Un proverbio noto a tutti afferma che le vie del Signore sono infinite. Soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento della fama. Molti sono così posseduti dal demone della celebrità da essere disposti anche agli atti più abominevoli pur di raggiungerla, a partire dal pastore greco Erostrato, che il 21 luglio del 356 a. C. incendiò e distrusse il Tempio di Artemide di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, pur di essere ricordato dai posteri.

I suoi concittadini, oltre a condannarlo a morte, disposero per contrappasso anche la più rigorosa damnatio memoriae per il suo nome, che fu vietato menzionare in modo che non potesse essere tramandato ai posteri. Tuttavia qualcuno violò il divieto e, nei secoli successivi, a scrivere di lui furono autori le cui opere sono giunte fino a noi, come Claudio Eliano, Strabone e Solino. Quindi Erostrato, ancor oggi noto e addirittura citato a esempio di una particolare nevrosi (“complesso di Erostrato”, tipico di chi vuole essere sempre, patologicamente, al centro dell’attenzione) raggiunse in pieno il suo obiettivo.

Poi ci sono quelli che diventano famosi loro malgrado, soprattutto in conseguenza delle malefatte di qualcun altro, delle quali si ritrovano vittime. La casistica al riguardo è ricchissima e quanto mai variegata. Ma, in mezzo a questa categoria, troviamo anche figure che furono vittime di delitti che sarebbero del tutto dimenticati se non fosse successo, dopo, qualche avvenimento del tutto svincolato dai fatti che però ha rinnovato e ampliato la loro fama. E questi sono casi decisamente più rari.

Un esempio in qualche modo unico è quello di Victor Noir

Il cimitero monumentale di Père-Lachaise a Parigi (uno dei più riusciti esempi di cimiteri moderni, che rispettando le leggi napoleoniche erano posti inizialmente al di fuori delle città, però poi sono stati ugualmente inglobati in esse quando sono cresciute, e prende il nome dal confessore di Luigi XIV, proprietario del suolo prima che fosse espropriato per realizzare il cimitero stesso) è uno di quei luoghi storici affascinanti che confermano il concetto espresso dal grande Cechov quando affermò che in essi non si trova la morte ma il ricordo della vita vissuta.

In effetti, in qualunque cimitero monumentale, basta passeggiare anche solo qualche minuto per imbattersi in decine di storie appassionanti come romanzi, riportate per sommi capi sulle lapidi (nello stile che, non a caso, si chiama appunto “lapidario”). Père-Lachaise, proprio per quel suo trovarsi in una città che è un importantissimo crocevia storico e culturale, rappresenta un universo in cui si corre il rischio di perdersi, dove è facile vivere emozioni incredibili, difficili da rendere a parole. È impossibile, ad esempio, non commuoversi davanti al piccolo monumento eretto in memoria dei caduti del contingente italiano arruolato nell’Esercito francese durante la Prima Guerra Mondiale: erano tutti minatori emigrati in Francia o in Belgio e, impossibilitati a ritornare per rispondere alla chiamata della mobilitazione perché per farlo avrebbero dovuto solo attraversare le nazioni nemiche, vollero lo stesso dare il loro contributo alla causa di una patria ingrata che non aveva concesso loro nemmeno il necessario per sopravvivere.

Ai soldati belgi caduti per la Francia. Fotografia di Roberto Cocchis:

Di questi eroi non sappiamo nulla, neanche i nomi, nessuno si è mai sprecato a celebrarli qui, evidentemente non sono utili a nessuna propaganda. Anche senza voler per forza condividere il patriottismo a volte spropositato dei francesi (o degli inglesi, che sono ancora più eccessivi), non si può non ammirarne la coerenza e la sincerità, espressa mirabilmente da questo e da altri monumenti in memoria di stranieri (Père-Lachaise ne è pieno) che hanno combattuto per la Francia.

Tutt’altra cosa rispetto all’Italia, per la quale sembra perfettamente azzeccato il celebre detto di Samuel Jonhnson (“Il patriottismo è troppo spesso l’ultimo rifugio delle peggiori canaglie”), in cui il patriottismo è soprattutto una rendita su cui ingrassarsi a vita e, ancor oggi, non esiste nulla che perpetui ai posteri la memoria dei tantissimi soldati eritrei, somali, abissini e libici (i cosiddetti ascari) che hanno combattuto eroicamente sotto la bandiera tricolore durante il periodo delle colonie e dell’Impero. Solo in tempi molto recenti, un libro di Domenico Quirico (“Squadrone bianco”) ha aperto un varco in questa vergognosa cortina di silenzio.

