L’Archeologia è a un punto di svolta grazie alle nuove tecnologie. Quello che è successo con Falerii Novi è un grande successo che segna una vera e propria rivoluzione del metodo di indagine e apre incredibili scenari sul futuro della ricerca archeologica.

Guidato da Martin Millet, il team di archeologi delle Università di Cambridge e Ghent ha utilizzato infatti la tecnologia GPR (Ground Penetrating Radar), già in uso nel campo della geofisica, per l’esplorazione ad alta risoluzione di determinate aree attraverso impulsi trasmessi e riflessi dal terreno a diverse profondità. Grazie a questo tipo di tecnologia, inoltre, è possibile vedere i cambiamenti subiti dall’insediamento nelle diverse epoche.

Il rilevamento di Falerii Novi, fotografia condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Antiquity di Cambridge University:

Secondo Millet, questo tipo di tecnologia potrà senz’altro essere utilizzato per indagare le strutture di altre città come Mileto in Turchia, Cirene in Libia o Nicopoli d’Epiro in Grecia.

Lato interno della Porta di Giove a Falerii Novi.. Fotografia di ColdEel & Ahenobarbus condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

Allo stato attuale, sono necessarie venti ore di rilevamento per studiare un ettaro di terreno privo di insediamenti urbani. Il progetto dei ricercatori è quello di ridurre drasticamente questi tempi e poter utilizzare con successo il GPR anche nelle zone abitative.

Il sistema di rilevamento, fotografia condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Antiquity di Cambridge University:

Falerii Novi, la città di cui il gruppo di archeologi è riuscito a rivelare con precisione i contorni di edifici e monumenti, nacque dopo la distruzione, ad opera dei Romani, di Falerii Veteres. Quest’ultima, fiorente tra il V e il IV secolo a.C., secondo una leggenda, fu fondata da Aleso, figlio di Agamennone e di Briseide, la donna che il Re dell’Argolide aveva sottratto ad Achille. Dopo l’uccisione del padre, Aleso sarebbe approdato sulle coste tirreniche e avrebbe risalito il Tevere fino a raggiungere il luogo in cui sorse poi Falerii Veteres (“Halaesus a quo se fictam terra falisca putat”, Ovidio, Fasti IV, 73). Secondo Dionigi di Alicarnasso, invece, Falerii Veteres fu fondata dai Siculi.

Posizione di Falerii nell’età regia di Roma. Fotografia di ColdEel & Ahenobarbus condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

Grazie alla vicinanza con il territorio etrusco, Falerii aveva con esso molti scambi culturali e commerciali e, proprio come i territori etruschi, i territori falisci erano minacciati da Roma. La prima città con cui i falisci strinsero un’alleanza fu Veio, caduta nel 396 a.C., seguita poi da quelle di Capena, Sutri e Nepi. Falerii si sollevò contro Roma alla fine della prima guerra punica, nel 241 a.C., e venne subito riconquistata e privata della metà dei suoi territori. Seguirono altre due guerre con Roma e nell’ultima Falerii venne distrutta. I romani deportarono i superstiti in una zona vicina, a 5,5 km di distanza, e vollero che la loro nuova città fosse ricostruita in pianura, in un territorio privo di barriere difensive, che favorisse un facile accesso all’esercito romano. Venne ribattezzata Falerii Novi.

Resti delle mura di Falerii Novi, fotografia di Croberto68 condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

A differenza di quanto riportato da alcune testate giornalistiche negli ultimi giorni, Falerii Novi non è stata scoperta grazie a questo rivoluzionario metodo, bensì è stato finalmente possibile vedere la sua struttura. Le sue rovine sono ancora oggi visibili nella zona tra Civita Castellana e Fabrica di Roma, pochi km dalla Capitale. Il grande muraglione di cinta presenta quattro porte sotto le quali passavano due importanti vie di comunicazione della regione falisca: la via Amerina e la via Cimina. Le porte meglio conservate sono quella di Giove, che presenta appunto la testa della divinità nella chiave di volta, e la porta di Bove, nella quale è riconoscibile una testa di bue. Nella zona sono visibili anche alcuni resti medievali tra i quali, soprattutto, la chiesa romanica del XII secolo di Santa Maria di Falerii.

Ricostruzione della città, fotografia condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Antiquity di Cambridge University:

Quello che grazie al GPR gli archeologi hanno potuto constatare è che Falerii Novi, grande circa la metà di Pompei, era dotata di un tempio e di un monumento che presentava una struttura insolita rispetto a quelle dell’epoca. La grossa sorpresa, però, riguarda soprattutto una struttura rettangolare, probabilmente una piscina che, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati di vedere, era collegata a un acquedotto che non si snodava lungo le strade in superficie, bensì sotto gli edifici. Si tratta probabilmente di una piscina che faceva parte di un grande complesso termale pubblico.

Resti del teatro di Falerii Novi. Fotografia di Croberto68 condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

La fine della città, dopo la caduta di Roma, fu determinata dalle scorrerie durante le invasioni barbariche, la cinta muraria di Falerii Novi infatti non poteva sostituire la protezione data dall’altura dell’Antica Falerii. D’altronde i Romani avevano concepito Falerii Novi proprio come una città di facile accesso  e di proposito l’avevano privata delle sue difese naturali.

Time-lapse GPR, a una profondità stimata di 0,80-0,85 m. Il rettangolo rosso indica la posizione di Figura 5 (fotografia aerea: Google Earth; immagine di L. Verdonck). Fotografia condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Antiquity di Cambridge University:

Il luogo dove sorgeva Falerii Veteres, al contrario, era situato in una zona con caratteristiche migliori dal punto di vista difensivo, pertanto si prestava benissimo ad affrontare un periodo burrascoso. Fu questo il motivo per cui i falisci, stremati da scorribande e carestie, decisero di abbandonare progressivamente Falerii Novi e tornare nella loro vecchia capitale, la quale negli anni di abbandono era diventata una fortezza agricola, “Massa Castellana”, che trasformò successivamente il suo nome in Civita Castellana.

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.