La storia di questo post è stata scritta da Rona Vasellar e pubblicata prima su Reddit e poi su Thought Catalog. La ragazza ha scritto che si tratta di una storia avvenuta al suo terzo anno di università, anche se crederle risulta quantomeno…difficile. Di seguito trovate la traduzione non letterale, per leggere la versione in inglese seguite i link sui siti web soprastanti:

“Ero seduta accanto al marciapiede fuori dal mio appartamento quando trovai un iPhone 4S bianco per terra in buone condizioni. Lo raccolsi da terra per dargli uno sguardo più attento. Probabilmente apparteneva ad una ragazza del liceo, a giudicare dalla custodia viola orrendamente scintillante. Osservando il telefono ho notato che era tenuto in ottime condizioni, ed era sopravvissuto a quella che doveva esser stata una caduta dalla borsa di una studentessa distratta. Nessuna incrinatura, nessuna ammaccatura, niente di niente.

Quando sono entrata nel mio appartamento ho buttato la borsa per terra e ho tolto il cappotto e le scarpe, continuando ad osservare il telefono. Ho premuto il tasto home e lo schermo si è illuminato: il telefono non era bloccato. Grazie al cielo le ragazze adolescenti sono stupide (ignorando, in quel momento, che ero una di loro). Ho cercato tra i contatti e ho trovato la voce “Mamma”, premendo il pulsante di chiamata.

Niente.

Perplessa ho premuto “chiamata” di nuovo. E ancora. Niente.

In quel momento ricevetti una chiamata sul mio cellulare, un altro iPhone. Ho risposto, era la mia migliore amica:

“Ehi, Amanda! Come è andato il test di oggi? ”

Mi ero momentaneamente dimenticata dell’altro telefono, impegnandomi in una profonda conversazione con Anna sul caos assoluto della vita universitaria. Abbiamo chiacchierato un po’ e mi ha invitato ad un party:

“Tu stasera sei occupata? Un club alla moda ha aperto recentemente e alcuni miei amici vogliono andarci, vieni con noi?”.

Mi guardai attorno fra la comodità del mio appartamento. Ero una persona abbastanza tranquilla che preferiva star seduta dentro casa a leggere un buon libro, a differenza della mia amica Anna che si è sempre messa nei guai. E’ sempre la stessa storia vero? Gli opposti si attraggono. Anche se volevo stare a casa ho sorriso e accettato, per l’immensa gioia di Anna. Come potevo dire no ad una richiesta della mia migliore amica?

Abbiamo concordato gli orari e ho riattaccato il telefono. Poi mi sono ricordata dell’altro cellulare lasciato sul divano, l’ho preso e ho aperto le informazioni di contatto della madre della proprietaria. Ho composto il numero sul mio telefono e ho premuto: “Chiama”.

Il telefono squillò per qualche istante. Stavo per lasciare un messaggio quando una voce esausta suonò attraverso gli altoparlanti.

“Sì?”

Cercai di non lasciarmi scoraggiare da questa risposta scortese. “Ciao, ehm, il mio nome è Amanda e ho trovato questo telefono fuori dal mio appartamento… Penso che appartenga a sua figlia. Posso riportarglielo?” La signora rimase in silenzio per un attimo, a parte un respiro affannoso. Poi disse:

Pensi che questa merda sia divertente? Smettila con questi fottuti scherzi stupidi“.

Riagganciò. Rimasi senza parole per qualche istante, quale diavolo era il suo problema? Completamente confusa ricontrollai il numero. No, avevo composto il numero giusto…Qualsiasi cosa fosse accaduta mi strinsi fra le spalle e pensai che avrei risolto in qualche altro modo. Avevo ancora un paio d’ore prima di andare al club con Anna, e mi misi a leggere un libro mangiando un sacchetto di patatine. Proprio mentre stavo immergendomi completamente nella storia una suoneria che squillava mi fece sobbalzare:

BEEP BEEP BEEP.

Mi guardai intorno e i miei occhi videro lo schermo acceso dell’iPhone bianco. Guardai l’ID chiamante. Anonimo. Lo raccolsi e risposi: “Ciao?”. Si sentiva solo un suono continuo. “Ciao…?”. Il suono era sempre più intenso e sempre più forte. Provai a rispondere un altro paio di volte quando per il fastidio cominciai a staccare il telefono dalle orecchie, ma la chiamata terminò.