Ma Père-Lachaise non è solo questo. Ci sono tombe di grandi artisti e di artisti dimenticati, di aristocratici e di borghesi, di gente che ha creduto nei propri sogni fino al punto da portarseli dietro fino all’ultimo, come un certo Roland, marinaio di lungo corso, che si è fatto mettere la statua di un pellicano a grandezza naturale a guardia dell’eterno riposo.

La tomba di Roland. Fotografia di Roberto Cocchis:

E poi c’è la tomba di Victor Noir: che, in un modo o in un altro, ha finito per diventare la più famosa di tutte.

Victor Noir non era neppure il suo vero nome, ma uno pseudonimo. All’anagrafe si chiamava Yvan Salmon ed era nato ad Attigny, nella zona dei Vosgi, il 30 luglio 1848. Ragazzo di ingegno precoce, figlio di un mugnaio e fratello minore di un giornalista abbastanza noto, era anche lui posseduto dal demone della scrittura (che a volte si sovrappone a quello della celebrità e a volte no) e, per questo, se n’era andato a Parigi, dove aveva trovato un impiego come redattore di un giornale di ideologia repubblicana, “Le Pilori” (ossia “La gogna”), che usciva a scadenza settimanale e aveva la particolarità di essere stampato a caratteri di colore rosso. Molti giornali, nei Paesi francofoni, si sono chiamati “Le Pilori” e questo è stato uno dei più effimeri. Ma, pur nella sua breve durata, riuscì evidentemente a dare molto fastidio alle personalità che, a torto o molto più spesso a ragione, attaccava.

Tuttavia, i fatti che portarono alla sua morte appartengono a un intreccio di circostanze casuali che ha dell’allucinante e che, se non ci fosse scappato il morto, apparirebbe addirittura comico.

Tutto prende le mosse da un articolo che esce alla fine del 1869 sul quotidiano di Bastia “La Revanche”, attaccando piuttosto duramente i bonapartisti (il partito che sostiene Napoleone III, che prima si è fatto eleggere democraticamente presidente della Repubblica nel 1848 e poi si è, molto meno democraticamente, proclamato imperatore dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851); a questo articolo, risponde con altrettanta durezza, su un altro quotidiano corso, “L’avenir de la Corse”, il principe Pierre-Napoléon Bonaparte, lontano cugino dell’Imperatore, con il quale risulta essere pure in cattivi rapporti, ma evidentemente si è urtato a sentire continuamente insultare la sua famiglia. E se l’è presa pure parecchio, perché nell’occasione definisce i repubblicani corsi traditori, pezzenti e accattoni, buoni solo per farne pastone per maiali.

Insomma, è subito evidente che la questione non si esaurirà velocemente

Anziché esaurirsi, infatti, si infiamma ancora di più. L’intellettuale e rivoluzionario Henri Rochefort, un carattere piuttosto fumantino detto anche “l’uomo dai venti duelli e dai trenta processi”, dalle pagine di un altro quotidiano, stavolta diffuso in tutta la nazione, “La Marsellaise” entra a gamba tesa nella “questione corsa”, prendendo spunto dal botta e risposta per attaccare ancora più duramente e soprattutto personalmente il principe Bonaparte. Il quale, ormai, ci vede rosso e lo sfida a duello per “lavare l’onore”. Rochefort, come si è detto, ai duelli ci è abituato e invia immediatamente i suoi padrini, i giornalisti Jean-Baptiste Millière e Arthur Arnould, a casa del principe per raccogliere il guanto della sfida. I due, però, si attardano per strada e questo avrà conseguenze imprevedibili.

Franz Xaver Winterhalter Napoleone III:

Perché, a questo punto, la questione volge in farsa e immediatamente dopo in tragedia.

