Fino a quando il bisonte vivrà, questa terra apparterrà ai Sioux…

Secondo trattato di Fort Laramie, 1868.

La storia del bisonte nordamericano è differente rispetto ai bovidi europei, perché si intreccia come il doppio filo di un’unica corda con quella dei nativi americani. Il possente bisonte, chiamato “Buffalo” dai coloni europei che conquistarono il continente durante il XVI/XVII secolo, era la principale fonte di alimentazione per i nativi americani, che vivevano in armonia con le immense mandrie di animali che popolavano le praterie degli odierni Canada e Stati Uniti.

Sotto, un disegno mostra due nativi travestiti da lupi che cacciano i bisonti:

Quando il desiderio di nuove terre da conquistare spinse i coloni nordamericani dalla costa Est a quella Ovest, all’inizio dell’800, la popolazione di bisonti era di circa 70 milioni di unità. I coloni iniziarono una caccia senza quartiere alle immense mandrie di animali, e già negli anni ’40 erano riusciti a dimezzarne la popolazione. Pochi anni più tardi, negli anni ’70 dell’800, i bisonti vivi sul territorio nordamericano erano poco più di 5 milioni, mentre 10 anni più tardi, nel bel mezzo delle “guerre indiane” che ridussero la maggioranza dei nativi a vivere nelle riserve, i bisonti rimasti vivi erano poco più di 300.000.

Nel 1900 erano rimasti vivi solo 300 esemplari di bisonte

Quel che fu un vero e proprio sterminio (se fossero esseri umani potremmo definirlo genocidio, termine che si adatterebbe anche a questa circostanza vista l’importanza alimentare che costituiva il bisonte per i nativi), fu perpetrato dai coloni come strategia di guerra volta a far arrendere o morire i propri nemici.

Sotto, fotografia intitolata “Gli ultimi bisonti del Canada”, del 1902:

Areale originale del bisonte a inizio ‘800:

Sotto, i pochissimi capi rimasti vivi nel 1889:

In questo contesto si colloca la fotografia di un mucchio di teschi di bisonte che attendono di essere lavorati presso la Michigan Carbon Works a Rogueville, nel 1892. La fabbrica era in un sobborgo di Detroit, e le ossa venivano utilizzate per essere trasformate in colla, fertilizzanti, coloranti oppure bruciate per creare il “carboncino osseo”, un componente importante per la raffinazione dello zucchero.

I teschi degli animali, presenti a migliaia nel sito, costituiva solo una piccolissima percentuale rispetto al numero di capi uccisi dai cacciatori, ma rende l’idea di quello che dev’esser stato un’annientamento perpetrato senza alcuna ragione logica se non quella di fiaccare la popolazione dei nativi, ancora proprietari delle terre ricche di risorse che agognavano i coloni.

Fotografia via Wikipedia:

Quando i nativi furono quasi interamente confinati nelle riserve e i bianchi divennero i padroni incontrastati del paese lo sterminio poté finire, e quei 300 bisonti iniziarono a moltiplicarsi sino a diventare, oltre un secolo dopo, nuovamente qualche decina di migliaia di capi. Con lo sterminio del bisonte nordamericano si perse un immenso patrimonio genetico, e la popolazione nativa fu costretta alla fame e alla resa nei confronti dell’uomo bianco.

La terra dei Sioux, di loro proprietà fino a quando “il bisonte vivrà”, come stabilito dal secondo trattato di Fort Laramie nel 1868, divenne la terra dei coloni bianchi, e il bisonte americano scomparve dalle pianure del continente per molto, molto tempo.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...