Tornai al mio libro trascorrendo alcuni momenti tranquilli. Pochi minuti prima di dover partire cominciai a prepararmi, mi misi il rossetto, le scarpe col tacco e i pantaloni attillati. Stavo per mettere la testa fuori dalla porta ma il telefono squillò nuovamente:

BEEP BEEP BEEP.

Alzai il telefono dal divano ma il chiamante era ancora anonimo. “Ciao?”

Il telefono non emetteva alcun suono. Sembrava che la linea fosse morta. Cominciai a pensare di portarlo alla polizia quando una voce sussurrò:

“Riesci a sentirmi?”

Credo di aver strillato. La voce della donna era forte e chiara, paziente e senza tono. Ma sembrava…dall’oltretomba. Posizionai il ricevitore vicino al mio orecchio di nuovo, questa volta con cautela. “Ciao? Ehi, sei il proprietario del telefono? L’ho trovato seduto fuori e – ”

Chiamata conclusa.

A questo punto mi stavo arrabbiando. Qualcuno stava giocando un scherzo di cattivo gusto? Gettai il telefono sul divano pensando che avrei chiesto aiuto ad Anna, che era molto più esperta su faccende del genere. Con questo pensiero in testa mi diressi verso la porta, uscendo.

Il club era abbastanza divertente, e gli amici di Anna erano tutti uomini, e uno di loro era esattamente il mio tipo: alto, con i capelli scuri, forte e sicuro di sé ma con qualche “problema”. Lo so, lo so, ero in cerca di guai. Ma un po’ di problemi fanno bene una volta ogni tanto, e inoltre ci piacemmo subito. Prese il mio telefono e si chiamò, salvandosi il mio numero. Mi disse: “Vuoi uscire con me Sabato?” Sentii un brivido lungo la schiena. Certo!

Andai a passare la notte a casa di Anna, passando tutto il tempo a guardare un film Horror visto migliaia di volte e mangiando schifezze. Il giorno seguente a casa mia mi accorsi di nuovo del telefono, pensando di portarlo alla polizia, quando il suo schermo si illuminò.

Nuovo messaggio: un allegato.

Aprii la schermata e il numero di telefono era nuovamente anonimo. Aprendo l’allegato rabbrividii. Era una foto di me con il ragazzo della sera prima, ed era vicina, forse a non più di 2 passi da me. Lasciai cadere il telefono per terra, sentendo la mia faccia diventare bianca dal terrore. Il mio cuore batteva all’impazzata, ma il mio cervello per fortuna si attivò. Ora sapevo che non avevo trovato il telefono per caso. Era stato lasciato fuori dal mio appartamento nella speranza che lo avrei trovato. Era una cosa sensata, non è vero? Quella custodia da ragazzine non avrebbe mai protetto il cellulare da una caduta sul cemento..

Cominciai a fantasticare sul perché qualcuno avesse voluto farmi trovare quel telefono. Forse mi volevano molestare, e ripensai a mio padre. Era un poliziotto, e forse poteva avere dei nemici. La cosa sembrava improbabile perché ero molto lontana dalla città in cui vivevamo insieme, ma poteva essere. Chiunque fosse sapeva chi ero, mi aveva seguito al club, aveva scattato una mia fotografia e la aveva mandata a quel cellulare ritrovato. Proprio quando stavo per non capirci più nulla, il telefono squillò di nuovo.

BEEP BEEP BEEP. Anonimo.

Questa volta risposi senza alcuna esitazione. Risposi con una voce forte e arrabbiata: “Chi diavolo sei? Non ho tempo per giocare a questi stupidi scherzi, pensi abbia paura di te?”. Silenzio.

“Sei qui?”

La stessa voce atona, priva di emozioni. Chiamata conclusa.

Lo ammetto: andai fuori di testa. Presi il mio zaino con alcuni oggetti di prima necessità, entrambi i telefoni e corsi da Anna, la mia amica, accertandomi che nessuno mi seguisse. Circa 20 minuti più tardi ero a casa sua, quando le raccontai tutta la storia.