Ad essere ai ferri corti con il principe Bonaparte è anche un altro giornalista corso e repubblicano, Pascal Grousset, che scrive su “La Revanche” e sta pensando a sua volta di sfidare il principe a duello per lavare un altro onore, quello dei corsi offesi dagli insulti appena ricevuti. Perché Grousset non è solo repubblicano, ma pure indipendentista e guai a chi gli tocca la Corsica, in qualunque modo. Però frequenta anche gente più equilibrata, che gli consiglia di cercare prima una soluzione amichevole alla controversia. Magari il principe ha scritto certi spropositi in un momento di rabbia ma adesso si è calmato ed è disposto a scusarsi. Se poi le cose dovessero andare storte, allora si potrà eventualmente pensare a un duello. Così Grousset chiede a due amici giornalisti, Ulric de Fonvielle e appunto Victor Noir, di fare un salto a casa del principe e verificare come sia la situazione al momento, con la scusa di un’intervista. Se dovesse risultare che le condizioni sono favorevoli, Grousset, che li aspetterà in strada, manderebbe subito un messaggio amichevole per chiudere alla svelta la questione.

Sotto, Victor Noir:

Fonvielle e Noir si presentano al palazzo del principe, in rue d’Auteil 59 a Parigi, nella tarda mattinata del 10 gennaio 1871. Bonaparte, che è stato appena avvisato della reazione di Rochefort alla sua sfida, li fa entrare in casa scambiandoli per i padrini di questo e subito domanda a bruciapelo se sono “solidali con quelle carogne dei loro amici”. I due, convinti che si stia parlando di Grousset, rispondono che ovviamente sì, certo che sono solidali con loro. Bonaparte perde la testa, estrae un revolver che tiene in tasca ed esplode tutti e sei i colpi del tamburo contro di loro. O non è un grande tiratore o l’emozione prende il sopravvento, perché cinque colpi su sei vanno a vuoto, nonostante i due bersagli siano vicinissimi. Il sesto, però, colpisce Victor Noir al petto. Noir tenta ugualmente la fuga insieme a Fonvielle e riesce ad arrivare fino al portico, dopo essere sceso per tutta la scala, prima di accasciarsi a terra. Grousset, Fonvielle e altri passanti lo soccorrono e lo trasportano in una casa privata al numero 27 della stessa strada ma, nonostante l’intervento di un medico, la ferita è troppo grave e Noir muore alle 14,00 dello stesso giorno. Avrebbe dovuto sposarsi il giorno successivo.

Pierre Napoleone Bonaparte in una fotografia del 1865:

Bonaparte viene arrestato ma, al momento del processo, il cugino imperatore si mette in mezzo e, spendendo una somma enorme per la sua difesa (per pagare falsi testimoni e forse anche per corrompere i giurati), riesce a farlo assolvere, imponendo la versione piuttosto ridicola della legittima difesa, in base alla quale Victor Noir (che era un giovane alto e prestante) avrebbe malmenato il principe e Fonvielle sarebbe stato il primo a estrarre minacciosamente un’arma da fuoco.

La scena dell’omicidio ricostituita in un’incisione pubblicata su una rivista dell’epoca:

L’Alta Corte di Giustizia, però, successivamente, condannerà il principe al pagamento delle spese processuali e dei danni. Intanto, però, per compiacere l’Imperatore, in aula i giudici condannano Rochefort, Grousset e Fonvielle, come se i responsabili del delitto fossero loro. Nonostante i tentativi delle autorità di seppellire Victor Noir senza clamori, a Neuilly-sur-Seine, un comune dell’hinterland parigino, ai funerali partecipano addirittura 200.000 persone, che inneggiano alla rivoluzione e devono essere contenute dalla polizia perché vorrebbero marciare su Parigi e dare vita a un’insurrezione popolare. Nonostante l’esaltazione della circostanza, però, i leader dei partiti politici antibonapartisti ritengono che non sia assolutamente il caso di provocare un bagno di sangue per abbattere un regime tanto marcio da essere ormai comunque prossimo alla caduta, e non ricevono nemmeno le delegazioni che arrivano dal corteo funebre per chiedere il loro sostegno.

La folla taglia le redini dei cavalli e trascina il carro funebre:

Infatti, l’estate successiva, sentendosi forte di un plebiscito ottenuto al referendum sull’ampliamento dei suoi poteri (l’86% dei voti validi, ma in presenza di tassi di astensione molto elevati), Napoleone III si lasciò impegolare in una complessa questione diplomatica sulla successione al trono di Spagna (il veto della Francia alla candidatura al trono di un principe tedesco), che portò rapidamente la Francia ai ferri corti con la Germania, la quale non aspettava che il pretesto per muovere la guerra ai francesi, ma non voleva assumersi la responsabilità di dichiararla.

