Il mondo del jazz è sempre stato un’inesauribile fucina di artisti originalissimi dalla vita dissoluta. L’elenco, anche limitandosi ai più noti, è sterminato: dalla cantante Billie Holiday al chitarrista Robert Johnson, dal trombettista Chet Baker al sassofonista Charlie Parker, tutti hanno cambiato in qualche modo la Storia della Musica e tutti ne hanno combinate di ogni genere prima di morire prematuramente.

La Storia del Jazz è dunque piena di mitologie che a volte sono sicuramente partorite dalla fervida immaginazione di qualcuno che doveva avere un grande talento narrativo, tipo quelle su Johnson (che, si dice, avrebbe stretto un patto con il Diavolo per suonare come nessun altro; per non parlare delle tantissime dietrologie che hanno sempre accompagnato la sua morte misteriosa, probabilmente dovuta a un avvelenamento) e altre volte sembrano propagandare la discutibile idea per cui non si può essere validi artisti se non si vive in modo “estremo”, una “vita spericolata”. Un cliché talmente radicato, specialmente nella Musica, che anche chi in tutta evidenza non è poi così spericolato (tipo Vasco Rossi, che va tranquillamente per i 70, e si esibisce come se nulla fosse) si sente in dovere di recitarlo senza sosta sia sul palco sia in tutte le apparizioni pubbliche.

In realtà, l’abbinamento arte-vita spericolata nasce soprattutto da precise circostanze sociali. Gli artisti, quelli veri, quelli originali e innovativi, non sempre sono ben visti in società. E prima lo erano ancora meno. Fare l’artista sul serio, in un mondo come quello di qualche decennio fa in cui se non si era nati ricchi per mantenersi bisognava ammazzarsi di fatica per moltissime ore al giorno, richiedeva necessariamente la scelta di autoemarginarsi e di vivere di espedienti, a meno che non si avesse la (rara) fortuna di incontrare qualche mecenate. Per i jazzisti, si deve poi aggiungere l’importante elemento storico del Proibizionismo, che caratterizzò proprio il decennio (non a caso chiamato “età del jazz” dal più importante scrittore che lo avrebbe narrato, Francis Scott Fitzgerald) in cui questo genere musicale si impose definitivamente.

Il Proibizionismo fece soprattutto la fortuna delle grandi organizzazioni criminali, che intascarono palate di milioni di dollari con il contrabbando di alcolici (ma anche di droghe) e poi, una volta che il consumo di alcolici fu di nuovo lecito, investirono gran parte di questi guadagni in locali serali e notturni, che erano il posto ideale per far esibire gli artisti jazz, ma richiamavano anche un folto pubblico di spacciatori e altri delinquenti, per cui fare carriera nel jazz obbligava letteralmente a frequentare ambienti socialmente molto malsani.

Non stupisce affatto, dunque, che molti di questi artisti siano stati dediti al consumo di droghe o alcol e che, di conseguenza, le loro vite se ne siano andate a catafascio man mano che la loro arte progrediva verso importanti risultati.

L’affermazione del jazz e il suo grande successo popolare portò anche ad altri due risultati fondamentali, l’uno collegato all’altro: la diffusione delle registrazioni su supporto (che all’epoca erano solo i dischi) e la nascita delle emittenti radiofoniche. I primi dischi (i 78 giri in gommalacca), inventati intorno al 1887, cominciarono a diffondersi nei primi anni del XX secolo e nel 1908 diventarono a doppia facciata. Siccome si riusciva a registrare su di essi al massimo per la durata di 3 minuti e mezzo, questa divenne la dimensione standard delle canzoni.

Nel 1906, l’inventore canadese Reginald Fessenden trasmise il primo programma radiofonico, fatto di conversazione e musica di dischi suonati, dalla sua stazione di Brant Rock, sulla costa del Massachusetts, ascoltabile fino a 25 km di distanza. Ma solo negli anni ’20 la radio cominciò sul serio a prendere piede, con l’apertura di moltissime emittenti private che trasmettevano prevalentemente musica ma anche notiziari e altri tipo di trasmissioni, mantenendosi essenzialmente con gli introiti pubblicitari. Il fenomeno si diffuse poi in tutto il mondo (in Italia arrivò nel 1924).

