“Trovata una sega!”: alla ricerca delle (false) teste di Modigliani

Ho trovato una nave che salpava ed ho chiesto dove andava: nel porto delle illusioni, mi disse quel capitano. Terra terra, forse cerco una chimera. Questa sera, eterna sera“.

Livorno, di Pietro Ciampi (1971)

Io adoro Livorno. Nutro nei suoi confronti un affetto profondissimo sin dai tempi dell’università perché, proprio in quegli anni, ho avuto la fortuna di poterci andare spesso e di poterne apprezzare molti aspetti. Soprattutto adoro la gente che la abita; per la capacità, innata, che hanno in tanti laggiù, di burlarsi di ogni aspetto della vita.

In molti non sanno che una delle più grandi “bischerate” italiane è stata organizzata proprio da alcuni cittadini labronici. Come spesso accade, anche per raccontare questa storia bisogna partire da molto, molto lontano.

Modigliani a Firenze nel 1906

C’era una volta, centrotredici anni fa, un principe dai capelli neri con una camicia sblusata e un paio di stivaletti lucidati a nuovo (ancora per poco).

E’ l’estate del 1909 quando Amedeo Modigliani, residente a Parigi da tre anni, torna nella sua città natale, Livorno, per un breve soggiorno.

Con l’aiuto del fratello Giuseppe Emanuele, già personaggio di spicco della politica locale, riesce ad affittare una piccola stanza ai piani alti del Mercato delle Vettovaglie, all’angolo con Via Gherardi del Testa. Qui vi trascorre le giornate a scolpire. La pietra è la sua vera vocazione, anche se ha i polmoni seriamente compromessi per via della tubercolosi, contratta quand’era bambino.

Quando si avvicina il momento di tornare nella capitale francese, non potendo trasportare le pesanti opere in treno, chiede consiglio agli amici di sempre, quelli del Caffè Bardi, storico locale della città in puro stile liberty sito in Piazza Cavour che, purtroppo, oggi non esiste più.

Dipinto di Amedeo Modigliani

“Dove potrei metterle?” domanda. Lapidari, i compagni sentenziano “E buttale nel fosso!”. Offeso e incompreso, Amedeo non può che seguire alla lettera il consiglio e lascia ruzzolare le sculture giù per il canale, prima di rimettersi in viaggio verso Parigi. Treno che si allontana in una gigantesca nuvola di fumo nero.

Una storia romantica dal sapore dolce amaro che, ai nostalgici con tendenze masochiste come me, può risuonare come il Notturno di Chopin, peccato non convinca gli autorevoli conoscitori della storia del pittore livornese. Non convince nessuno fino all’estate del 1984, quello in cui Livorno è impaziente di celebrare il centenario della nascita del pittore in pompa magna, con un evento tanto eccezionale che nessuno dimenticherà.

Una scultura di Modigliani del 1911

In quei giorni – siamo a luglio – la città è in grande fermento. Vera Durbè, personaggio di spicco nel mondo della cultura livornese nonché conservatrice dei Musei Civici della città, ha uno strano presentimento. Come un richiamo proveniente da una forza, un’energia sovrannaturale, che le suggerisce che il Maestro sia ancora lì, imprigionato nell’oscurità degli abissi, in attesa di essere ripescato dalle acque del Fosso Reale. “Lo sento!” confida ad amici e colleghi, “È proprio qui!” dice, indicando un punto preciso del fiume più o meno all’altezza del mercato comunale.

Ma cambiamo scenario, stesse settimane. In un appartamento abbastanza modesto di Parigi, Jeanne Modigliani, unica figlia di Amedeo e Jeanne Hebutérne – artista di talento mai abbastanza riconosciuta, figuriamoci ricordata – riceve una lettera anonima che la informa che, di lì a poco, sarebbe scoppiato un patatrac a causa dell’imminente ritrovamento di alcune opere di suo padre a Livorno.

Non ci siamo: in sessantasei anni di vita, dei quali almeno dieci vissuti in città con la nonna paterna Eugenia e la zia Margherita, non si era mai sentito di persone che credessero realmente a tutte le storie che circolavano sul “babbo”. Solo speculazioni. Per di più è quarant’anni che lavora sodo allo scopo di rimettere ordine nella complicata esistenza, personale e artistica, di Modigliani. Allarmata, forte della convinzione di base che a nessun artista malato di tisi verrebbe in mente di gettar via delle sculture che avessero richiesto tanta fatica, solo per aver incontrato la disapprovazione di qualche amico sbronzo, decide di tornare in Italia per evitare l’irreparabile.

Ma non fa in tempo: il 27 luglio scivola su uno dei quattro scalini che portano dalla cucina al salotto del suo appartamento, battendo violentemente la testa. Ritrovata dopo diverse ore, muore in ospedale senza aver mai ripreso conoscenza e viene sepolta, in fretta e furia, al cimitero di Père-Lachaise, poco distante dalla tomba dei suoi genitori. Campo che si restringe. Nero. Fine.

Siamo di nuovo Livorno. In quegli stessi giorni, la Durbè si trova sopra un’ascensore verso il paradiso: lo sente, le tanto sospirate sculture di Modì stanno finalmente per risorgere dalle acque. Come il vampiro Lestat che, dopo essere stato avvelenato col laudano, poi sgozzato e dissanguato, miracolosamente risale, tipo cucciolo di alligatore, dal torpore del Mississispi in cerca di vendetta. La draga lavora senza sosta tirando su qualsiasi cosa, dalle carrozzine per bambini – alcune, bisogna ammetterlo, davvero vintage – a pezzi di automobili. Il tutto condito da un’abbondante quantità di fango nero e melmoso, che male non ci sta. Ora dopo ora indaga meticolosamente, e Livorno, l’Italia, attende. La suggestione dilaga e la stampa mondiale si interessa della faccenda, in trepida attesa. Dopo una settimana di ricerche il 24 luglio emerge qualcosa: una testa in pietra somigliante, nello stile e nel soggetto, alle sculture giovanili di Modigliani.