Per capire di chi fosse questo telefono dovevamo capire chi c’era dietro, e pensammo di ispezionarlo. Anna lo attivò e scorse fino all’icona “Foto”. “Giusto”, esclamai!

Le prime foto erano normali. Una ragazza adolescente con lunghi capelli biondi, un sorriso a trentadue denti e un po’ di avanzi di acne. Aveva scattato un sacco di selfies e immagini stupide con i suoi amici. A giudicare dal suo aspetto pensai che fosse una liceale. Ma perché una liceale avrebbe dovuto farmi questo? E ne sarebbe stata in grado? Avrebbe avuto bisogno di un documento falso per entrare nel club, e comunque penso mi sarei ricordata se avessi visto una ragazzina nel locale. Questa cosa non aveva senso.

Continuai a scorrere, e ben presto apparve un ragazzo nelle immagini, con capelli castani e un sorriso magnetico, affascinante. I suoi amici lentamente scomparvero dalle sue fotografie sostituiti da quello che poteva essere il suo fidanzato. Poi lo schermo diventò nero.

Questo è tutto, solo oscurità. Supponendo che fosse successo un disastro, scorsi alla foto successiva.

Nero.

Scorremmo un po’ attraverso diverse foto come questa, e Anna esclamò: “strano”. Continuammo a scorrere fino a quando lo schermo esplose di colore. Vidi l’adolescente bionda di nuovo, ma questa volta era stesa a terra. I suoi capelli sembravano fossero diventati biondo fragola, ma ci volle un momento per capire che quel rosso non erano fragole, ma sangue. La sua testa era piegata di lato e il suo braccio destro in una strana posizione dietro di lei. Il sangue era sparso ovunque e i suoi occhi azzurri fissavano nel vuoto. Era morta.

Anna lanciò un grido, io gettai il telefono e corsi in bagno. Anna tremava sul divano, mentre fissava il telefono, ancora deposto dove lo avevo lasciato pochi minuti prima.

“Stai bene?”

Anna annuì. “Cos’è questa storia?» Chiese.
«Non lo so», ammisi.

“Dobbiamo scoprire chi è questa ragazza, e se è stato il suo fidanzato a fare questo”.

Cautamente ripresi in mano il telefono, pensai che le immagini rimanenti potessero darci più indizi. Strisciai fra le varie fotografie della ragazza, e poi ritrovai una serie di immagini nere. L’ansia cresceva ad ogni immagine.

Questa volta fu il ragazzo dai capelli castani ad apparire per primo. I miei sospetti cadevano già su di lui, d’altronde avevano passato tutto il tempo insieme, chi poteva essere se non lui?

Quando vidi il suo corpo mezzo fracassato attraverso il parabrezza della sua auto, con i vetri conficcati nel suo stomaco e il sangue che usciva degli occhi le mie teorie sfumarono. Continuai a fare swipe, sfiorando lo schermo.

L’immagine seguente era di un’altra ragazza, più grande di Blondie, con lunghi capelli neri e le zampe di gallina intorno agli occhi. Sembrava che avesse circa 35 anni, e la foto era formale, in vestito elegante e in posa. Dopo un paio di immagini nere la donna era stata fotografata su un pavimento di cemento, con un coltello conficcato nello stomaco, e il suo viso immortalato in una smorfia terrificante. I suoi occhi erano senza vita: era morta poco prima che fosse scattata la fotografia. Poi altre immagini, nere.

Poi ho visto un uomo, probabilmente il suo uomo, appeso a delle travi, ripreso dalla parte della schiena con il volto che si intravedeva appena.

Continuai a scorrere fra le fotografie, ma le immagini erano sempre uguali, con delle foto di una donna e di un uomo prima insieme e poi orribilmente e tristemente morti.

Infine Anna mi prese il telefono: “BASTA Amanda, questo non ci aiuta”.

Ormai ero completamente in preda al panico, e pensai che avrei dovuto chiamare la polizia. Questo telefono era stato messo fuori dalla mia porta e conteneva le immagini di molti omicidi.

