Quattro matrimoni, di cui due annullati d’autorità, il primo marito assassinato dal secondo, una bellezza leggendaria e l’ammirazione delle personalità più celebri del suo tempo, fughe rocambolesche e una morte tragica:

Può la vita essere più romanzesca di un romanzo?

Talvolta sì, come nel caso di Vittoria Accoramboni, una delle aristocratiche più celebri del Rinascimento italiano, la cui esistenza tumultuosa, intessuta di passioni e intrighi sanguinari, ha ispirato nei secoli numerosi scrittori.

Proveniente dalla piccola nobiltà marchigiana, Vittoria nasce nel 1557 a Gubbio (all’epoca possedimento del Ducato di Urbino) da Tarquinia Paluzzi Albertoni e da Claudio Accoramboni. La sua famiglia, che si trasferisce a Roma quando lei è ancora bambina, le impartisce un’educazione raffinata ma, pur essendo Vittoria di ingegno brillante e versata per la poesia, è la sua bellezza fuori dal comune il tratto che colpisce maggiormente.

Corteggiatissima, dall’incarnato pallido e delicato in cui spiccano i profondi occhi scuri, la giovane seduce i rampolli più in vista della città papalina. Il suo matrimonio molto al di sopra del suo rango, pertanto, non stupisce nessuno: a soli 16 anni, Vittoria sposa Francesco Peretti, nipote del Cardinale di Montalto, il futuro Papa Sisto V.

Per la Accoramboni si aprono così le porte della Roma che conta, quella che gravita intorno al pontefice, un mondo un po’ vacuo, fatto di adulazione e di un turbinio di ricevimenti organizzati dall’aristocrazia, che mirano a intrattenere e a stringere alleanze politiche. È proprio ad uno dei tanti ricevimenti mondani che l’irrequieta adolescente incontra Paolo Giordano I Orsini, duca di Bracciano, uno degli uomini più potenti della capitale.

Anonimo, Ritratto di Paolo Giordano Orsini, 1560, olio su tela, Castello Odescalchi, Bracciano:

Nonostante siano entrambi sposati – l’Orsini addirittura con Isabella dei granduchi di Toscana – Vittoria e il duca si innamorano. La loro relazione non tarda a diventare di dominio pubblico – e non solo perché gli amanti non fanno nulla per nascondersi e a Roma non si parla d’altro – ma anche perché si sentono incoraggiati dalla distratta condiscendenza del marito di lei.

Ritratto di Isabella de’ Medici, moglie di Orsini, opera attribuita ad Alessandro Allori, XVI secolo:

All’improvviso, però, gli eventi precipitano: con la scomparsa di Isabella de’ Medici, Paolo Giordano Orsini sarebbe finalmente libero di sposare l’amante. Al duca, probabilmente, il fatto che la Accoramboni sia sposata appare un dettaglio trascurabile, e il 17 aprile del 1581 Francesco Peretti viene trucidato in un agguato con tre colpi di archibugio.

Tra i sicari è presente addirittura il cognato della vittima, fratello di Vittoria

L’Orsini, mandante dell’omicidio, reputa di essere al di sopra della legge per i natali illustri e per il prestigio acquisito con il matrimonio con la figlia del granduca di Toscana; è, d’altronde un condottiero militare, un tipo sbrigativo non nuovo a metodi violenti per sbarazzarsi di chi non gli aggrada.

Ma stavolta il duca sbaglia clamorosamente i suoi calcoli, perché il crimine non passa inosservato: la vittima è, infatti, imparentata con il già citato cardinale di Montalto, il politico più influente della città capitolina. Il cardinale, appoggiato dal papa, fa terra bruciata intorno ai due amanti.

La reputazione di entrambi è rovinata

Messi al bando dalla buona società, Vittoria e Paolo Giordano Orsini sono costretti alla fuga dalla capitale, inseguiti dall’ira del pontefice e dall’ostilità del granduca di Toscana. La morte prematura di Isabella de’ Medici, infatti, ha suscitato dubbi e sospetti che si addensano – seppure ingiustamente – sul marito infedele.

Il conte Orsini, dettaglio di un dipinto di Giovanni Maria Butteri, 1575:

Ciononostante, incuranti delle conseguenze, la Accoramboni e il duca si sposano in segreto. La notizia delle loro nozze, tuttavia, giunge ben presto alle orecchie di Gregorio XIII, che annulla l’unione e ordina che la sposa venga riconsegnata alla casa paterna, con l’obbligo di non uscirne. Il Duca, furibondo, induce Vittoria a violare la restrizione. L’intemperanza costa cara: la giovane finisce dapprima prigioniera a Castel Sant’Angelo, poi esiliata a Gubbio fino al 1582. Vittoria ottiene fortunosamente il permesso di ritornare a Roma nel febbraio del 1583; si rifugia poi a Bracciano, feudo dell’Orsini, dove si unisce nuovamente in matrimonio all’amato nel settembre dello stesso anno.

