«Io sono tanta vaga, e con tanto mio diletto converso con coloro che sanno per avere occasione ancora d’imparare, che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita e spenderei tutto ‘l mio tempo dolcemente nell’academie degli uomini virtuosi…».
(V. Franco, Lettere familiari a diversi, Venezia, 1580)

Poetessa, artista, ma prima di tutto cortigiana, Veronica Franco venne per questo estromessa dalla storia letteraria ufficiale.

Eppure a Venezia nel 1500, una città cosmopolita, dove gli stranieri andavano e venivano in continuazione, il fenomeno delle cortigiane era ben tollerato e a volte addirittura incentivato.

Secondo un censimento del 1509, riportato anche nei i “Diarii” del cronista dell’epoca Marin Sanudo, se ne contavano ben 11.164, circa il 10% della popolazione veneziana.
La Serenissima era nota per la sua indipendenza e i suoi costumi rilassati. Anche gli inquisitori scelti dal Senato cercavano di pacificare anziché fomentare la rigidità dei dignitari della Chiesa cattolica; per questo era molto più facile essere cortigiana a Venezia che nel resto d’ Europa.

Vittore Carpaccio, Leone di San Marco. Immagne di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

I governanti veneziani prestavano comunque un’oculata attenzione alla pubblica morale, essi cercavano di tenere sotto controllo il fenomeno senza abusare del loro potere e senza equiparare la prostituzione al diavolo o al peccato. In generale vigeva a Venezia un clima di tolleranza, poiché le cortigiane erano un vero e proprio business per la città

Era una delle attività con i più alti profitti

Le cortigiane ricevevano i compensi per le loro prestazioni da clienti spesso forestieri e depositavano il denaro nelle banche locali a favore dell’intera economia cittadina.

Le prostitute inoltre erano uno strumento di controllo della sessualità, poiché servivano a “distogliere gli uomini dal peccare contro natura”. Il problema dell’omosessualità era molto sentito a Venezia, soprattutto nel ‘500.

L’omosessualità era così diffusa nella laguna del Cinquecento da indurre le prostitute nel 1511 a inviare una supplica all’allora patriarca Antonio Contarini, affinché facesse qualcosa in merito perché sembrava non avessero più clienti.

Gli omosessuali accusati dal Gran Consiglio venivano impiccati nelle due colonne della piazzetta di S. Marco e poi bruciati, come i colpevoli di reato

Vista delle due colonne di San Marco e San Todaro nella piazza. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

L’introduzione dell’uso del termine “cortigiana” sembra risalga al 1540, ed è chiaro che derivi dalla parola “corte”. Era infatti alla corte dei signori del Rinascimento che le cortigiane vivevano, concedendo i loro favori non solo al proprietario del castello, ma anche ai ricchi nobili che lo frequentavano.

C’erano due categorie di cortigiane a Venezia: quelle di basso rango “cortigiana di lume”, che vivevano in casa malsane, frequentate dal popolino, simili alle moderne prostitute, e quelle d’alto rango, le cosiddette Cortigiane Oneste.

Le cortigiane oneste erano spesso donne affascinanti, eleganti e ben istruite, che sapevano parlare diverse lingue ed erano avvezze alle buone conversazioni e ai codici di comportamento dell’alta società. Esse erano l’equivalente occidentale delle geishe giapponesi: donne certamente più affascinanti rispetto alle comuni prostitute, che vendevano le loro grazie al miglior offerente del quale diventavano spesso amanti fisse, facendosi regalare case, vestiti e gioielli in cambio di prestazioni sessuali, ma soprattutto di compagnia.

Non sempre l’amante di turno era l’unico favorito, ed era piuttosto usuale per queste donne avere più di un amante. Inoltre le cortigiane uscivano spesso in società in compagnia dei loro protettori, accompagnandoli nelle funzioni sociali e arrivando, a volte, a prendere il posto delle loro legittime consorti.

Ritratto di Angelo Bronzino che mostra Lucrezia Panciatichi nella tipica moda femminile del 1540 a Venezia. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Queste cortigiane erano invidiate soprattutto dalle nobildonne, per la libertà di cui godevano e per le importanti amicizie che potevano assicurarsi. I loro abiti erano elegantissimi, e famose erano le loro chiome biondo-rossastro, il rinomato rosso Tiziano o Biondo Veneziano.

Grazie agli splendidi regali che ricevevano dai loro clienti potevano permettersi case calde ed eleganti, e a volte erano anche proprietarie di interi palazzi, nei quali organizzavano feste ed intrattenimenti giornalieri.

Vittore Carpaccio, due dame veneziane (1490). Il biondo ritratto è il tipico Biondo Veneziano. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


Molti uomini che avevano una certa cultura si annoiavano a passare le serate in famiglia in compagnia di mogli poco avvezze alla conversazione, e per questo venivano attirati dai salotti delle cortigiane dove potevano divertirsi e intrattenere dibattiti culturali stimolanti. Il mestiere della cortigiana onesta era tanto redditizio che c’erano madri disposte a pagare molti soldi per l’educazione delle figlie, nella speranza di vederle entrare nelle grazie di qualche nobile.