Senza dire una parola presi il mio telefono e composi il numero di mio padre. Suonò la segreteria telefonica, e lasciai un messaggio con quanto era successo. “Tu e i tuoi colleghi potete indagare su questa storia? Forse è solo uno scherzo, ma è maledettamente ben riuscito”.

Feci un paio di respiri profondi: Bene, Bene. Il mio papà è stato avvisato, e andrà tutto bene. Ho solo bisogno di fare attenzione fino a quando non arriverà a salvarmi.

Anna prese il telefono di nuovo “Voglio vedere i contatti, forse possiamo capire qualcosa di più di chi ci sia dietro questi omicidi, forse c’è un indizio da qualche parte”.

“Whoa…Amanda, guarda questo!” Guardai Anna con la paura di guardare di nuovo il telefono. Non avevo più voglia di questo gioco. «Cosa c’è?» Chiesi. “I contatti sono tutte ragazze”. La guardai perplessa: “E allora?”.

“La prima ragazza, quella cui doveva appartenere il telefono, aveva un fidanzato, giusto? Il suo numero dovrebbe esser qui, perché non c’è?” Anna aveva ragione, perché non c’era il suo numero? Scorsi fino alla voce: “il mio numero”, ed estraendo le informazioni di contatto risalii al suo nome: Tina Drescher.

Afferrai immediatamente il computer di Anna. “Cosa stai facendo?” mi chiese. “Cerco di trovare una connessione. Ci dev’essere un motivo legato alle morti di tutte queste ragazze, una ragione per cui Tina è morta, qualcosa che colleghi questi omicidi.

Cercando su Google trovai:

Teenager trovata morta nel cortile della scuola

La foto che accompagnava l’articolo era sicuramente quella di Tina. Continuai a leggere.

Un recente tragedia ha provocato la morte di una teenager, Tina Drescher. Il corpo di Tina è stato trovato il 6 aprile 2012, situato accanto all’edificio principale del liceo pubblico di Winona. Anche se la polizia sta continuando le indagini, la morte sembra essere stata un suicidio. “Anche se è un peccato non è una cosa nuova” afferma il capo della Polizia Robert Mansfield. “Quando gli adolescenti come Tina sono sotto forte pressione, tendono a prendere decisioni improprie. E’ un peccato che Tina abbia ritenuto che questa era la sua unica opzione”.

I genitori di Tina sono scioccati dalla sua decisione. “Tina era una ragazza così felice”, ha spiegato la madre in lacrime ai giornalisti della KTV “Lei non avrebbe mai fatto una cosa del genere”.

“Ecco, prova questo”, esclamò Anna “Emily Tressor”. Google mostrò le immagini della donna dai capelli neri: “Trovata ucciso al di fuori di un bar del centro”. Ma in questo caso c’era qualcosa di nuovo: “Anna…questa ragazza è stata aggredita sessualmente,” dissi.

 
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“Cosa?”

“Guarda, è proprio qui.”

“Questo non ha senso.” Anna si accigliò “L’altra ragazza si è suicidata, questa ragazza è stata violentata e poi uccisa. Dov’è il collegamento?”.

Alzai le spalle. Cercando il nome successivo, i rapporti erano tutti gli stessi: donne assassinate, violentate e fotografate. “Questo non ha alcun senso!” La mia frustrazione stava crescendo: “Queste ragazze sono state tutte violentate, tutte tranne Tina. Cos’è che la rendeva diversa?” Chiesi.

Anna rimase in silenzio per un attimo. “Forse è stata lei”, affermò.

“Cosa?”

“Pensaci. Lei si è uccisa apparentemente senza motivo. Forse è perché ha ucciso tutte quelle ragazze?” motivò Anna.

I pezzi cominciavano a collegarsi. “Ma per quanto riguarda il suo fidanzato? E per quanto riguarda i ragazzi nelle immagini? Sono tutti morti ma i loro nomi non sono stati salvati”.

Anna e io eravamo ancora perplesse quando il telefono squillò –

BEEP BEEP BEEP.

Stavo cominciando ad odiare quel suono “Metti il vivavoce” Feci un respiro profondo e risposi al telefono.

“Chi sei?” Chiesi.

