Un Uomo Longobardo rimpiazzò l’Avambraccio amputato con una Lama

Verona, VI-VIII secolo dopo Cristo. I Longobardi sono ormai padroni di buona parte dell’Italia, e scoppiano sovente delle guerre e scontri su tutto il territorio. Nella necropoli di Povegliano Veronese vengono sepolte numerose persone, fra cui un uomo, forse un guerriero, del tutto particolare. Egli ha un’età compresa fra i 40 e i 50 anni, considerevole per l’Alto Medioevo, e porta una lama al posto dell’avambraccio e della mano destra.

La parte mancante del braccio gli è stata amputata con un taglio netto, e l’osso si è ben rimarginato, mostrando non solo i segni di guarigione, ma anche la calcificazione per un utilizzo prolungato della pericolosa protesi. Nello stringerla centinaia o migliaia di volte si è rovinato i denti, e i segni sulle gengive e sulla clavicola indicano che l’operazione di legatura della protesi sono frequentissime, tanto da lasciarne tracce apprezzabili nelle ossa interne.

Sono le conclusioni cui sono giunti i ricercatori, un team congiunto di esperti dell’Università La Sapienza di Roma, della Cattolica di Milano e della Scuola di Paleoantropologia di Perugia, che nel 2018 hanno pubblicato un documento sul Journal of Anthropological Sciences.

L’uomo fu sepolto insieme a molti altri, fra cui 55 ragazzi giovanissimi morti prima dei 20 anni, 45 uomini adulti, 44 donne e 80 persone che non sono state identificate in base a sesso ed età. Insieme a loro c’era anche un cavallo senza testa e diversi levrieri.

I ricercatori, guidati dall’archeologa Ileana Micarelli dell’Università La Sapienza di Roma, hanno stabilito che l’avambraccio venne rimosso grazie a un trauma da taglio contundente, ma non è possibile affermare il motivo né le modalità dell’amputazione.

Grazie all’articolo riusciamo a capire molto meglio le dinamiche dell’amputazione: “E’ possibile che l’arto sia stato amputato per ragioni mediche, come una frattura incurabile, ma anche durante un combattimento, come mozzato da un altro guerriero“. Le lesioni ai denti, che portarono l’uomo al probabile rischio di infezioni batteriche, indicano che la protesi, costituita da una lama, veniva stretta in modo continuo e probabilmente diverse volte al giorno.

La certezza di noi  moderni riguardo la natura protesica della lama viene dalla posizione in cui venne sepolto. Specificano ancora i ricercatori:

Tutti gli altri uomini avevano le braccia e le lame (coltelli, spade) distese ai lati, mentre quest’uomo mostra lama e braccio appoggiati sul ventre

Il braccio destro era piegato sul ventre e accanto all’osso monco c’era una lama. Sopra l’osso e accanto alla lama sono stati trovati una fibbia a forma di D (visibile nell’immagine iniziale contrassegnata come “D-shaped Buckle”) e del materiale organico decomposto, probabilmente i residui di pelle del cappuccio di cuoio che legava la lama al braccio. I segni ossei indicano che l’uomo visse a lungo dopo l’infortunio, un elemento che ci fa capire non solo la resistenza fisica dell’individuo, ma anche l’evidente aiuto da parte della sua comunità.

Le conclusioni dei ricercatori vertono tutte proprio sull’importanza della comunità nel destino di questo antico longobardo:

La sopravvivenza di questo uomo longobardo testimonia l’attenzione della comunità, la compassione familiare e l’alto valore dato alla vita umana

Il lavoro del team è stato pubblicato sul Journal of Anthropological Sciences, dove può essere letto integralmente. Le immagini e i testi sono condivisi con licenza CC BY SA-4.0 dalla pubblicazione.

Giunti alla fine dei dati scientifici possiamo immaginarci una storia per l’amputazione di questo nostro antico antenato. Fate attenzione, è una storia di fantasia ma è anche un quiz, quindi prestate attenzione. Un tale di nome Liutprando aveva combattuto in una guerra contro i latini insieme all’amico Teutperto, suo vicino di casa. Erano frequenti le zuffe sulle linee di confine, e in questo caso il problema era un’antica faida che originava da furti di bestiame. Era una nebbiosa mattina di fine ottobre, e le due compagini si osservavano guardinghe dalle estremità di due colline prospicienti. A un certo punto il segnale dei latini: un teschio di toro lanciato verso lo schieramento nemico. I due longobardi insieme al loro gruppo, saran state 150 persone,  si erano tuffati nella mischia, ma la zuffa si era rivelata una trappola per il gruppo di “barbari”, come li definivano i latini.

Ormai sopraffatti, Liutprando e Teutperto si erano girati tentando la fuga, ma 3 cavalieri nemici erano riusciti a riprenderli, parandoglisi di fronte. A questo punto Teutperto tenta l’impossibile, spaccare le fila dei cavalieri, ma gli va male: uno dei tre assesta un colpo di spadone sul collo, tagliandogli di netto la testa. Liutprando, alle corde, non sa far altro che tuffarsi a terra implorando una tregua.

I nemici non gli concedono un attimo: uno lo colpisce con una sprangata sulla schiena, un altro gli fa assaggiare le nocche sulla guancia e un altro ancora lo colpisce con l’asta dell’alabarda sugli stinchi. Liutprando è a terra, ormai esanime, ma uno dei tre cavalieri decide di prendersi un ulteriore trofeo: con un colpo di spada gli taglia di netto il braccio per arraffargli la mano destra sulla quale luccicava un anello d’oro.

Cala il silenzio e la notte, Liutprando è quasi morto dissanguato ma è riuscito a stringersi la ferita, evitando la morte. Lentamente si risveglia, un ciuffo di capelli gli copre la vista, fa per toglierselo con la mano destra ma si accorge che non ce l’ha più. Si rialza lentamente, il tanfo di morte è nauseabondo. Accanto a lui la testa di Teutperto, la zazzera scomposta sulla fronte. Più morto che vivo il guerriero ferito si incammina verso casa. Per sua fortuna dopo pochi metri, saran stati 200 o 300, incontra un gruppo di donne longobarde che sono sul campo in cerca di figli e mariti superstiti. A Liutprando sembrano degli angeli, e si abbandona esausto sul loro carretto.

La comunità non abbandona il proprio guerriero ferito, e le cure che riceve sono le migliori, naturalmente per l’epoca. Al posto del braccio gli viene installata una lunga lama, con la quale, scherzando ma neanche troppo, Liutprando dice che la farà pagare a quei malnati latini che lo hanno ridotto così. La protesi è minacciosa e lui si sente ancora un guerriero temibile, ma ha un solo problema: lo strofinio della cinghia sull’arto monco fa allentare la cinghia, che va serrata in continuazione.

Alla fine di questa breve storia di fantasia svelo l’indovinello: nel testo sono presenti, oltre ai 2 nomi longobardi Teutperto e Liutprando, altre 18 parole di origine longobarda. Scrivete nei commenti quali sono!

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...