Napoleone III, che aveva sempre improntato le sue politiche alla più spudorata manipolazione dei personaggi più sprovveduti e in buona fede che gli era capitato di incontrare (come il principe Massimiliano d’Asburgo, da lui imposto come Imperatore del Messico, con la promessa di un sostegno perpetuo, per fare un dispetto agli Stati Uniti, e successivamente abbandonato al suo tragico destino), stavolta si lasciò manipolare dai fanatici ultranazionalisti antiprussiani e dalle loro martellanti campagne propagandistiche che infiammarono gli animi dell’opinione pubblica, e finì per dichiarare lui guerra alla Germania, il 19 luglio 1870.

Dopo 6 settimane e la pesantissima sconfitta di Sedan, Napoleone III si dimise e fuggì in esilio in Regno Unito, lasciando il Paese in ginocchio. Da allora, la Francia è stata sempre una Repubblica.

Ma la storia di Victor Noir non finisce certo qui

La nuova repubblica fece di Noir un martire, e la sua tomba a cimitero di Neuilly fu oggetto di un tale culto che, nel 1891, le istituzioni decisero di traslare i suoi resti a Père-Lachaise. Nell’occasione, lo scultore Jules Dalou, che era stato affezionato amico di Noir, realizzò un monumento funebre in bronzo, rappresentante a grandezza naturale il corpo del giovane abbattuto per terra dopo l’esplosione dei colpi fatali. Dalou attinse ai resoconti di tutti i testimoni per ottenere l’effetto più realistico possibile e, secondo la tecnica del tempo, modellò la statua come un nudo che successivamente rivestì esattamente come era vestito Noir la mattina della sua morte.

Fotografia di inizio ‘900:

Non sappiamo se Dalou volesse in qualche modo esaltare la giovinezza dell’amico morto a soli 21 anni e mezzo attraverso una simbolica esibizione di virilità o se Noir fosse effettivamente un iperdotato ma, appena la statua fu posta sul sepolcro, la prima cosa che tutti notarono fu che il “pacco” tra le gambe era fin troppo evidente.

Fotografia di Gaël Chardon condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Da questa constatazione, sempre ufficiosa e mai dichiarata apertamente perché si trattava pur sempre di un eroe, quindi degno del massimo rispetto, sono nate una serie di leggende, di cui la principale afferma che Noir, da morto, è diventato l’oggetto della passione di innumerevoli ammiratrici, capaci di “avere rapporti” con la sua statua utilizzando gli attributi stessi o (con molta più praticità, senza dubbio) le punte dei suoi stivali, rivolte verso l’alto.

Fotografia di MRW condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

In effetti, le superfici in questione appaiono particolarmente consumate. È possibilissimo che qualche ragazza o signora troppo romanticamente esaltata o appassionata di storie gotiche abbia potuto attuare qualcosa del genere, anche se il vialetto in cui si trova la tomba è in posizione vistosa e ben illuminata di giorno, mentre di notte il cimitero è chiuso, quindi difficilmente un’eventuale visitatrice intenta a fare una cosa del genere passerebbe inosservata.

Sotto, fotografia di Aldo Ardetti condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

A questa leggenda ne è poi collegata una seconda, quella per cui “fare sesso” con la statua di Victor Noir garantirebbe alle donne nubili di trovare un compagno entro un anno e a quelle sterili di concepire un figlio. Per ovvie ragioni, non è stata mai elaborata una statistica sulla verosimiglianza di questa possibilità, ma è facile immaginarne l’eventuale risultato.

Sotto, fotografia di Mamiejeanjean condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Come si vede, la suggestione popolare assume sempre le stesse forme, sia che si tratti di martiri religiosi sia che si tratti di martiri laici. In ogni caso, resta il fatto che, tolti Oscar Wilde, Jim Morrison, Edith Piaf e pochi altri artisti di fama planetaria, è difficile trovare un’altra tomba di Père-Lachaise che abbia più visitatori di quella di Victor Noir.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.