Venezia, la Serenissima, città potente come poche nell’epoca del suo splendore, e ricca, piena di gente che arriva da oriente e occidente, porto di snodo per traffici di ogni genere. E’ anche peccaminosa Venezia, con buona pace delle autorità ecclesiastiche, molto meno rigide in fatto di costumi rispetto al resto d’Europa.

Nel 1509 nella città lagunare il numero le prostitute costituisce all’incirca il 10% della popolazione: il censimento di quell’anno ne annovera 11.164. D’altronde i clienti non mancano. Commercianti di ogni paese, pellegrini arrivati per venerare le sacre reliquie raccolte in grande quantità dalla Serenissima proprio per attrarre un grande numero di persone, e poi avventurieri, ciarlatani, alchimisti e presunti guaritori (tutti prima o poi passano da Venezia): tutti uomini che arrivati a sera non disdegnano la compagnia di una cortigiana. Ancora un paio di secoli dopo, il filosofo francese Montesquieu scrive:

“Mai, in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come a Venezia. Bisogna però ammettere che i veneziani e le veneziane hanno una devozione che riesce a stupire: un uomo ha un bel mantenere una cortigiana ma non mancherà la sua messa per nessuna cosa al mondo.”

Vittore Carpaccio, Leone di San Marco. Immagne di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

In verità, forestieri e veneziani non disdegnano nemmeno la compagnia di qualche partner dello stesso sesso, ma in questo caso le autorità cittadine intervengono con pugno di ferro, o meglio con la corda del patibolo. Nel ‘500 i rapporti omosessuali a Venezia sono così diffusi da richiedere una dura reprimenda: i colpevoli di sodomia vengono impiccati nella piazzetta di San Marco, e poi i loro corpi sono bruciati.

Le prostitute allora diventano una sorta di incentivo per “distogliere gli uomini dal peccare contro natura”. Ma a ben guardare, quelle donne che esercitano il mestiere più antico del mondo sono una fonte di ricchezza senza pari per la Repubblica, che regolamenta e controlla l’attività, e sopratutto riscuote le tasse sui profitti (come succede del resto a Roma, città governata dai papi, ma non per questo più restia a trarre profitto dal commercio sessuale: si può dire che con le tasse pagate dalle prostitute sono stati recuperati e costruiti molti palazzi e monumenti della Città Eterna).

Vista delle due colonne di San Marco e San Todaro nella piazza. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Non le chiamano “prostitute” a Venezia. Assumono il più garbato nome di cortigiane, come a sancire un loro ruolo all’interno di una “corte” nobile. Ma non tutte le migliaia di donne che si prostituiscono hanno la fortuna di frequentare ambienti aristocratici, anzi.

Le “cortigiane di lume” (accendono una candela dietro la finestra per farsi riconoscere) esercitano il loro mestiere in case umili, soddisfano le voglie di uomini di basso rango, vestono assai modestamente e per attirare i clienti espongono le loro grazie in pubblico.

Poi ci sono le “Cortigiane Honeste”, e la loro è tutta un’altra storia. Sono donne che hanno avuto la possibilità di studiare, sanno come comportarsi in società e naturalmente hanno dalla loro l’arma della bellezza e del fascino, che possono usare assai più liberamente delle signore nobili, costrette nei vincoli del matrimonio. D’altronde all’epoca, quella della Cortigiana Honesta può rappresentare una valida alternativa alle uniche due strade che può percorrere una donna in età da marito: o sposarsi o farsi monaca.

Ritratto di Angelo Bronzino che mostra Lucrezia Panciatichi nella tipica moda femminile del 1540 a Venezia. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Ecco perché spesso le nobildonne maritate, che di libertà ne hanno assai poca, invidiano la vita di quelle cortigiane che possono frequentare i salotti letterari, avere (di proprietà) delle belle case quando non interi palazzi, e indossare abiti sontuosi e gioielli di gran valore. Tutto questo senza essere legate indissolubilmente a un solo uomo. Ad un amante sì, che le copre di regali, ma che magari non è il solo a godere delle loro grazie.

