Verona, VI-VIII secolo dopo Cristo. I Longobardi sono ormai padroni di buona parte dell’Italia, e scoppiano sovente delle guerre e scontri su tutto il territorio. Nella necropoli di Povegliano Veronese vengono sepolte numerose persone, fra cui un uomo, forse un guerriero, del tutto particolare. Egli ha un’età compresa fra i 40 e i 50 anni, considerevole per l’Alto Medioevo, e porta una lama al posto dell’avambraccio e della mano destra. La parte mancante del braccio gli è stata amputata con un taglio netto, e l’osso si è ben rimarginato, mostrando non solo i segni di guarigione, ma anche la calcificazione di un utilizzo prolungato della pericolosa protesi. Per stringerla si è rovinato i denti, e i segni sulle gengive e sulla clavicola indicano che l’operazione di legatura della protesi sono frequentissime, tanto da lasciarne tracce apprezzabili sulle ossa interne.

Sono le conclusioni cui sono giunti i ricercatori, un team congiunto di esperti dell’Università La Sapienza di Roma, della Cattolica di Milano e della Scuola di Paleoantropologia di Perugia, che hanno recentemente pubblicato un documento sul Journal of Anthropological Sciences.

L’uomo fu sepolto insieme a molti altri, fra cui 55 giovanissimi morti prima dei 20 anni, 45 uomini adulti, 44 donne e 80 persone che non sono state identificate in base a sesso ed età. Insieme a loro c’era anche un cavallo senza testa e diversi levrieri.

I ricercatori, guidati dall’archeologa Ileana Micarelli dell’Università Sapienza di Roma, hanno stabilito che l’avambraccio venne rimosso grazie a un trauma da taglio contundente, ma non è possibile affermare il motivo né le modalità dell’amputazione. Nell’articolo si legge che “E’ possibile che l’arto sia stato amputato per ragioni mediche, come una frattura incurabile, ma anche durante un combattimento, come mozzato da un altro guerriero“. Le lesioni ai denti, che portarono l’uomo al probabile rischio di infezioni batteriche, indicano che la protesi, costituita da una lama, veniva stretta in modo continuo e probabilmente diverse volte al giorno.

La certezza riguardo la natura protesica della lama viene dalla posizione in cui venne sepolto:

Tutti gli altri uomini avevano le braccia e le lame (coltelli, spade) distese ai lati, mentre quest’uomo mostra lama e braccio appoggiati sul ventre

Il braccio destro era piegato, e accanto all’osso monco c’era una lama. Sopra l’osso e accanto alla lama sono stati trovati una fibbia a forma di D (visibile nell’immagine iniziale contrassegnata come “D-shaped Buckle”) e del materiale organico decomposto, probabilmente i residui di pelle del cappuccio di cuoio che legava la lama al braccio. I segni ossei indicano che l’uomo visse a lungo dopo l’infortunio, un elemento non solo di resistenza fisica, ma anche dell’evidente aiuto da parte della sua società.

I ricercatori concludono che:

La sopravvivenza di questo uomo longobardo testimonia l’attenzione della comunità, la compassione familiare e l’alto valore dato alla vita umana

Il lavoro del team è stato pubblicato sul Journal of Anthropological Sciences, dove può essere letto integralmente. Le immagini e i testi sono condivisi con licenza CC BY SA-4.0 dalla pubblicazione.

Categorie: Storia

Matteo Rubboli

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...