Le cortigiane spendevano molto tempo nella cura del loro corpo, in questo non erano molto diverse dalle signore dell’alta società; infatti secondo alcuni scrittori dell’epoca le cortigiane vestivano persino meglio delle nobili, e a volte il loro abbigliamento era tanto simile a quello di quest’ultime che era difficile poter distinguere a occhio nudo le une dalle altre.

Uno scrittore inglese che si trovò a passare per Venezia descrisse così le donne che aveva visto in città: “I capelli chiari delle dame veneziane sono acconciati in trecce spesse che creano delle specie di corna sulla loro testa; sul dietro scende un velo nero, che non copre né i capelli né le spalle, né i seni, che rimangono scoperti quasi fino al ventre. Le donne sembrano essere più alte degli uomini perché indossano scarpe con zeppe molto alte (le chopine), ragione per cui due servitori accompagnano la loro padrona: uno al quale la signora può appoggiarsi e l’altro per portarle lo strascico. Donne giovani e meno giovani si muovono ondeggiando e mostrano i loro seni nudi a chiunque le incontri”.

Una delle cortigiane più famose nella storia, divenuta vera e propria icona del 1500, fu Veronica Franco, che riuscì a realizzare il suo destino autentico, essendone consapevole e assai orgogliosa: scrittrice, musicista, curatrice di raccolte poetiche, saggista. La sua è una storia esemplare.

Veronica Franco ritratta dal Tintoretto. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia:

Veronica nacque a Venezia nel 1546 da Paola Fracassa e Francesco Franco, considerati “cittadini originari” della Serenissima. La loro condizione economica e sociale si collocava a metà tra il popolo e la nobiltà. Ricevette una buona educazione insieme ai fratelli Jeronimo, Horatio e Serafino, partecipando alle loro lezioni private. All’epoca non si usava andare a scuola: la frequentavano soltanto il 4% delle ragazze e il 26% dei ragazzi, secondo i dati del 1587. L’educazione dei ragazzi, laddove era prevista, veniva affidata a insegnanti privati e soltanto il 10-12% delle donne sapeva leggere e scrivere.

Veronica invece raggiunse un ottimo livello culturale: segno che dovette continuare a studiare per proprio conto e far tesoro di tutto quello che apprese nei circoli culturali veneziani nei quali fu ammessa nel corso degli anni.

Sin da piccola fu avviata alla professione di cortigiana onesta dalla madre, che l’aveva esercitata a sua volta. Un’esperienza nei primi tempi coercitiva e mortificante – i clienti le erano infatti imposti dalla ‘madre-mezzana’, che intascava anche la somma di due scudi prevista per ogni incontro con la figlia – ma, via via, sempre più coronata da successi.

Dalle sue Lettere si evince che Veronica covasse del risentimento nei confronti della scelta della madre, poiché in una sua risposta le scrisse: «S’ella diventasse femina del mondo, voi diventereste sua messaggera col mondo e sareste da punir acerbamente, dove forse il fallo di lei sarebbe non del tutto incapace di scusa, fondata sopra le vostre colpe».

All’età di sedici anni venne data in sposa a un medico molto ricco, Paolo Panizza. Ma del marito se ne sbarazzò presto e senza rimpianti, separandosi quando dette alla luce il primo figlio, a 18 anni. Achilletto era figlio di un altro uomo: Iacomo di Baballi, ricco mercante di Ragusa, l’odierna Dubrovnik.

Nel corso della vita ebbe altri due bambini, ma affermò di aver partorito sei volte, perdendo probabilmente gli altri figli in tenera età. Possiamo risalire alla separazione dal medico grazie allo studio del primo testamento, che le donne usavano stilare prima del parto, nel quale chiese alla madre di riprendersi la dote.

I clienti di Veronica furono nobili, prelati, intellettuali e artisti, avendo così l’opportunità di entrare nei circoli culturali più vivaci della città, a cominciare da quello importantissimo di Domenico Venier, rinomato petrarchista e animatore dei salotti buoni. Domenico garantì costante appoggio a Veronica, dispensandole consigli per la revisione e pubblicazione dei suoi versi: divenne il suo pigmalione e mecenate.

Ella nel tempo si fece notare non solo per la sua bellezza e la destrezza nella musica, nella danza e nel canto, ma soprattutto come compositrice di versi, come attiva partecipante ai dibattiti sull’arte e come curatrice di opere poetiche altrui.

Nel 1574 Enrico de Valois, che dalla Polonia, di cui era Sovrano, stava andando a Parigi per salire sul trono di Francia con il nome di Enrico III, fece una sosta a Venezia.