Vittore Carpaccio, due dame veneziane (1490). Il biondo ritratto è il tipico Biondo Veneziano. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


Un mestiere redditizio dunque, quello della Cortigiana Honesta, che richiede però un investimento da parte della famiglia della ragazza. L’indispensabile istruzione e l’educazione alle buone maniere delle giovanette può costare parecchio, ma alla lunga rende: impossibile distinguere una nobildonna da una cortigiana d’alto rango, che sarebbe obbligata, per farsi riconoscere, a indossare un fazzoletto giallo intorno al collo. Quel piccolo accessorio viene spesso dimenticato, forse perché il colore giallo stona con i capelli biondo/rossi che tanto vanno di moda all’epoca (il famoso rosso Tiziano), o forse perché spesso le cortigiane si accompagnano, anche pubblicamente, a personaggi molto noti in città…

Tra le tante cortigiane che animano la Venezia del ‘500,  la più famosa è probabilmente  Veronica Franco, cortigiana sì, ma se fosse stata solo quello sarebbe stata presto dimenticata. Lei è molto altro, una donna colta che scrive poesie, cura alcune raccolte antologiche, pubblica un suo libro di versi e una di “Lettere Familiari”, un personaggio straordinario che non tenta mai di nascondere la sua condizione di cortigiana, anzi. In una delle sue Lettere, scrive, con tono dolente ma non di autocommiserazione: “donne costrette a mangiare con l’altrui bocca, a dormire con gli occhi altrui, a muoversi secondo l’altrui desiderio”.

Veronica Franco ritratta dal Tintoretto. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia:

Veronica nasce a Venezia nel 1546 da Paola Fracassa e Francesco Franco, considerati “cittadini originari” della Serenissima. Una famiglia benestante, che oggi definiremmo “borghese”, in un certo senso privilegiata, perché riesce a impartire un’educazione scolastica privata ai figli maschi, Jeronimo, Horatio e Serafino, e anche a Veronica, che segue le lezioni dei fratelli. Un privilegio, in un epoca nella quale una strettissima minoranza di donne (solo il 10/12 % sapeva leggere e scrivere) può permettersi questo lusso.

Ma l’educazione di Veronica ha uno scopo ben preciso: sua madre vuole avviarla alla professione di Cortigiana Honesta, che lei stessa ha esercitato in gioventù.

In realtà la ragazza si sposa giovanissima, appena sedicenne, con il facoltoso medico Paolo Panizza. Il matrimonio si scioglie presto, quando lei a diciotto anni dà alla luce il primo figlio, Achilletto, che è il frutto di un amore con un altro uomo, Iacomo di Baballi, un ricco mercante di Ragusa, l’odierna Dubrovnik. Dopo la separazione dal marito, Veronica deve mantenersi e diventa ufficialmente una cortigiana, registrata nel Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia, dove viene riportato il suo nome, l’indirizzo, la “mezzana” e la tariffa: “Veronica Franca, a Santa Maria Formosa, pieza so mare (mezzana sua madre), scudi 2”. La somma di due scudi sembra piuttosto bassa per una cortigiana del suo rango, ma potrebbe trattarsi semplicemente di un errore di compilazione.

Pare che Veronica non abbia preso bene la scelta della madre, alla quale forse si adegua perché non può fare diversamente. Comunque stessero le cose, quella carriera le consente di entrare a far parte di mondo ricco di stimoli culturali, dove ha modo di conoscere personaggi importanti, fondamentali per la sua costante volontà di apprendere. Come Domenico Venier, illustre poeta, anima del circolo culturale “Ca’ Venier”, e protettore di Veronica, che probabilmente gli chiede di revisionare le sue poesie.

Insomma Veronica diventa famosa a Venezia non solo per la sua bellezza, ma anche per le sue doti artistiche: sa suonare, danzare e cantare, e poi ci sono i suoi magnifici versi, che non entrano nei secoli a venire nelle antologie di poesie per il pregiudizio nei confronti della sua professione: lei è sì “scrittora” (come la definisce Dacia Maraini), ma rimane comunque una meretrice.

Nel 1574 Veronica vede aumentare il suo prestigio, quando Enrico di Valois, che si ferma a Venezia lungo il viaggio verso la Francia e il trono che lo aspetta, la sceglie per trascorrere una notte con lei, forse su indicazione di qualche suo nobile protettore.

Enrico de Valois. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


Quando Enrico di Valois, il futuro Enrico III, lascia la città, Veronica gli fa dono di un suo ritratto, forse una miniatura, e di due poesie scritte apposta per lui: “Come talor dal ciel sotto umil tetto” e “Prendi, re per virtù sommo e perfetto”.

Probabile immagine di Veronica Franco, del Tintoretto o della sua scuola. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nel 1575 esce in stampa il libro di poesie, di Veronica, Terze Rime, una raccolta dove, oltre ai suoi versi, ci sono sette componimenti di altri poeti dei quali non si conosce il nome.

