Cundinamarca era ormai stata conquistata. L’El Dorado aveva deluso gli europei. L’oro raccolto non appagava le aspettative e persino il dragaggio del fondale del Guatavita si rivelò infruttuoso. L’evidenza era sotto gli occhi di tutti:

Si cercava nel luogo sbagliato

Il lago dell’oro doveva trovarsi a est dell’altopiano, in un corrispettivo orientale. Le prime spedizioni non si fecero attendere. Pineda scopre la provincia di Canela, una valle di alberi di cannella (spezia che avrebbe consentito di rivaleggiare coi mercanti portoghesi nel commercio del prezioso prodotto). In questo luogo raccolsero ammalianti narrazioni: racconti di una pianura situata a est, abitata da indiani ricchi d’oro, dove non vi era traccia di catene montuose. Probabilmente parlavano della valle del Meta.

Ritratto di Francisco Orellana, fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

La notizia arrivò a Quito. Gli spagnoli avevano conquistato l’impero peruviano, ma non erano ancora sazi del metallo dorato. Francisco Pizarro diede mandato al fratello Gonzalo di dirigersi a oriente. Si stava preparando una nuova spedizione dal costo esorbitante, messa in piedi mediante ingenti prestiti ottenuti dando in garanzia la speranza di trovare l’oro.

Due gruppi partirono ad alcune settimane di distanza nel febbraio del 1541. Centinaia di spagnoli, migliaia di indiani, cani, maiali, lama e cavalli accompagnavano Gonzalo Pizarro. Il freddo pungente delle Ande penetrava nei corpi dei marciatori, portando alcuni all’ipotermia; la giungla sottostante, per contro, li soffocava col suo caratteristico caldo umido. A colpi di machete si inoltravano nella fitta vegetazione, fermandosi di tanto in tanto a razziare i campi che incontravano sul loro cammino, fino al raggiungimento della valle di Zumaque, a circa cento leghe da Quito, dove allestirono il campo.

Per sei settimane furono bloccati dalle piogge. Gli indumenti erano fradici, le provviste si stavano guastando e la giungla era divenuta impraticabile pantano. Gonzalo prese con sé alcuni uomini e partì alla ricerca della provincia di Canela, riuscendo a trovare solo un territorio con alcuni alberi sparsi. Qui chiese agli indigeni della piana ospitante la città ricca d’oro, cercando di estorcerli informazioni anche mediante tortura, ma questi non ne sapevano nulla (o semplicemente non comprendevano il suo linguaggio). Il testardo comandante riprese l’avanzata, che per poco non li costò la vita a causa del sopraggiungere di un’alluvione. Non avendo trovato nulla tornò sui suoi passi. Sulla via del ritorno cattureranno un capo indiano, che si rivelerà decisivo per gli eventi futuri. Costui disse di chiamarsi Delicola. Per evitare la tortura e la conseguente morte, il capo si inventò l’ubicazione della terra dell’oro. Sfruttandolo come guida presero a seguire il Rio Coca.

Primo itinerario viaggio (1541-1542), fotografia via Wikipedia:

Torrenti e paludi rendevano l’impresa sempre più faticosa. Si pativa la fame, alcuni uomini annegavano travolti dalla forza dei torrenti. I maiali erano andati perduti, alcuni cani mangiati; rimanevano pochi lama e come se non bastasse Delicola e altri indiani erano scappati. Gli spagnoli non avevano più guide, erano sperduti e dovevano portarsi l’equipaggiamento da soli. Si decise di costruire un brigantino e proseguire seguendo la corrente. Taluni andavano dietro a piedi. Secondo le informazioni di Delicola quel fiume si gettava in uno più grande: nelle vicinanze avrebbero trovato il regno d’oro. La strada era lunga e gli spagnoli esausti. Fu così deliberato che Orellana avrebbe condotto un contingente a bordo del brigantino fino alla confluenza, in cerca di cibo.

L’anno stava terminando. Il tempo passava e l’impaziente Gonzalo riprese il cammino. La fame torturava i conquistatori; si mangiavano i cani e i cavalli sopravvissuti. Intanto un contingente si portò avanti per cercare Orellana. Alla confluenza col Rio Napo (dove oggi sorge Puerto Francisco de Orellana, in Equador) notarono dei segni sugli alberi, prova del passaggio del compatriota. Gonzalo non sapeva che pensare. Che lo avesse tradito? O magari fosse perito durante l’esplorazione? La sua sorte rimaneva un mistero.

Il Rio delle Amazzoni. Fotografia condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia:

La spedizione proseguì fino alla confluenza. Qui pare incontrarono uno dei compagni di Orellana: Hernan Sanchez de Vargas. Il brigantino aveva disceso il fiume fino a quel punto; risalire controcorrente era impossibile e si risolse di proseguire fino all’Eldorado o all’Atlantico. Sanchez protestò e venne lasciato indietro.

