“Presto torneranno i giorni belli, e io ricomincerò a occuparmi di frutteti in fiore”. Così scriveva il pittore olandese Vincent Van Gogh a suo fratello Theo, in seguito a uno dei gesti di automutilazione più insoliti e clamorosi della storia dell’arte.

Era il 23 dicembre 1888 quando Van Gogh, all’età di trentacinque anni e due anni prima del suo suicidio, si mozzò l’orecchio con un rasoio, per poi impacchettarlo in una carta di giornale, uscendo di casa consegnandolo a una ragazza di sua conoscenza come prova di quanto accaduto. Numerose tesi, nel tempo, hanno cercato di attribuire una ragione a questo atto di autolesionismo.

Autoritratto di Vincent Van Gogh:

In un primo momento si era pensato che una lite con il suo grande amico e pittore Paul Gauguin fosse all’origine dell’insofferenza di Vincent, che quello stesso giorno aveva avuto un diverbio con lui.

Un’altra idea, invece, abbastanza plausibile, era che a far scatenare in Van Gogh la furia e la disperazione fosse stata la lettera inviatagli da suo fratello Theo, in cui quest’ultimo gli riferiva le sue intenzioni di prendere in moglie Johanna Bonder. Vincent, a quel punto, vedendo messa in discussione la sua certezza di poter contare sull’appoggio economico e psicologico di Theo, più giovane di lui di qualche anno e suo principale mecenate, sarebbe esploso nella follia da tempo tenuta a bada. Le sue condizioni finanziarie e di stabilità emotiva erano infatti precarie e duramente messe in crisi dalla povertà che lo affliggeva.

Lettera inviata da Vincent a Théo nell’aprile 1885 con un piccolo bozzetto a inchiostro de I mangiatori di patate in basso a destra:

Lo storico d’arte Martin Bailey, desideroso di approfondire tale faccenda, dedicò a Van Gogh il suo libro “Studio of the south: Van Gogh in Provence”, avvalorando l’ipotesi della sofferenza per la notizia del matrimonio di Theo, mediante la descrizione meticolosa di quella fatidica lettera datata 21 dicembre 1888 e per giunta ad Arles proprio nel giorno del 23 dicembre 1888. Eppure, se si legge attentamente l’intero carteggio di ben 769 lettere che per lunghi anni ( più precisamente dal 1894 al 1890)  vide protagonisti Vincent Van Gogh e suo fratello, ci si rende conto che, alla base del profondo disagio del grande artista, non vi fossero solo fattori contingenti come quello del 23 dicembre, ma anche di tipo clinico.

Esatto, clinico

Era il 1979, quando l’otorino giapponese K. Yasuda per primo sollevò la questione circa il caso clinico di Vincent Van Gogh, con una pubblicazione scientifica intitolata: “Was Van Gogh suffering from Meniere’s Disease?” (“Vincent Van Gogh soffriva della Sindrome di Meniere?”). Tale osservazione, apparentemente azzardata, si rivelò sempre più attendibile alla luce delle descrizioni che Van Gogh, nelle sue lettere, faceva dei sintomi di salute che quotidianamente compromettevano la sua salute psichica e fisica:

Vertigini, allucinazioni, suono disturbante all’orecchio sinistro, perdita dell’equilibrio

A tal proposito, i medici dell’epoca avevano diagnosticato al pittore l’epilessia e un atteggiamento “lunatico”, ignorando completamente la possibilità che si trattasse della sindrome di Ménière, che si rivelò con ogni probabilità e grazie ai successivi studi di Yasuda la giusta diagnosi.

In cosa consiste, precisamente, questo disturbo?