Sempre nel 1575 Veronica  cura l’edizione di una silloge in memoria di Estor Martinengo, signore di Malpaga, giovane patrizio di Brescia fedele a Venezia nella lotta contro i Turchi.

Nel 1580, pubblica le Lettere familiari a diversi, “lettere scritte in gioventù”, che comprendono 50 lettere, scritte per esempio al Tintoretto, a una madre per consigliarle di non avviare la figlia alla carriera di cortigiana, etc, oltre a quella scritta ad Enrico di Valois, insieme ai due sonetti in suo onore.

Immagine di pubblico dominio condivisa via Pixabay:


Ad un personaggio così conosciuto, anche amato e rispettato se vogliamo, non poteva mancare qualche detrattore. Il più acerrimo fra questi è Maffio Venier, nipote di Domenico.

Maffio scrive poesie, e le scrive bene, sia in lingua italiana, sia in veneziano, e spesso si lascia andare al genere erotico, un po’ sulla scia di Pietro l’Aretino. A differenza di altri uomini della famiglia, come lo zio Domenico e il cugino Marco (che Veronica preferiva tra tutti gli amanti), Maffio evidentemente non vede Veronica di buon occhio, se arriva a scrivere un paio di poesie e un sonetto oltremodo ingiuriosi: “Veronica, ver unica puttana” è l’incipit del sonetto, e da quello già si capisce il tenore delle rime. L’accusa di essere ammalata di sifilide (che per una cortigiana non è il massimo della pubblicità), anche se in realtà è lui a morire di quella malattia, contratta forse a Bisanzio, ad appena 36 anni.

Veronica non può sopportare insulti di quel genere, e lo sfida addirittura a duello.

L’autore non ci sta, ma accetta una sfida letteraria. Veronica reagisce con grande compostezza e ironia, con una poesia “D’ardito cavalier non è prodezza”, inclusa nelle sue “Terze Rime”.

Nel 1575 la potente Venezia nulla può contro un nemico subdolo e invisibile: la peste.

Veronica decide di allontanarsi dalla città, e quando fa ritorno trova la sua casa e altri possedimenti depredati di tutti i suoi beni. Non è in miseria, ma la grande ricchezza dei bei tempi passati è quasi solo un ricordo. Come se non bastasse, nel 1580 deve difendersi in un tribunale del Sant’Uffizio dall’accusa di stregoneria (cui spesso sono soggette le cortigiane), e altri reati come mangiare carne di venerdì. Accusa rivoltale dal precettore del figlio Achilletto, che testimonia di averla personalmente vista intenta a praticare incantesimi per ritrovare i beni che le erano stati rubati. “Veronica Franca, publica meretrice”, come viene definita negli atti del processo, si difende da sola, e vince la causa, forse anche grazie all’intervento di qualche nobile protettore.

Raffigurazione del medico della peste. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Dopo questa vicenda poco si sa della vita di Veronica Franco, anche perché a partire da quel 1580, quando ha 34 anni, la donna probabilmente abbandona la professione di cortigiana. Forse vuole dedicarsi a opere di beneficenza, ma il progetto concepito già qualche anno prima, di un ospizio per le meretrici non più in grado di mantenersi, da finanziarsi con i beni accumulati dalle cortigiane più fortunate, non vede la luce.

Nei Necrologi del Magistrato della sanità si legge la notizia della sua morte:  “1591, 22 luglio. La Sig. Veronica Franca d’anni 45 da febre già giorni 20. S. Moisè”.

Finisce così la vita della cortigiana veneziana, la più famosa della sua epoca, e con lei, per un lungo periodo scompare anche la sua opera letteraria. E’ solo grazie a Benedetto Croce, grande ammiratore delle sue Rime, che la poetessa viene riscoperta, anche se la sua figura continua a scontare la vergogna di quel suo mestiere. Forse, quello che più ha infastidito di Veronica Franco, nel corso del tempo, è la sua precisa rivendicazione di dignità per tutte le donne, indipendentemente dal mestiere che esercitano.

Una donna pericolosa Veronica, che pone l’accento sulle diseguaglianze fra i sessi, chiamando in causa anche l’aspetto politico della faccenda. E oggi, dopo cinque secoli, non è che le cose siano cambiate poi così tanto: non esistono più le cortigiane, ma di donne costrette a vendere il proprio corpo ce ne sono ancora troppe.

La sua vita è raccontata anche nel libro di Margaret F. Rosenthal “The Honest Courtesan: Veronica Franco, Citizen and Writer in Sixteenth-Century Venice” edito da University Chicago Press.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.