Purtroppo, anche se tutti i maggiori artisti di inizio secolo incisero qualcosa su disco, queste incisioni coprono solo una piccola parte della loro opera. E, spesso, sono andate anche disperse, per cui non sono tutte disponibili (benché la loro ricerca resti incessante). Ad esempio, di Robert Johnson (morto nel 1938) restano solo 29 pezzi registrati. Di un altro celebre chitarrista più previdente, Blind Lemon Jefferson, morto nel 1929, ne restano invece 79, che comunque costituiscono solo una parte del suo repertorio.

Uno degli artisti la cui fama attuale è pesantemente penalizzata dalla scarsità di registrazioni disponibili è una donna, forse la più importante musicista jazz del suo tempo, sicuramente la più poliedrica e quella che ha maggiormente ispirato le artiste jazz successive, e nonostante questo conosciuta quasi esclusivamente dagli addetti ai lavori. Il suo nome è Valaida Snow.

La biografia di Valaida Snow è molto difficile da ricostruire. Perfino la scrittrice che si è maggiormente impegnata in questo duro lavoro, Candace Allen, a un certo punto, ha dovuto gettare la spugna e ripiegare sulla redazione di un romanzo, “Valaida”, in cui ha ammesso di aver lavorato di fantasia dove non c’erano abbastanza elementi per procedere. Tuttavia, il libro (purtroppo mai tradotto in Italiano) è riuscito molto bene, come attestano le critiche favorevoli e il buon successo di pubblico.

Valaida Snow nacque il 2 giugno di un anno tra il 1903 e il 1907 (probabilmente il 1905) da Etta, cantante di colore, e da un padre la cui identità non sarà mai resa nota, probabilmente un bianco che si occupava di organizzare spettacoli e che ebbe un ruolo non secondario nel dare le prime opportunità alla figlia. Pare che il suo nome originario fosse Valada (in omaggio a un violinista molto famoso a quel tempo) e che se lo sia successivamente cambiato, ma non è certo. Di sicuro, aveva due sorelle di nome Alvaida e Lavaida, praticamente il suo stesso nome anagrammato. Con la prima formò, giovanissima, un duo di cantanti-ballerine che ebbe presto un buon successo, proiettandola verso più importanti palcoscenici.

In realtà, Valaida aveva studiato musica sin dall’infanzia ed era una eccellente polistrumentista. Suonava violoncello, basso, violino, banjo, fisarmonica, sassofono e tromba. Con la tromba dava il meglio di sé. Aveva poi una voce da cantante molto espressiva come tutte le voci nere del tempo, ma molto più “educata” della media, per cui era adatta a cantare anche pezzi con cui si staccava nettamente dal cliché del cantante nero e del relativo repertorio. In più sapeva ballare benissimo in diversi stili e, nel 1928, al Sunset Café di Chicago, incantò anche Louis Armstrong, esibendosi in sette danze diverse cambiando ogni volta tipo di calzature (compresi zoccoli olandesi, sandali cinesi, pantofole turche e stivali russi).

A quel tempo era già abbastanza famosa da essersi lasciata alle spalle delle lunghe tournée in Europa e in Cina. L’apprezzamento di Armstrong dovette arrivarle particolarmente gradito, perché nel suonare la tromba Valaida aveva sviluppato uno stile ispirato proprio a lui. Infatti, uno dei nomi con cui veniva presentata era “Little Louis” e, per quello strumento, molti la consideravano seconda solo ad Armstrong stesso.

In Usa, però, le band erano monopolizzate da frontman maschi, che accettavano spesso delle brave cantanti (come aveva fatto con lei il celebre Noble Sissle nel 1923) ma non sembravano ammettere l’idea di una band formata e capeggiata da una donna, quella che invece era l’ambizione di Valaida, cui stare in secondo piano andava giustamente stretto. Dopo vari tentativi, che ottennero buoni risultati a livello artistico ma poco successo di pubblico, Valaida capì che era il tempo di provare altri palcoscenici e seguì la cara amica Josephine Baker, che se n’era andata in Europa.

Qui si esibì a Londra, richiamando una folla di fans di Armstrong, allettata dal racconto delle sue prodezze con la tromba, che le tributò un successo trionfale. Poi per molto tempo a Parigi, dove fece registrare sempre il tutto esaurito. Negli anni ’30 guadagnò benissimo e, come molti altri artisti, spese in modo sconsiderato. Per molto tempo, andò famosa per l’abitudine di tenere come animale domestico una scimmietta, che si portava dietro dappertutto e che faceva vestire con una divisa identica a quella dei camerieri e dell’autista.