Orellana aveva dunque optato per procedere. Oltrepassata la confluenza il cibo iniziò a scarseggiare, tanto che furono costretti a nutrirsi di erbe e radici sconosciuti, cuoio, lacci e suole di scarpe. Marciavano in un’area spopolata, particolarmente inospitale. Il nuovo anno era appena iniziato e un suono di tamburi echeggiava nella foresta. Nonostante alcune reticenze affrettarono il passo. La notte riprese a risuonare quel battito tetro. Non sapevano che pensare, il sonno si era dileguato, i sensi in allarme, le mani pronte a impugnare balestre e archibugi. La mattina sopraggiunse, così come il momento della partenza. Nelle vicinanza si trovava un villaggio abitato da timorosi indiani, gli Aparia, dove poterono riposarsi e mangiare a volontà. L’11 febbraio, dopo aver lasciato il villaggio, giunse nel Rio delle Amazzoni.

 
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Nel villaggio successivo costruirono un secondo brigantino e a fine aprile ripresero a navigare. Da quel punto il territorio era pressoché disabitato. A metà maggio entrarono nel territorio dei Machiparo, area densamente abitata, dove subirono diversi attacchi dagli indios, che arrivarono anche a circondarli con le canoe durante la notte, inneggiando alla guerra mostrando le loro armi e gli scudi fatti con pelle di tapiro e di rettile. Seguiva la provincia degli Omagua, un territorio ricco di città provviste di grandi viali. Andando avanti scoprirono le foci del Rio Negro (fiume di raccordo tra Orinoco e Rio delle Amazzoni). Dopo alcuni giorni entrarono in un villaggio, la cui piazza principale ospitava un tronco rappresentate, in rilievo, una città cinta da mura sostenuta da due giaguari: era la città delle donne guerriere, che comandavano le popolazioni circostanti, sottoponendole a tributi.

L’obbiettivo adesso era trovare l’El Dorado delle Amazzoni, e per farlo non erano disposti a lasciarsi fermare neanche dagli indiani più ostili, alcuni dei quali esponevano le teste dei loro nemici come monito. A ogni sbarco corrispondeva una battaglia; a riva si intravedevano molti grandi villaggi “che brillavano per il loro biancore”, fari che attiravano gli spagnoli nelle imboscate indiane. I nativi chiamavano in aiuto le amazzoni, che combattevano alla testa dei loro tributari. Chiunque tentasse di fuggire veniva ucciso seduta stante. Gli spagnoli cercavano di battere in ritirata, ma neanche il fiume era sicuro: a tempo di tamburi le flottiglie cariche di guerrieri circondavano i brigantini riversandogli nugoli di frecce.

Stavano attraversando una zona fertile direttamente controllata dalle Amazzoni, governatrici di circa settanta villaggi di case in pietra, collegati da una rete stradale gestita tramite un sistema a pedaggi, situate nell’entroterra a circa sette giorni di cammino dal fiume, in prossimità di due lagune d’acqua salata, ove si procuravano uno dei prodotti più preziosi per gli indios del Nuovo Mondo, il sale. Ovviamente anche tale popolazione era straordinariamente ricca nelle menti dei conquistatori.

Nella città principale pare vi fossero cinque templi dedicati al sole pieni di idoli femminili e monili d’oro. Queste rimanevano, tuttavia, soltanto storie. Nessuno vide mai tali città. Superata la provincia dovettero affrontare un’ulteriore popolazione ostile, composta da uomini alti coi corpi dipinti di nero e armati con frecce velenose; gli europei si videro costretti a rinforzare i brigantini e costruire delle palizzate per proteggersi dalle frecce. Una popolazione di cannibali e l’ennesimo territorio ricco del prezioso metallo venivano superati. Erano, tuttavia, vicini alla foce del fiume e il richiamo della civiltà e dei suoi comfort era decisamente irresistibile. Sarebbe stato azzardato rimanere in quel mondo selvaggio. Il 26 agosto Orellana navigava nell’Atlantico. Intanto Gonzalo Pizarro era tornato profondamente umiliato a Quito.

Alessandro Licheri
Alessandro Licheri

Studente di Storia, natio dell'isola più bella del mondo viaggio da un libro all'altro, traversando cronache e romanzi, dedicandomi particolarmente alla storia delle esplorazioni e spaziando sugli innumerevoli campi che questa lambisce, cercando di ripercorrere attraverso racconti d'ogni epoca quei sentieri avventurosi tracciati dall'audacia degli uomini.