La fiaba de “La Bella e la Bestia” è tra le più antiche conosciute e tra le più rappresentate di sempre. Se la sua prima versione è riconducibile a 4.000 anni fa (datazione confermata da una ricerca condotta dalle università di Durham e Lisbona nel 2016), e Apuleio in “Amore e Psiche” ne rese famosa l’idea, è sicuramente quella del 1740, redatta da Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, ad aver arricchito di fascino il suo contenuto, e ad aver dato il via alle numerose rielaborazioni di essa.

Come i patiti della letteratura sapranno, la fiaba di Madame de Villeneuve è ricca di tanti argomenti e dettagli; da elementi magici, a creature fantastiche, da sotto-trame articolate fino ad accenni di critica della società Settecentesca. Sono riconoscibili infatti esempi di come le donne fossero escluse da ogni decisione circa il loro venir concesse in matrimonio.

Prima di De Villeneuve, oltre al già citato Apuleio, trattarono il tema alcuni dei più grandi scrittori di fiabe europei. Scrissero di un tema simile lo Straparola, nel suo “Le Piacevoli Notti“, del 1550, poi ne scrisse Giambattista Basile ne “Lo cunto de li cunti” del 1634 e poi Charles Perrault ne “I Racconti di Mamma Oca” del 1697.

Sebbene “La Bella e la Bestia” sia stata rappresentata spesso al cinema, a teatro e in letteratura, la versione del 1740 è ricca di dettagli inediti alla maggior parte dei suoi conoscitori.

La versione del 1740 di de Villeneuve

Tutto iniziò con la nascita di Bella. Era la figlia del Re dell’Isola Felice e di una fata benevola, venne affidata alle cure di un ricco mercante. Ciò avvenne poiché una fata malvagia, dopo aver imprigionato la madre di Bella e averne sedotto il padre, aveva intenzione di ucciderla, eliminando così l’unico ostacolo presente tra lei e il suo regno.

Sotto, un’illustrazione di Anne Anderson mostra la Bella a cena con la Bestia:

Bella crebbe quindi col ricco mercante e con i suoi cinque figli, tre maschi e due femmine. La giovane era la più piccola dei sei, e allo stesso tempo la più bella. Nonostante anche le sorelle fossero di bell’aspetto, esse non avevano però la sua bontà d’animo, la sua cultura e la sua dolcezza. Le due ragazze erano invece viziate, malvagie e disposte a far tutto per svantaggiare la sorellastra.

La famiglia, cresciuta nell’agio, si scontrò presto con la sventura. Una flotta di navi da carico di proprietà del padre naufragò a causa di una tempesta, perdendo quindi ogni bene in grado di portare guadagni e ricchezze. Per molti anni a venire, la famiglia visse nella povertà, finché un giorno la speranza si rianimò: giunse voce che una delle navi della flotta fosse sopravvissuta al naufragio, e con lei il suo carico.

Un’altra illustrazione mostra uno dei momenti più importanti del racconto (Warwick Goble, 1913):

Entusiasta della notizia, il padre si preparò a partire per il porto, non prima però di aver chiesto ai figli e alle figlie che cosa desiderassero in dono dal carico.

Mentre i maschi chiesero cavalli da caccia e armi, e le due ragazze tessuti, gioielli e pietre preziose, Bella rimase umile come sempre.

Tutto ciò che chiese fu una rosa, l’unico fiore che non cresceva in quella terra

Partito dunque per la città, al suo arrivo, l’uomo venne colto nuovamente dalla sventura; il carico della nave era stato rubato al suo arrivo in porto.

Conscio dei debiti da cui sarebbe stato presto sommerso, l’uomo riprese la via di casa, amareggiato e mortificato.

 
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Ormai in cammino, il mercante venne colpito da una violenta bufera, dalla quale cercò immediatamente rifugio. Addentratosi nella foresta, scoprì un imponente castello cui bussò alla porta. Venne ricevuto con tutti gli onori: un banchetto, un comodo letto e abiti nuovi. Gli fu però impossibile scorgere il gentile padrone, poiché era rimasto immerso nell’ombra per tutto il tempo.

La mattina seguente, rifocillato e riposato, il mercante lasciò il castello. Ma prima di imboccare nuovamente il sentiero che lo avrebbe condotto a casa, egli avvistò un grande cespuglio di rose posto nel giardino della tenuta.

Ricordando la richiesta di Bella, egli colse la più splendida delle rose per lei

Quasi perseguitato dalla sfortuna, l’uomo venne colto sul fatto dal padrone del castello, il quale si rivelò essere la Bestia. In un primo momento destinato alla morte, poiché aveva rubato l’oggetto più prezioso della sua proprietà e poiché aveva violato le leggi dell’ospitalità, il mercante supplicò di aver salva la vita e di venir lasciato libero di andare. Venne esaudito, ma tramite un accordo.

La Bestia gli impose di tornare al castello, o lui, o una delle sue figlie, per rimanervi per sempre; l’uomo accettò, venendo ricompensato con sete, gioielli e denaro, che avrebbero ridato prestigio alla sua famiglia.

Al suo arrivo a casa, il mercante spiegò del suo accordo con la Bestia a Bella. Non ci volle molto prima che anche i fratelli e le sorelle lo venissero a sapere. Mentre i tre maschi si offrirono volontari di recarsi al castello per uccidere la Bestia e rompere il vincolo che la legava al padre, Bella sedò gli animi, asserendo che al castello sarebbe andata lei stessa.