Nient’altro che il silenzio. Il silenzio che stava lentamente facendo crollare la mia sanità mentale. Gridai, con voce spezzata: “Che cosa vuoi? Perché stai facendo questo? ”

“Stai lontana da lui.”

E riagganciò. Di chi diavolo stava parlando? Aspetta, il ragazzo del club, era nella foto che ho ricevuto. Cominciò a formarsi un quadro nella mia mente: chi stava facendo questo voleva violentarmi e uccidermi, ma come si inseriva l’amico di Anna (Derek)in questa storia? Mentre stavo riflettendo su questa domanda, sentii Anna ansimare accanto a me. “Le immagini”, disse. “Cosa?” Accese di nuovo lo schermo: “Guarda le foto dei ragazzi.” Il primo ragazzo attraverso il parabrezza, il secondo appeso alle travi, il terzo con i polsi tagliati, il quarto con un colpo di pistola alla testa. Aspetta.

“Questi sono …”

“… Suicidi …” Anna completò la mia frase.

“Lui li inquadra” dissi, lentamente “Va dietro alle ragazze e inquadra i loro uomini, e questi si suicidano”.

Restammo in silenzio per un attimo. Poi mi precipitai ad afferrare la mia borsa. “Aspetta, Amanda, dove stai andando?” Mi fermai davanti alla porta. “Devo parlare con Derek. Devo dirgli cosa sta succedendo. Non si rende conto del pericolo che corre”.

Abbracciai Anna. “Non puoi venire con me, ho bisogno che tu rimanga qui in caso avessi bisogno di un posto in cui dormire”. E nella mia mente aggiunsi “anche perché non voglio che ti succeda niente”.

 
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Penso che lei abbia cercato di seguirmi, ma ero fuori dalla porta prima che potesse dire qualcosa. Chiamai Derek, il quale rispose: “Bene bene bene. E’ la bella signora dal bar” esclamò. Arrossii. Anche in queste circostanze, la sua voce mi faceva palpitare. “Derek, ho bisogno di parlare con te. Ho bisogno di vederti. Sei impegnato ora?”.

Potevo quasi sentire il sorriso nella sua voce. “Sei così impetuosa che non si può aspettare fino a domani? Bene bene, perché non vieni a casa mia? ”

Esitai, non volevo che il mio molestatore sapesse dove viveva Derek. “Stavo pensando da qualche parte, più in pubblico…”. Derek rise “Non vuoi fidarti ancora di me? Non è un problema. Che ne dici di un ristorante? Potremmo fare un vero appuntamento” Pronunciò un nome di un ristorante di lusso nel centro della città e accettai.

“Sarò lì fra 20 minuti.”

Parlare con lui sembrava aiutarmi a ritrovare la mia forza interiore, e per la prima volta da quando avevo trovato il telefono mi arrabbiai. Questa persona pensava di potermi spingere in giro? Pensava di potermi intimidire? Non sarebbe stato facile come sperava.

Quando vidi Derek mi sentii sollevata, e le lacrime scorsero a fiotti sulle mie guance. Lo abbracciai e lui ricambiò. Sconvolto mi chiese: “Ehi, ehi, cosa c’è che non va, che cosa è successo?”.

Non risposi, e lui mi parlò con una bassa voce suadente. “Va tutto bene, puoi dirmi, io non permetterò a nessuno di farti del male” Gli raccontai tutta la storia, il telefono, le chiamate, le foto. Lui ascoltava in silenzio, con lo sguardo immobile.

“Ascoltami. Non lascerò che questo ragazzo ti venga vicino, ok? Tutto andrà per il meglio”. Ho annuito, e le mie lacrime di paura furono sostituite da quelle della felicità. Finalmente ero al sicuro.

Era buio quando lasciammo il ristorante. Derek si era offerto di ospitarmi a casa sua, ma rifiutai, non volendo metterlo in pericolo più di quanto fosse. Inoltre ero preoccupata per Anna, forse l’uomo ci aveva seguito fino a casa sua. La chiamai per assicurarmi del suo stato di salute, e rispose che andava tutto bene. Pensai comunque che sarebbe stato saggio tornare da lei, per evitare ogni rischio.

Mentre stavamo andando alla mia auto, Derek improvvisamente si fermò.

