di presentare il dipinto di Wang Chiang al sovrano, aveva aggiunto sul ritratto un neo sotto ogni occhio, cosa che, secondo la superstizione locale, era un segno nefasto. Si riteneva che chiunque avesse sposato una donna con tali caratteristiche, sarebbe morto rapidamente.

Il sovrano, vedendo il ritratto, rimase colpito dalla bellezza della giovane tanto che espresse il desiderio di incontrarla immediatamente. Il pittore rancoroso si prostrò davanti al sovrano, implorandolo di desistere da tale desiderio poiché la dama avrebbe portato la sventura sulla Casa Imperiale.

Rattristato ma convinto da questo discorso, l’imperatore Yuan cedette e non fece convocare la giovane

Venuta a sapere la verità, Wang Chiang fu colta da una grande tristezza. Avrebbe passato la vita nell’anonimato come ancella, senza avere la possibilità di fare qualche cosa di importante nella vita e scrivere il proprio nome nella storia.

Ma il destino aveva in serbo qualcosa di diverso per Wang Chiang

In quegli stessi giorni accadde che il principe mongolo Chanyu, che era succeduto al padre come sovrano del regno Xiongnu, inviò presso la corte dell’Imperatore Yuan un ambasciatore con tributi per il sovrano cinese in segno di amicizia e per rinnovare il trattato di pace precedente. Per suggellare il tutto, Chanyu chiese l’onore di poter prendere in moglie una principessa cinese.

Il Sovrano diede il benvenuto all’Ambasciatore ed accettò la richiesta del Re Mongolo, pensando di concedergli la mano della propria figlia maggiore. I consiglieri dell’Imperatore intervennero prontamente, suggerendo di agire in maniera differente.

Per quanto Re, Chanyu era un barbaro che abitava in una tenda e il cui impero si estendeva nelle inospitali steppe, lontane dalle benedizioni del Cielo. Era questo il triste destino che l’Imperatore desiderava per la sua primogenita?

Fu così suggerito così di mandare come sposa una delle ancelle, facendola passare per una delle principesse imperiali. Il sovrano, lieto di non dover sacrificare la figlia, accettò di buon grado il consiglio, anche se, così facendo, si creò un ostacolo apparentemente insormontabile.

L’Imperatore, nonostante fosse il Figlio del Cielo, non poteva forzare nessuna ancella ad andare in sposa al sovrano barbaro. Era necessario trovare una volontaria. Come prevedibile, nessuna di esse accettò l’offerta e l’Imperatore cadde nello sconforto.

A salvare la principessa da una vita in mezzo ai barbari fu Wang Chiang che, venuta a sapere della richiesta del sovrano, vide la cosa come un segno del destino. Come prescritto dal precetto confuciano dalla “Pietà Filiale”, sapeva che era suo dovere offrirsi per il bene dell’Impero.

Quando la cosa venne comunicata all’imperatore, questi si mostrò raggiante. Aveva evitato un triste destino alla figlia. All’udire il nome della dama che si era offerta volontaria, l’Imperatore si ricordò del ritratto e di quanto gli era stato raccontato dal pittore Mao Yen Cho. Decise così di organizzare per quella sera un banchetto di saluto in onore della giovane, alla presenza di dignitari e degli ambasciatori mongoli.

Giunta la sera, Wang Chiang venne accompagnata per la prima volta al cospetto del Sovrano, il quale rimase stravolto dalla sua bellezza e dalla fragranza che emanava la sua pelle. Com’era possibile che tale creatura fatata fosse stata scartata dalla selezione? Il pittore Mao Yen Cho lo aveva forse ingannato? Osservò accuratamente il viso di Wang Chang e non vide traccia dei nei. Le porse così un fazzoletto invitandola a togliersi il trucco dal volto.

La dama eseguì il comando ed il sovrano rimase senza fiato. Senza alcun artifizio, il volto naturale della giovane era ancora più bello e, ovviamente non vi era alcun neo sotto gli occhi. Il Figlio del Cielo ebbe così la conferma dell’inganno perpetrato dal pittore, senza però comprenderne la ragione.

Terminata la cerimonia, l’imperatore convocò nuovamente Wang Chiang al suo cospetto e le chiese di parlarle del pittore Mao Yen Cho. La giovane raccontò di come l’avido artista avesse cercato di estorcerle denaro e di come lei, contraria ad ogni forma di corruzione, avesse rifiutato categoricamente.

L’Imperatore Yuan, colmo d’ira per l’inganno, ordinò di trovare, arrestare e giustiziare Mao Yen Cho immediatamente. Non passò nemmeno un’ora che il pittore veniva decapitato ed i suoi averi espropriati. Il sovrano confessò a Wang Chiang il suo amore, ma le fece sapere tristemente che non avrebbe potuto farla sua. Ormai aveva dato la propria parola al sovrano mongolo Chanyu e non era consentito ad un imperatore di venire meno ad una promessa.

Naturalmente la ragazza antepose il dovere ai propri sentimenti, accettando il fato che le richiedeva questo enorme sacrificio. L’Imperatore le donò il titolo di Principessa “dell’eterna pace” e tutti gli averi del pittore Mao Yen Cho in segno di gratitudine.

Dopo aver ringraziato l’Imperatore per la sua generosità, osò chiedere due favori al sovrano. Come figlia devota, era suo compito pensare al sostentamento della propria famiglia, pertanto domandò che tutte le proprietà ricevute venissero donate ai suoi genitori. Il secondo era di acconsentire alla richiesta dell’amica Yuan Hua, che aveva espresso il desiderio di accompagnarla nella sua nuova vita nelle steppe mongole.