Vittoria Accoramboni in un ritratto di Scipione Pulzone:

Un nuovo processo, causato dallo scandalo suscitato a Roma dalla notizia, annulla anche queste nozze. La situazione, giunta ad uno stallo, sembra risolversi alla morte di Gregorio XIII, papa apertamente ostile all’unione. I duchi di Bracciano, convinti che il peggio sia passato, rinnovano ancora – per la terza volta – i voti matrimoniali. L’elezione di Sisto V, tuttavia, zio di Francesco Peretti, il marito assassinato, non solo sconvolge i loro piani definitivamente, ma li fa temere per la loro stessa vita, costringendoli ad un’ennesima fuga, l’ultima.

Sotto, ritratto di Sisto V:

La coppia si rifugia a Venezia, dove il duca tenta invano di ottenere un incarico militare, e infine a Salò, sempre in territorio veneziano. Qui l’Orsini muore improvvisamente il 13 novembre 1585 – forse avvelenato da sicari di Francesco de’ Medici, granduca di Toscana – lasciando in eredità un cospicuo patrimonio alla vedova Vittoria e il ducato al figlio di primo letto, Virginio.

Virginio Orsini:

La Accoramboni, inconsolabile, si stabilisce a Padova, a Palazzo Cavalli alle Porte Contarine, ma anche lei è diventata ormai un personaggio scomodo e, paradossalmente, non tanto per Papa Sisto V, quanto per Lodovico Orsini di Monterotondo.

Costui, cugino e luogotenente del duca, funzionario della Repubblica di Venezia, ambisce ad appropriarsi dell’eredità del defunto e così, prima spoglia Vittoria di tutti i beni che il marito le ha lasciato, poi la fa trucidare insieme al fratello Flaminio.

E’ il dicembre del 1585, e la giovane è sopravvissuta solo un mese al compagno

Sorprendentemente, questo ennesimo crimine non resta impunito e l’assassino, dopo un sanguinoso assedio nel palazzo in cui si era rifugiato, viene arrestato e giustiziato su ordine della Serenissima. Sarà impiccato nella corte di Castelvecchio, a Verona, con una corda vermiglia, come si usa per i traditori, e con lui morranno anche tutti i suoi armigeri.

Sotto, la Corte di Castelvecchio a Verona. Fotografia di Ugo Franchini condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Si conclude così, in modo drammatico, la breve esistenza di Vittoria Accoramboni che, per i suoi risvolti avventurosi e tragici, imprime una traccia significativa nella letteratura europea, destino, questo, comune anche ad altri personaggi femminili del Rinascimento italiano, come Lucrezia Borgia o Isabella de’ Medici, protagoniste di romanzi a tinte fosche particolarmente amati nell’Ottocento.

Le opere letterarie più note che traggono ispirazione dalla vicenda biografica della sfortunata nobildonna vanno da “Il diavolo bianco (o Vittoria Corombona)” (1612), del drammaturgo inglese John Webster, alla novella a lei dedicata ne “Le Cronache italiane” di Stendhal (1837), a “L’idolo”, il romanzo di un autore francese contemporaneo, di nome Robert Merle.

Sotto, “Il diavolo bianco (o Vittoria Corombona)” (1612), del drammaturgo inglese John Webster, disponibile su Amazon:

Vittoria Accoramboni rivive anche nell’omonimo romanzo di Ludwig Tieck (nell’eccellente traduzione di Francesco Maione), tra i più avvincenti dell’Ottocento tedesco. In esso l’indipendente e carismatica protagonista, si scontra, impavida, con un mondo ostile ed intimorito dalla sua bellezza. Intrepida, romantica, corteggiata da uomini potenti, Vittoria rincorre l’autentica felicità ed il vero amore, che pagherà con la vita. Un Cinquecento al tramonto, in cui lo stato di diritto sembra essersi eclissato e in cui nulla è come appare, fa da sfondo alla narrazione, che è al tempo stesso una vibrante critica dell’epoca ed un’apologia dell’autodeterminazione dell’individuo.

Forse non a caso, in tutte le trasposizioni letterarie, la Accoramboni incarna allo stesso tempo la vittima e l’eroina. Ed allora la battuta che la giovane pronuncia, sprezzante, al suo accusatore nel dramma di Webster:

Sappi questo, e il tuo dispetto ne aumenti un poco: è nella tenebra che i diamanti spandono la loro luce più ricca

esprime in maniera emblematica non soltanto la sua rivendicazione di innocenza, ma anche la sua personale sfida nei confronti del potere maschile e della morale corrente. Una sfida che neanche la morte o il tempo è stata in grado di domare.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.