Vedi qualcosa?” chiese con ansia Lord Carnarvon, finanziatore degli scavi, a Howard Carter nel momento della scoperta della tomba di Tutankhamon. “Si, qualcosa di meraviglioso” rispose il giovane archeologo non appena scorse con gli occhi la tomba faraonica che di lì a poco si sarebbe rivelata la più importante scoperta del secolo.

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Le 3 Parole che disse Howard Carter quando aprì la Porta della Tomba di Tutankhamon

A giudicare dallo sguardo, devono essersi poste stessa domanda e risposta le persone in visita al Museo Castiglioni di Varese, dal 29 ottobre sede della camera funeraria più “maledetta” di sempre, quella del Re Tut. Riprodotta al millimetro in scala reale, sarà allestita fino al 12 febbraio, con possibile proroga ad aprile/maggio 2017. Tutto questo grazie al successo riscosso fino ad ora. Già oltre mille visite in meno di un mese. E non è difficile crederlo considerato che in Italia è la prima volta che si osa ricostruire in copia, grazie anche al supporto scientifico degli archeologi del Museo Egizio di Torino, la tomba del Faraone/Ragazzo. Una tomba caduta in oblio per oltre tre secoli poiché totalmente inabissata dai resti degli scavi del sepolcro di Ramesse IX.

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Tremila anni di silenzio per la KV62, riportata in vita dalla famiglia Castiglioni di Varese. Una tomba con un nickname, ma altresì un numero una garanzia, se si contano gli oltre cinquemila “tesori” trovati al suo interno al momento della scoperta. Gioielli, mobili, statue, armi, ventagli, scarabei, sigilli, vasi, cosmetici e oggetti funerari sono solo una parte del florido bottino rinvenuto da Carter il 27 novembre del 1922. “Carter impiegò otto anni per portare fuori tutto” spiega Marco Castiglioni, direttore del museo, figlio di Angelo Castiglioni, che scherzando dice “Non entro nella tomba di Tutankhamon per scaramanzia”.

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Angelo ed Alfredo Castiglioni, due nomi una storia: sono proprio loro i mitici fratelli che il 12 febbraio 1989 scoprirono Berenice Pancrisia, la città fantasma del deserto nubiano, la cosiddetta città d’oro. Tutti dicevano che esisteva ma nessuno l’aveva mai trovata.

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Ma torniamo alla tomba di re Tut. In tutto questo marasma di preziosità, a rivendicare vita è prima di tutto la maschera in oro massiccio trovata attaccata al volto mummificato di Tutankhamon durante l’apertura del sarcofago, riuscita a conquistare il mondo grazie alla sua lucente preziosità. Se la maschera originale è custodita presso il Museo Egizio del Cairo, a Varese sono conservate solo le copie di oggetti, gioielli e il trono regale del Faraone compreso, quello da cui regnò su tutto l’Egitto.

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Non appena si varca l’entrata della tomba ricostruita a Varese, alta 3,68 metri e lunga 30,79, a catturare immediatamente lo sguardo è il voluminoso sepolcro rettangolare del Faraone che è il fulcro al centro della stanza. E siccome anche l’occhio vuole la sua parte, non appena lo si osserva si ha come l’impressione che voglia raccontare tra le righe il viaggio di Tutankhamon verso l’aldilà, la Duat. Proprio come le pitture che ornano le pareti della camera che cercano di ridare parola e respiro al defunto. Significativa è la cerimonia d’apertura della bocca della mummia effettuata con uno strumento particolare da Ay, 69 anni, consigliere politico e successore di Tutankhamon “sospettato di aver ucciso il Faraone” precisa Marco Castiglioni, “seppur si tratti solo di ipotesi”. Congetture che lasciano il tempo che trovano:“Carter per estrarre la mummia di Tutankhamon consolidata nella pece, dovette “cuocerlo” a temperature che hanno sfiorato i seicento gradi causandone lo sbriciolamento – aggiunge il responsabile del museo – Quindi tutte le analisi mediche, compresa la Tac del 2015, non hanno mai dato una risposta univoca circa le cause misteriose della morte del Faraone”.

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A chiudere la visita è un filmato inedito dei fratelli Castiglioni, girato grazie all’ausilio di materiale storico raccolto durante le loro avventure alla scoperta dell’antico Egitto e dell’Africa nera. A concludere la kermesse sono un telaio, dei frammenti di tessuti millenari, una mummia e alcune sostanze utilizzate per l’imbalsamazione.

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Sara Cariglia
Sara Cariglia

Scrivo perché mi da gioia. In fondo il mondo è ricco di storie, di momenti, di episodi, di contingenze che aspettano solo di essere scoperte e raccontate. Mi piace raccontare tra le righe, mi piace flirtare con la scrittura, mi piace leggere la gente. Quando la sfoglio con gli occhi prima di abbozzarla a parole è come se avessi l’impressione di dipingere su tela le loro emozioni. Talvolta le parole rimpiccioliscono i fatti e una delle mie principali responsabilità e far si che questo non accada. Ad oggi le mie ali sono la scrittura. Dico ad oggi, perché non è da molto tempo che ho scoperto e sviluppato questa mia attitudine. Una volta svelata, vi posso assicurare, è stato il volo più bello della mia vita, me ne sono “letteralmente” innamorata. Ormai è ufficiale ed ufficioso, l’arte scrittoria unitamente alla mia grande vocazione per studio e cultura sono i miei tre unici amanti.