Non è trascorso ancora un mese da quel 15 aprile, quando gli occhi increduli di tutto il mondo erano puntati sul fuoco che stava mandando in cenere la Cattedrale di Notre Dame, a Parigi. Prima di essere domato, l’incendio ha provocato la totale distruzione del tetto, e della flèche, la famosa guglia che era un rifacimento di epoca ottocentesca.

Nel giro di tre settimane, lo studio di architettura Vincent Callebaut Architectures, con sede a Parigi, ha presentato un progetto di ristrutturazione della Cattedrale che si potrebbe definire forse visionario, ma che in realtà rispecchia la filosofia di vita e lavoro dell’architetto “conosciuto per le sue ecovisioni che superano l’immaginazione umana e i progetti che sostengono la sostenibilità”.

Anche per la ricostruzione di un edificio-simbolo della storia di Parigi, sia civile sia sacra,  come è Notre-Dame, Vincent Callebaut e i suoi collaboratori hanno studiato un progetto in linea con la filosofia dello Studio, ispirato alla biomimetica (un’etica comune per un rapporto simbiotico più giusto tra l’uomo e la natura), ma al tempo stesso “trascendente”, che non sia una mera riproduzione del passato, ma qualcosa in grado di “proiettarci verso un futuro desiderabile, trasmettendo al mondo la sete di trascendenza che spinge gli esseri umani”.

Non a caso il progetto si chiama Palingenesis, dal greco παλιγγενεσία: rinascita/rigenerazione. Il nuovo tetto, che s’innalza verso il cielo diventando un tutt’uno con la guglia, “mira ad assimilare la venerabile navata di pietra, a mimetizzarsi in modo naturale come un innesto vegetale”.

Rispettando l’architettura originale, il soffitto rimane alto dieci metri, con i tetti inclinati a 55 gradi, che gradualmente si innalzano a ricreare la guglia verticale, secondo un disegno armonioso e leggero:

“La nuova architettura della guglia, come un sudario sollevato dalla chiave di volta della traversata del transetto, evoca la rinascita ma anche il mistero della cattedrale e la risurrezione di Cristo. E sotto il sudario emergono vita e rinnovamento. Notre-Dame abbaglia di nuovo il mondo mentre amplifica il suo messaggio universale di pace e la sua aspirazione spirituale.” 

Il gallo che stava in cima alla flèche originale, e fortunatamente ritrovato tra le macerie, tornerà a tenere sott’occhio il cielo di Parigi, di nuovo in cima alla guglia, come un “parafulmine spirituale”.

Il nuovo tetto della Cattedrale è pensato come un “innesto” di energia positiva, che possa produrre “tutta l’elettricità, il calore e la ventilazione passiva” necessarie all’edificio, grazie ai cristalli che assorbendo la luce la trasformano in energia. L’innovativo progetto trasformerebbe la cattedrale in “una struttura di eco-ingegneria esemplare”.

Ma non solo, a dare anima e vita alla nuova chiesa c’è un giardino che invita alla contemplazione e alla meditazione, con un valore aggiunto: lo spazio potrebbe essere coltivato per “nutrire” materialmente (e non solo spiritualmente) le persone in stato di difficoltà. Una fattoria urbana nel cuore più alto della Cattedrale, in grado di produrre fino a 21 tonnellate di frutta e verdura all’anno.

Palingenesi quindi, un’idea forse visionaria, ma al passo con i nuovi tempi e le nuove esigenze ambientali. D’altronde, la Cattedrale di Parigi è il risultato di molti stili diversi, che si sono sovrapposti attraverso i secoli, e un nuovo progetto che tenga conto, “senza dimenticare la bellezza e l’elevazione spirituale”, di nuovi valori legati alla protezione ambientale, alla sostenibilità e alla inclusività sociale, non può che essere la naturale continuazione della storia architettonica di Notre-Dame.

Come scrisse Victor Hugo in Notre-Dame de Paris (libro 3°) nel 1831, a proposito della Cattedrale : “Ogni flusso del tempo porta con sé il suo deposito alluvionale, ogni razza innalza, depone il proprio strato sul monumento, ogni individuo vi aggiunge una pietra. Così fanno i castori, così fanno le api, così fanno gli uomini.”

 
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Fonte immagini: Vincent Callebaut Architectures.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.