Enrico de Valois. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


La Serenissima lo accolse con undici giorni di festeggiamenti, organizzati da artisti come Andrea Palladio, Andrea Gabrieli, Paolo Veronese e il Tintoretto. La Franco non fu soltanto il “regalo” di una notte offerto dalla Repubblica a un prezioso alleato, ma anche una spia:

Le cortigiane potevano approfittare dell’intimità per carpire segreti di Stato a clienti e stranieri di passaggio

Quando Enrico de Valois lasciò la città, Veronica gli donò un suo magnifico ritratto in miniatura dipinto dal Tintoretto – ora nel Worcester Art Museum, USA- e due poesie da lei dedicategli.

Veronica Franco. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Fu l’apice della carriera di Veronica Franco. La donna fu in in seguito inserita nel “Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia”, pubblicato intorno al 1565, elenco che forniva il nome, l’indirizzo e le tariffe delle cortigiane più in vista della città, secondo il quale un bacio di questa cortigiana costava cinque o sei scudi, il servizio completo cinquanta scudi.

Versatile e a suo agio sia con i versi sia con la prosa, Veronica dà prova di evidente favore per la terzina dantesca e il suo andamento narrativo, rispetto al verso petrarchesco che dominava le scene dell’epoca. Si intitolò proprio Terze Rime la sua raccolta poetica uscita nel 1575.

Sempre nel 1575 Veronica diede alle stampe, in qualità di curatrice, una silloge in memoria di Estor Martinengo, signore di Malpaga, giovane patrizio di Brescia fedele a Venezia nella lotta contro i Turchi. Facevano parte della raccolta i componimenti degli intellettuali e letterati che Veronica era solita frequentare nel circolo di Domenico Venier.

Nel 1580, pubblicò le Lettere familiari a diversi, “lettere scritte in gioventù”, che comprendevano 50 lettere e due sonetti in onore del re Enrico III di Francia, conosciuto sei anni prima.

Immagine di pubblico dominio condivisa via Pixabay:


Benché Veronica Franco non si sia quasi mai mossa dalla sua città, se non per un pellegrinaggio a Roma, in occasione del Giubileo del 1575 e per qualche viaggio di “affari” in Veneto, la sua vita fu ricca di eventi e colpi di scena. In particolare il rapporto tra Veronica e Maffio Venier, figlio di un fratello di Domenico.

Maffio era un valido e pungente poeta vernacolare, incline a una letteratura d’argomento parodistico se non nettamente osceno, che indirizzò a Veronica due capitoli e un sonetto trasudanti livore e spregio: da ‘cortigiana onesta’ viene degradata al livello di una prostituta da trivio; il suo corpo, segnato dalle imperfezioni della vita quotidiana, è tacciato (incredibilmente) di sgradevolezza, disarmonia, persino di sporcizia e di essere marcia di sifilide, mentre in realtà fu lui a morirne nel 1586.

Tra l’autore e la destinataria di questi scritti si accese pertanto un durissimo scontro, prima Veronica lo sfidò a un duello d’armi, che poi invece venne combattuto a colpi di penna; la replica di Veronica alle ingiurie di Maffio è inclusa nelle Terze rime con dedica al Duca di Mantova e di Monferrato.

Veronica decise di ritirarsi, poco più che trentenne, dall’esercizio della professione: colei che aveva avuto il privilegio di compiacere un sovrano condusse una vita piuttosto tranquilla, di cui ci pervengono poche notizie se non che nel 1576 fu costretta ad abbandonare la città a causa della pestilenza che ne aveva decimato la popolazione, indebolito i commerci e l’economia.

Raffigurazione del medico della peste. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nel 1580 fu accusata da un vicino, Rodolfo Vannitelli, di aver messo in opera atti di magia nera per recuperare alcuni oggetti preziosi, andati rubati durante la sua assenza. Accusa aggravata dalla testimonianza della servitù, che forse cercava così di coprire i propri furti, di seguire costumi immorali, di mangiare pollastri, uova e formaggi nei giorni di magro e di tenere una bisca in casa. Lei si difese da sola davanti al tribunale dell’Inquisizione dimostrando una lingua affilata e un gran coraggio, potendo contare anche sull’aiuto di influenti amici.

Sul finire della vita, stroncata a 45 anni forse da un’infezione, concepì il progetto di un ospizio per ex-prostitute, pentite o anziane, chiedendo al Doge un sostegno finanziario e contando sui patrimoni delle ricche cortigiane morte senza fare testamento durante l’epidemia di peste.

Decise anche di lasciare i suoi averi, in mancanza di eredi, come dote a due ragazze da marito o a due prostitute che volessero lasciare la cattiva strada per sposarsi. Morì il 22 luglio 1591.

La sua vita è raccontata anche nel libro di Margaret F. Rosenthal “The Honest Courtesan: Veronica Franco, Citizen and Writer in Sixteenth-Century Venice” edito da University Chicago Press.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.