Alcuni critici sostengono ci sia il primo accenno a una critica verso la società Settecentesca, intesa a far luce sulle condizioni cui erano sottoposte le donne quando si trattava di organizzare i matrimoni. Organizzazioni sulle quali esse non avevano alcuna voce in capitolo.

Dopo aver abbandonato la famiglia Bella si recò al palazzo, dove, inaspettatamente, venne trattata come un regina. Dopo averle mostrato l’intera tenuta, la Bestia le fece dono di gioielli, vestiti e di ogni ben di dio potesse desiderare.

Durante una convivenza pacifica e serena, la Bestia iniziò a recarsi da Bella ogni sera, intento a chiederla in moglie. A ogni proposta Bella rispondeva rifiutando la Bestia, poiché lo considerava solo come un ottimo compagno, ma non come un amante.

E ogni sera, dopo il loro solito scambio di battute, Bella si addormentava e sognava un giovane principe, dall’aspetto bello e regale, il quale le consigliava di non fidarsi delle apparenze, e di guardare oltre.

Ella non si rendeva conto che quel principe le era già davvero molto vicino

Mentre Bella era combattuta per via dei suoi pregiudizi, anche la Bestia combatteva le sue sfide, ancora incapace di esprimere i suoi sentimenti e i suoi desideri con sincerità e facilità.

(Non a caso, la Bestia in francese è chiamata anche ‘bête’, che significa sia bestia, sia ‘poco intelligente’).

Col passare del tempo, Bella venne colta da una profonda malinconia; chiese così alla Bestia di poter far visita ai suoi familiari. Egli acconsentì, a patto che Bella tornasse al castello dopo una settimana esatta. Inoltre avrebbe dovuto portare con sé uno specchio, capace di mostrare cosa stesse accadendo a palazzo in ogni istante, e un anello, il quale girato attorno al dito per tre volte, l’avrebbe riportata immediatamente al castello.

Accettando le condizioni, Bella partì alla volta della sua casa.

Sotto, un dipinto raffigurante Petrus Gonsalvus del 1580 circa. Il nobile spagnolo era affetto da ipertricosi, e secondo alcuni fu ispirazione per la fiaba:

Una volta arrivata, venne accolta con affetto, ma anche con diffidenza; la ricchezza delle sue vesti e dei suoi gioielli scatenò l’invidia e la perfidia delle sorelle. Queste ultime, dopo aver sentito il racconto del patto accordato con la Bestia, decisero di fingere di aver sentito troppo la mancanza di Bella per lasciarla andare così presto.

Essendo una ragazza dal cuore puro, Bella cadde nel tranello, e acconsentì a rimanere un giorno in più del previsto.

Ella rimpianse la decisione amaramente, quando, colta dal rimorso, usò lo specchio per controllare lo stato della Bestia a palazzo; venne colta da un profondo sconforto quando lo vide a terra, vicino al cespuglio di rose, morente e sofferente.

Senza perdere tempo, girò l’anello attorno al dito per tre volte, ritornando al castello all’istante

Sorreggendo la Bestia, quasi esanime, Bella pianse, confessandogli il suo affetto. Quando una lacrima della giovane sfiorò la guancia della Bestia, questi abbandonò il suo aspetto ferino, riottenendo le sue sembianze umane.

Bella rimase attonita, poiché aveva di fronte il bel principe che aveva per tanto tempo sognato

Nella versione più conosciuta della fiaba, quella scritta da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, riadattata ed accorciata, pubblicata nel 1756, non viene dato spazio al racconto delle origini del principe, originariamente spiegate da Madame de Villeneuve nella sua prima stesura, mentre la storia si conclude col matrimonio dei due giovani.

 
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La bestia morente e Bella. Illustrazione del 1874 di Walter Crane:

Nella versione di Villeneuve, dopo aver riacquisito le sue vere sembianze, il principe racconta a Bella che egli perse il padre in gioventù, mentre la madre era impegnata in guerra per difendere il suo regno. La regina lasciò il giovane principe alle cure di una fata malvagia che, quando divenne adulto, cercò di sedurlo. Al rifiuto del principe, ella lo trasformò nella bestia.

Molti dettagli della versione di Madame De Villeneuve verranno omessi nell’edizione della de Beaumont, poiché il suo racconto sarà destinato ai bambini, e molte delle scene descritte nella stesura del 1740 erano troppo violente o dalle tematiche troppo crude.

Nonostante le modifiche apportate alla storia originale, essendo quindi più scarna di dettagli, la stesura di “La Bella e la Bestia” del 1756 di Madame de Beaumont, raggiunse maggior successo, a partire da quel momento, fino ai giorni nostri.

È difatti a quest’ultima che la maggior parte delle rappresentazioni cinematografiche e teatrali fanno riferimento.

Un successo indubbiamente meritato, anche se la nobildonna non accennò mai a Madame de Villeneuve, alla quale dovette gran parte della sua fama e della sua fortuna.

Sotto, un ritratto di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont:

Della fiaba nella sua trama originale, scritta da Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve è stato tratto un film animato del 1952 dal titolo “Il Fiore Scarlatto”:

 
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Cecilia Fiorentini
Cecilia Fiorentini

Ho studiato lingue e sono una studentessa di Conservazione dei Beni Culturali, ho 24 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.