La malattia di Ménière, scoperta dal medico Prosper Ménière nel 1861, è una patologia dell’orecchio interno alla quale sono associati stati di vertigine, ipoacusia neurosensoriale fluttuante, acufeni e perdita dell’equilibrio. Le cause di questa sindrome non sono precise: può essere scatenata da un aumento della pressione nel canale endolinfatico, da un’infezione dell’orecchio o dei polmoni, da un trauma cranico o fattori genetici associati all’ansia e a una forte sensibilità emotiva. Le crisi dei pazienti soggetti a sindrome di Ménière possono durare dai 20 minuti fino a più di 24 ore, divenendo sempre più acute e frequenti nel tempo, peggiorando qualora i soggetti interessati conducano una vita movimentata e compiano sforzi fisici eccessivi (è consigliabile, infatti, l’assoluto riposo in una stanza buia).

Sotto, schema dell’orecchio interno:

Prosper Ménière, che aveva precedentemente tradotto in francese alcuni studi in materia, ad opera del medico tedesco Whilelm Kramer, approfondendoli mediante gli scritti del dottor

Itard,  si rese conto di come anche i casi di sordità stessero progressivamente aumentando, in pazienti tubercolotici e malati di febbre da tifo.

Nel caso specifico di Vincent Van Gogh, l’aggravarsi dei sintomi legati a questa sindrome procurò al pittore non pochi scompensi fisici, nonché fortissime allucinazioni, che gli impedivano di condurre una vita sana e libera da tormenti.

Prerogativa del dottor Yasuda, infatti, era esattamente quella di dimostrare che le false diagnosi di epilessia o schizofrenia fatte dai medici al pittore olandese non fossero accettabili, la prima perché banalizzava i fattori psicologici legati all’insorgere della patologia, la seconda perché invece tendeva ad enfatizzarli anche troppo. A sostegno di ciò, il medico dimostrò che in tutte le lettere scritte da Vincent a suo fratello compariva l’esatta descrizione dei sintomi tipici della malattia di Ménière e della Labirintite: vertigini, nausea, vomito, alternati a periodi totalmente asintomatici, in cui il pittore si illudeva di essere finalmente guarito.

Nel registro dell’ospedale della città di Remy, dove Van Gogh era stato ricoverato, un referto datato 9 Maggio 1889 e scritto del dottor Peyron, che lo aveva preso in cura, spiega:

E’ mia opinione che il Signor Vincent Van Gogh sia soggetto ad attacchi epilettici a intervalli frequenti”. Era infatti opinione condivisa, all’interno del reparto, che la mania compulsiva derivante dalle allucinazioni di cui soffriva Vincent Van Gogh lo avesse indotto al gesto estremo di mozzarsi un orecchio.

In realtà, come risultò chiaro successivamente, il taglio dell’orecchio non fu per il pittore un gesto simbolico o casuale (come se equivalesse al mozzarsi un dito o una gamba), ma che rappresentasse invece, per lui, il cosiddetto “Rasoio di Ockham”, ovvero l’atto risolutivo di tutti i suoi mali.

Che egli, dunque non lo avesse capito prima dei medici? Molto probabile.

Capita  infatti ancor oggi, epoca in cui la società gode delle tecniche mediche più avanzate e sofisticate della storia, che a numerosi pazienti affetti da questa sindrome oppure da un semplice acufene (suono permanente all’interno dell’orecchio anche noto come tinnitus), vengano diagnosticate tutt’altre patologie. Capita anche che l’infiammazione del nervo trigemino, per esempio, che partendo dai denti si ricollega all’apparato mandibolare, alla vista, alla gola e all’orecchio, producendo laringospasmi, tremore all’occhio e un suono incessante all’interno di quest’ultimo, venga molto spesso sottovalutata.

E così succede che questi, prendendo in cura un soggetto che soffre di tali sintomi, attribuiscano erroneamente l’acufene a un trauma acustico (un rumore troppo forte come in discoteca o per l’uso di trapani durante il lavoro), il tremore dell’occhio a fattori di stress e lo scricchiolio della mandibola a una mala occlusione, anziché indagare più a fondo circa le vere origini.