“Cosa c’è, che c’è che non va?”.

Si guardò intorno per un attimo, poi mi afferrò per il braccio. “Merda. Penso che sia qui”, sussurrò. Mi teneva il bracco così forte da farmi male.

“Seguimi.”

Corremmo giù per la strada, con Derek che non mi lasciava il braccio. Poco prima della fine della strada Derek svoltò in un vicolo, piccolo e buio.

Rimasti lì si affacciò sulla strada.

“Bene, nessuno ci ha visto.”

Lo guardai e capii immediatamente che qualcosa non andava. Derek mi guardava, e il suo sorriso rassicurante era stato sostituito con qualcosa di più…scuro. Stava ghignando.

“Sei preoccupata per il tuo stalker, eh? Questo tipo strano che stupra e uccide le ragazze. Ecco un’idea: faccio il lavoro per lui, così mi lascerà in pace. Cosa ne pensi?”.

Lo fissai, confuso. Che cosa era accaduto al ragazzo protettivo che avevo conosciuto fino a un attimo prima?

“Di che cosa stai parlando?”

Fece un passo verso di me. Feci un passo indietro. Rise.

“Sai perché ti ho portata in questo vicolo? Perché non c’è nessun posto dove scappare. E tu sei stata abbastanza stupida da credermi quando ho detto che eravamo seguiti. Sei psicopatica?”.

Il cuore mi saltò in gola. Ho cominciato a capire che avevo fatto un terribile errore. Le mie mani erano viscide e tremanti, e non potevo scappare da nessuna parte.

Derek si chinò e tirò giù la cerniera dei jeans.

“Sei fortunata. Io di solito non scopo delle pazze, ma per te? Beh, farò un’eccezione”.

Provai a reagire e, anche se completamente in preda al panico, riuscii a dargli un calcio nelle parti basse, provando a scappare. Derek urlò come un cane, ma riuscì a riafferrarmi il braccio proprio mentre stavo correndo.

“Fottuto cagna, pagherai per questo. Cazzo puttana!”.

Tirai il braccio più forte che potevo, ma con l’altra mano mi afferrò i capelli. Mi tirò indietro ma gli piantai le unghie in faccia, proprio sopra gli occhi. Lasciò i capelli col braccio e tirò fuori il coltello dalla tasca posteriore.

E poi all’improvviso si fermò tutto.

Non so come entrambi ci accorgemmo che c’era qualcosa, ma ci voltammo a guardare e c’era LEI. La ragazza bionda delle foto ci fissava intensamente. Mi guardò, e poi il suo sguardo si fissò su Derek. All’improvviso non potei più vederla, e Derek gridò:

“Che cazzo? Che cazzo? Che cazzo?”. Mi lasciò andare e si accostò alla parete del vicolo.

Per me, era scomparsa, ma qualunque cosa vide Derek fu terribile.

Urlò e si mise la mano sui suoi occhi sanguinanti. Rimasi sorpresa di capire che vedeva ancora, dopo le ferite che gli avevo inferto. Scappò nel buio della notte, e fu l’ultima volta che lo vidi. Si precipitò fuori dal vicolo, lasciandomi nel buio. Rimasi lì da sola, con un respiro pesante, e tutto il mio corpo tremava come una foglia.

BEEP BEEP BEEP.

Tirai il telefono fuori della mia borsa. Risposi lì, nel buio, ma questa volta non dissi nulla, aspettai. Sentii la voce di Tina:

“Ti avevo detto di stare lontana da lui”.

Anche se denunciai l’assalto di Derek alla polizia fu poco utile. Dopo pochi giorni venne trovato nel garage con la sua auto, morto per asfissia da gas di scarico. Un altro suicidio da aggiungere alla galleria fotografica. Mi chiedo cosa avesse visto, cosa lo avesse spinto ad una decisione così definitiva

A mente fredda capii quanto avevo sbagliato sul telefono, e su Tina. Ora sapevo perché si fosse suicidata. E perché il suo fidanzato era morto subito dopo. E perché ogni donna che aveva ricevuto questo telefono aveva sofferto come lei.

Stava solo cercando di proteggerci.”

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Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...