Nemmeno il tempo di essere battezzata con il nome “Modì 1” che, nel pomeriggio, viene pescata una seconda testa, “Modì 2”. La città è in visibilio. La leggenda delle opere offese dell’artista è diventata realtà, e la notizia fa il giro del mondo. Un successo, neanche a dirlo, per la città, per la giunta comunale e per l’irriducibile Vera Durbè che tanto si era battuta contro tutto e tutti e che, finalmente, era riuscita a dare credito a una storia ormai dimenticata. Quello che purtroppo la donna non aveva considerato è che l’occasione fa l’uomo ladro, soprattutto a Livorno. E che il contesto generale aveva creato il pretesto ideale per architettare la burla del secolo.

Appartamento di Livorno, poco distante da dove i fatti si stanno svolgendo. Ci vive uno studente universitario in pausa dagli esami che si chiama Pietro Luridiana e siamo a poche ore dall’agognato ritrovamento. Assai divertito dallo slogan “Trovata una sega!” che echeggia ormai per le strade della città, il ragazzo propone a due amici di realizzare una scultura in “Modì Style” e gettarla nel fosso per vedere che succede. Avrebbero scolpito alla bene e meglio una pietra qualunque, purché fosse sufficientemente morbida, con uno strumento di uso comune: un trapano Black & Decker. L’avrebbero poi lanciata nel punto esatto in cui la draga stava effettuando le ricerche. Sai che ridere? L’impresa richiede poco più di un pomeriggio.

Il giorno successivo, quando la prima testa viene ritrovata, i tre non possono credere ai loro occhi: “Modì 1″ non è la loro testa!

Atos, Portos e Aramis non sapevano che anche un altro ragazzo – Angelo Froglia, pittore e scultore che apprezza assai l’arte ma disprezza di più la critica – aveva avuto la stessa idea geniale (lo avete notato che in questa storia nessuno sa dell’altro che non sa?). Così qualche ora dopo vengono ripescate anche “Modì 2” e “Modì 3” e sono tutti contenti. La più contenta però è Vera Durbè. Già anziana e acciaccata, è così eccitata da tutta la situazione che, durante il primo ritrovamento, la devono tenere in tre altrimenti casca pure lei nel fosso. I grandi maestri della critica italiana sono unanimi nel ritenere le sculture autentiche: da Cesare Brandi che sul Corriere della Sera scrive: “Ho visto quelle teste, sono di Modigliani (…) in quelle scabre pietre c’è l’annuncio, c’è la presenza!” a Enzo Carli: “Modigliani non ha tradito la materia”. Carlo Giulio Argan le vede solo in foto e, fortunatamente, non si sbilancia: “Con riserva giudico attendibile la tesi dell’autenticità, anche se non sono dei capolavori.” Le teste infatti sono bruttarelle proprio come, leggenda vuole, avevano sentenziato gli amici del caffè Bardi, ma a Livorno è comunque il Carnevale di Rio. Una festa che, però, non dura il tempo di digerire un cacciucco.

Dopo meno di un mese, increduli davanti a una situazione tanto paradossale, schiacciati dalla pressione, i ragazzi escono tutti allo scoperto. I tre studenti finiscono a scolpire un prototipo di Testa di Cariatide in tv e il Froglia vive i suoi dieci minuti di celebrità, portando avanti con orgoglio la tesi della performance dal significato estetico e sociale.

Testa di Cariatide, opera di Amedeo Modigliani, Museo Bilotti. Fotografia di Vittorio martire via Wikipedia CC BY-SA 4.0

Come ne siano usciti i fratelli Vera e Dario Durbè (anch’egli nel settore, soprintendente alla Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma) e i massimi esperti del tempo, beh, lo si può immaginare.

Morale della favola, niente e nessuno è mai quello che sembra: lo scandalo delle false teste di Modì è la più grande figura barbina del mondo della critica contemporanea.

Sono passati trentotto anni, e questa storia i livornesi ancora se la ricordano, anche se il resto del paese, del mondo, sembra averla dimenticata. Ma rappresenta uno spunto di riflessione interessante che va a scoperchiare un vaso di pandora, quello della conoscenza “certificata” in fatto di opere d’arte – quindi anche del potere di poterla esercitare – che è sempre più nelle mani di pochissimi eletti. Una questione che getta una nuova luce sul mondo dei falsi e sugli studiosi/ricercatori d’alto profilo; sugli interessi, profumatissimi, che si celano dietro a tanti capolavori o presunti tali esposti in giro per il mondo.

Perché proprio Amedeo Modigliani, che intanto da lassù se la ride e se la beve, in tempi recentissimi è stato vittima di un’altra burla, stavolta meglio organizzata e molto più “raffinata”. E’ successo a Genova ma questa, come si dice, è un’altra storia. O forse è sempre la stessa che è destinata a ripetersi ancora e ancora…
“Ho trovato una nave che salpava, ed ho chiesto dove andava: nel porto delle illusioni, mi disse quel capitano. Terra terra, forse cerco una chimera. Questa sera, eterna sera”.

Sotto, un video del Corriere di Livorno che mostra le teste e la draga in azione:

Daria Cadalt

Genova • Napoli

Laureata in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo all’ ABA di Brera, è designer, handcraft maker e grafico per l’editoria. “Creo amuleti magici, bambole di pezza e mondi paralleli. Credo nella reincarnazione: ho vissuto in almeno quattro epoche prima di approdare qui. Dai miei viaggi nel tempo estraggo nettare di primissima qualità.”