Autoritratti di Vincent Van Gogh:

E’ fuor di dubbio che la Malattia di Ménière si intensifichi allorquando vi siano situazioni debilitanti per la psiche umana, tanto che, ai giorni nostri, si cerca di poter curarne i sintomi mediante anticolinergici, antimimetici contro la nausea o benzodiazepine.

Del resto Vincent Van Gogh nella sua vita di sofferenza e di stress ne aveva accumulati a caterve, sin dai tempi in cui, all’età di appena ventidue anni, aveva compiuto per sei mesi una missione da evangelizzatore nella città belga di Wasmes, prendendo sotto la sua propria ala protettiva tutti i lavoratori sfruttati in miniera. A quel punto, come  ci racconta infatti Andrea Lattanzi Barcelò nel suo libro “Vincent Van Gogh – I colori del tormento”, “L’atteggiamento di Vincent, così empatico con i minatori del suo gregge, creava sconcerto, soprattutto tra le autorità ecclesiastiche che lo ritenevano un fanatico. I suoi superiori sostenevano che il suo stile di vita fosse lesivo della dignità sacerdotale e finirono per allontanarlo ancora una volta dall’incarico. Vincent, che chiedeva soltanto di poter vivere in coerenza con il vangelo e portare sulle sue spalle la sofferenza di quei disperati, fu terribilmente ferito da questa incomprensione“.

Dopo questo episodio, Van Gogh aveva sofferto anche dell’espulsione dalla scuola di evangelizzazione di Bruxelles, decidendo così, dal 1880 in poi, di dedicarsi unicamente alla pittura.

Nel 1882, il pittore aveva incontrato la prostituta Clasina Maria Hoornik, detta Sien, che vagava per le strade dell’Aia, tenendo per mano la figlia di soli cinque anni. La donna, col viso butterato dal vaiolo, incinta di un altro bambino e in uno stato di estrema povertà, era stata presa in carico da Van Gogh, che decise di farla lavorare come sua modella, iniziando a convivere con lei finché Clasina non gli trasmise la gonorrea, costringendolo al ricovero in ospedale. Dopo tale episodio, l’intera famiglia di lui si oppose strenuamente alla convivenza tra il pittore e la prostituta, che dovettero separarsi.

Nel momento in cui la solidità economica su cui poteva contare, ovvero il fratello Theo, era venuta  a mancargli definitivamente, è probabile che anche la sindrome di cui soffriva il pittore sfuggì di mano, al punto da intensificare il pulsare del tinnitus nel suo povero orecchio, provocando vertigini, allucinazioni e perdite di equilibrio ancora più incontrollate.

E così, laddove opere come la “Notte Stellata” e “Il Vaso di Girasoli” esprimono ancor oggi tutta la magnificenza spirituale di un uomo così geniale e ottimista seppur sfortunato, la sofferenza autentica, quella innegabile ed impossibile da tradurre in pennellate feroci sopra la tela, si manifestò con il taglio dell’orecchio e, due anni dopo, con il suicidio, mediante colpo di arma da fuoco, sempre ad opera dello stesso grande artista: Vincent Van Gogh.

Fonti per questo articolo: “Vincent Van Gogh, i colori del tormento”, di Andrea Lattanzi Barcelò, “Studio of the South: Van Gogh in Provence” di Martin Bailey.

Giorgia Maria Pagliaro
Giorgia Maria Pagliaro

Giorgia Maria Pagliaro è nata a Paola (prov. di Cosenza) l'11 luglio 1990, è laureata in lettere classiche e filologia. Lavora come docente e revisiona e scrive testi per la casa editrice Dioscuri. Giornalista pubblicista dal 2009, è da sempre interessata ai temi di inchiesta e di mistero, con un'attenzione particolare per l'epoca rinascimentale e la storia dell'inquisizione in Italia. Da sempre in giro per archivi e biblioteche, ama collezionare documenti e notizie utili alle sue ricerche.