Il sovrano, commosso e carico di ammirazione, acconsentì immediatamente alle sue richieste. Il giorno seguente il corteo si mise in marcia alla volta delle steppe. Il cuore di Wang era un turbine di sentimenti. Era triste perché stava abbandonando la Cina, perché non avrebbe mai più rivisto i genitori e perché non le era consentito coronare il suo sogno d’amore con l’Imperatore. Ma in cuor suo sapeva che con il suo sacrificio avrebbe reso un grande servizio al suo amato e a tutta la Cina e questo pensiero le dava grande forza.

Il viaggio oltre la frontiera di Wang Chiang – Biblioteca Medicea Laurenziana

Immagine di Sailko via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Giunta così al confine del Celeste Impero, con il cuore colmo di dolore, si voltò per un’ultima volta a guardare i rigogliosi domini degli Han, prima di entrare nell’aspro e inospitale territorio mongolo.

Pochi giorni dopo il viaggio ebbe termine e poté incontrare così il futuro marito, il quale naturalmente rimase ammaliato dal suo aspetto. Nella stessa giornata venne così celebrato il rito che li unì in matrimonio. Dopo i festeggiamenti, i due si recarono nella tenda del Re, dove si sarebbero uniti per la prima volta.

Prima di donarsi a lui però, Wang Chiang chiese al marito di pronunciare un giuramento: con grande autorevolezza disse che con questo matrimonio Chanyu si era unito alla Casata degli Han, quindi avrebbe dovuto rinunciare a qualsiasi intento bellicoso nei confronti dell’Impero. Il marito, uomo d’onore, pronunciò il giuramento spezzando una freccia. Tale gesto stava a indicare che, se avesse infanto la promessa, lui stesso avrebbe subito quella sorte.

In questo modo Wang Chiang aveva garantito la sicurezza dei confini dell’Impero cinese con una pace duratura. Nei vent’anni che seguirono sognò spesso la Cina e con malinconia pensò alla vita che aveva lasciato nel Celeste Impero, ma con grande impegno onorò in ogni momento il suo giuramento nei confronti dell’Impero e del marito, mettendo al mondo un figlio maschio e due femmine.

Il viaggio oltre la frontiera di Wang Chiang – Biblioteca Medicea Laurenziana

Immagine di Sailko via Wikimedia Commons – licenza CC BY 3.0

Un giorno però Chanyu, di rientro da una battuta di caccia, si ammalò gravemente e morì nel giro di poche ore. Il loro unico figlio maschio salì così al trono. Un’usanza dei mongoli, considerata barbara e da sempre detestata da Wang Chiang, prevedeva che un figlio, al momento del decesso del padre, avrebbe preso in moglie la propria madre.

La donna, che sapeva che prima o poi questo giorno sarebbe arrivato, si rivolse al figlio ormai Re, ricordandogli che nelle sue vene scorreva anche sangue cinese e che ora avrebbe dovuto decidere se regnare come un barbaro o come un cinese.

Il figlio, intuendo il senso profondo della domanda della madre, dichiarò di essere un mongolo e, dopo aver udito queste parole, Wang Chiang si ritirò nei propri appartamenti, consapevole di quello che avrebbe dovuto fare per non sottostare a tale barbaria.

Dopo aver scritto le istruzioni per il proprio funerale, Wang Chiang, con grande dignità si avvelenò. Il suo corpo senza vita venne ritrovato dall’amica Yuan Hua, la quale informò immediatamente della tragedia il giovane sovrano che fu colto dai sensi di colpa.

Sempre Yuan Hua ricordò al re che le volontà di sua madre erano quelle di non essere seppellita con il marito, secondo le usanze mongole, ma da sola, al confine con l’Impero cinese. Il figlio, disperato, acconsentì e, preso dal rimorso, abolì la barbara usanza del matrimonio con le genitrici.

Il giorno del funerale, avendo ormai portato a compimento tutti i desideri dell’amica defunta, Yuan Hua, che non aveva più ragioni che la legassero a quel mondo, chiese al re di poter essere sepolta nello stesso luogo di Wang Chiang al momento della sua morte. Senza rendersi conto di quello che stava per succedere, il sovrano acconsentì e immediatamente Yuan Hua si tolse la vita ricongiungendosi così con l’amica.

Alcuni secoli dopo un poeta, recandosi in visita alla tomba di Wang Chiang, scrisse una poesia in suo onore:

“Perché tu non moristi nella corte degli Han?

Fu peccato che dovessi finire i tuoi giorni in terra straniera!

I posteri pensarono di trasportarla in patria,

ma le sue ossa già s’erano disfatte

e del cocchio che di notte era partito

i cavalli impauriti fecero ritorno,

Vivo è l’odio contro l’infame pittore;

e quella tomba baciata dalla luna

sente il doloroso pianto delle genti!” **

Con i suoi sacrifici Wang aveva ottenuto di essere ricordata e amata per l’eternità.

BIBLIOGRAFIA:

“Le Famose Concubine Imperiali” di Ludovico di Giura, Ed. Mondadori

“La Cina – Dall’età del Bronzo all’Impero Han” a cura Maurizio Scarpari, Ed. Einaudi

NOTE: **Entrambe le poesie sono state copiate dal libro “Le Famose Concubine Imperiali”


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