Charles Darwin chiamò le isole Galapagos “un piccolo mondo a sé.” Proprio su queste isole ha sviluppato gran parte delle sue teorie sull’evoluzione della specie per selezione naturale; difficile immaginare come sarebbe stata la sua vita e il suo lavoro se non avesse mai visitato questi luoghi, ed è altrettanto difficile pensare a questo incantevole arcipelago senza le tartarughe giganti. Le massicce tartarughe delle Galapagos vagano per le isole come massi viventi, possono pesare anche più di 500 chili. La maggior parte vive più di 100 anni, alcune superano i 150. Le isole stesse hanno il nome di questi titani gentili: in spagnolo, galápago significa tartaruga. Alla fine del 20° secolo queste creature simbolo stavano lentamente avviandosi verso l’estinzione: nel corso di 150 anni, la popolazione di tartarughe giganti è scesa da oltre 100.000 unità a circa 15.000. Dietro questo lento declino c’era una minaccia inaspettata: le capre.Progetto Isabella alle Galapagos 1Fonte immagine: cdorobek via Flickr – licenza CC BY 2.0

Portate sulle isole da esploratori, mercanti, cacciatori di balene e pirati, le capre sono arrivate alle Galapagos nei secoli 16° e 17°. Nel corso del tempo il loro numero si é moltiplicato. Nel 1990 circa 250.000 capre belavano in tutte le Galapagos. Hanno mangiato tutto, spogliando le isole dalla loro vegetazione, e le tartarughe, antichi alfieri della biodiversità, hanno cominciato a morire. Ambientalisti e biologi evoluzionisti hanno discusso a lungo sul modo di salvare le tartarughe dalle capre. Molte strategie sono state proposte, anche “naturali”, come ad esempio un piano per introdurre sulle isole dei leoni che divorassero la popolazione invasiva di capre. Alla fine però gli ambientalisti hanno scelto la soluzione più ovvia: la macellazione.

Dopo anni di dibattito, di pianificazione e di costruzione del consenso, la Galapagos Conservancy (precedentemente chiamata Charles Darwin Foundation) ha avviato il progetto Isabela: una eliminazione sistematica di tutte le capre, maiali selvatici e asini sulle principali isole Galapagos. Il progetto è iniziato con una caccia a terra, ma alla fine sono stati usati elicotteri e tiratori scelti provenienti dalla Nuova Zelanda.

Il 90 per cento delle capre é stato ucciso nel primo anno della caccia aerea. Le sopravvissute hanno cominciato a riconoscere gli elicotteri come letali, e quindi si ripopolavano in luoghi nascosti. Per trovare questi astuti esemplari, il team di progetto Isabela ha puntato su “capre Giuda“: una femmina catturata in natura, etichettata con un dispositivo di tracciamento GPS, e poi rilasciata per trovare altre capre, soprattuto maschi. I tiratori scelti dovevano prendere il volo di nuovo, seguire la capra Giuda, trovare i suoi compagni nascosti ed eliminarli, lasciandola sempre in vita, in modo che l’intero processo potesse ricominciare. La squadra ha utilizzato 900 capre Giuda nel corso di un paio di anni.

Progetto Isabella alle Galapagos 4Fonte immagine: Daniel Ramirez via Flikr – licenza CC BY 2.0

A partire dal 2006, secondo Galapagos Conservancy, le principali isole sono state “dichiarate libere da tutti i grandi mammiferi introdotti: capre, maiali e asini.” Oggi le capre non ci sono più e la vegetazione ha ricominciato a crescere, a beneficio delle tartarughe. Stranamente però, la storia del Progetto Isabela rovescia la teoria della selezione naturale che Darwin ha iniziato a sviluppare proprio alle Galapagos. In verità le capre non erano native delle isole, ma avevano vissuto lì per secoli, e durante questo tempo si erano adattate a sopravvivere e prosperare, mentre le tartarughe non sembravano in grado di farlo. In contrasto con la legge della “sopravvivenza del più forte“, la salvezza delle tartarughe è dipesa dall’intervento, molto lontano dall’essere “naturale“, degli esseri umani armati di elicotteri e fucili.

Chissà cosa penserebbe Darwin di tutto questo?

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.