A metà del decennio, forte del successo europeo, tornò negli Usa dove, inizialmente, sembrò che le cose andassero molto bene. Poi ebbe la disgraziata idea di sposarsi con un ballerino, Ananias Berry, appartenente al gruppo dei Berry Brothers che in quel periodo (1936) si stava imponendo all’attenzione. Ananias aveva 19 anni (lei circa 31) e lasciò il gruppo di famiglia, condannandolo allo scioglimento, per andare a esibirsi con lei. Il padre e direttore artistico dei Berry la prese malissimo e si mise a cercare ogni pretesto per far annullare il matrimonio, dall’accusa di plagio a quella di bigamia, dato che Valaida era stata già sposata due volte nel decennio precedente e non era chiaro se avesse divorziato entrambe le volte o no. Infatti, per questa accusa, Valaida dovette affrontare anche un processo, dal quale uscì però assolta. Il matrimonio con Ananias si sfasciò comunque, la fama di Valaida ne risentì molto negativamente. In seguito, Valaida avrebbe raccontato che, dietro l’accanimento con cui Berry padre aveva infierito contro di lei, c’era il semplice fatto che lei aveva rifiutato le sue avances e gli aveva preferito il figlio. Ma su questo abbiamo solo la sua parola.

Visto che la situazione per lei in Usa si era fatta sfavorevole, se ne tormò in Europa, dove non le mancavano certo le proposte. E ci restò anche quando, nel 1940, Josephine Baker la contattò suggerendole di tornare in patria, perché la guerra rappresentava un grosso pericolo e non si sapeva come si sarebbero regolati i nazisti (che all’epoca parevano invincibili) con i neri, tanto più se artisti e soprattutto jazz. Valaida non se ne diede per inteso e continuò le suo tournée su tutto il continente.

A conclusione di una di queste in Scandinavia, nel 1942, mentre passava per la Danimarca occupata dai tedeschi per raggiungere la Francia, venne prima fermata, poi arrestata e infine detenuta per alcuni mesi in un campo di prigionia, dove fu costretta a sopportare pesanti privazioni che le minarono definitivamente la salute.

Sotto, un trafiletto di giornale che parla della prigionia di Valaida Snow:

Non si sa bene con quali ragioni i tedeschi la fermarono, se in quanto cittadina di un Paese belligerante con la Germania o per altro. Si è fatta l’ipotesi che nei suoi bagagli, alla dogana, venisse trovato un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti (possibilità non remota, dato che Valaida ne faceva uso abitualmente) e che Valaida sia stata arrestata con l’accusa di esserne consumatrice e spacciatrice. Comunque, dopo una serie di trattative, fu inserita in uno scambio di prigionieri e rispedita negli Usa.

Impiegò molto tempo a riprendersi e non fu più la stessa di prima. La sua fama sembrava tramontata, anche se non smetteva di progettare una riscossa. Trovava comunque ancora molti ingaggi, ma solo come trombettista, perché in quel campo solo Armstrong le teneva testa.

Poi, improvvisamente, mentre aspettava il suo turno di salire sul palco durante un importante concerto al Palace Theatre di New York, ebbe un’emorragia cerebrale nel suo camerino e morì in poche ore. Era il 30 maggio 1956.

Le sue registrazioni rimaste, come detto, non sono molte. Bastano però a rendere l’idea di un’artista a tutto campo, capace non solo di proporre esibizioni di prim’ordine sia come cantante, sia come ballerina, sia come strumentista, ma anche di comporre pezzi (di molte sue canzoni è autrice sia della musica, sia del testo), di arrangiarli per le diverse formazioni strumentali, di inventare una coreografia e di tanto altro. Secondo alcuni critici moderni, la versatilità di Valaida Snow fu anche una delle ragioni per cui non diventò mai una stella di prima grandezza, pur avendone tutti i mezzi. Il pubblico non la identificò mai con qualcosa di preciso, non fu mai la “regina” di un genere specifico. Un singolare paradosso che finì per penalizzarla anziché costituire un valore aggiunto.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.