“Signori si nasce e io lo nacqui, modestamente!”

Così si potrebbe esordire parlando di Totò, il comico per eccellenza, simbolo di Napoli, che ormai lo ha consacrato a “principe della risata”, a rappresentazione del “cuore” allegro e al tempo stesso malinconico della città.

Totò negli anni ’20

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commeno Porfirogenito Gegliardi de Curtis di Bisanzio (in breve Antonio de Curtis), in arte Totò, nasce a Napoli il 15 febbraio del 1898 nel Rione Sanità (luogo considerato il centro della “guapperia” napoletana) da una relazione clandestina tra Anna Clemente e il marchese Giuseppe De Curtis, il quale inizialmente non vuole riconoscerlo. Totò risulta a lungo come “Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente e di N.N.”

Anna Clemente, madre di Totò

Il marchese Giuseppe De Curtis, padre di Totò

Bambino di indole solitaria e malinconica, fin da piccolo mostra una spiccata vocazione artistica e pochissima voglia di studiare. Viene retrocesso dalla quarta alla terza elementare, ma questo non gli crea particolari problemi; in classe si esibisce già con piccole interpretazioni, molto apprezzate dai compagni, caratterizzate da smorfie e battute.

Sua madre cerca in ogni modo di avviarlo alla carriera da sacerdote affermando spesso: “Meglio ‘nu figlio prevete ca ’nu figlio artista”. Ma non aveva fatto i conti con la passione di Totò per la recitazione, che stava via via prendendo sempre più forma.

Totò passa spesso le proprie giornate osservando di nascosto i tipi più eccentrici che incontra, imitandone gesti e movimenti. Questo suo “studio” lo aiuterà molto in futuro nell’interpretazione di alcuni personaggi.

Totò a otto anni d’età

Terminate le elementari, la madre lo spedisce al collegio Cimino per avviarlo alla tanto sospirata carriera da sacerdote, ottenendo però scarsi risultati. Qui l’artista rimedia quello che diverrà in futuro il volto caratterizzante della figura di Totò. Uno dei precettori, pare per sfida o banale incidente, gli sferra un pugno sul viso, colpendogli mento e naso. Totò ancora non lo sa, ma questo pugno gli conferirà la caratteristica fisionomia che diverrà parte della sua “maschera”: naso un po’ storto e mento sghembo.

Totò negli anni ’60

“Clement” nome d’arte

Conclusa la parentesi del collegio, Totò comincia a frequentare teatrini e ad esibirsi come  “macchietta”. Servendosi della mimica facciale, inserisce nel proprio repertorio anche imitazioni di gustose scenette dell’allora famoso Gustavo De Marco (grande interprete napoletano dal quale trae ispirazione proprio per le caratteristiche smorfie e le movenze da “burattino”).

Totò nel 1930

Si esibisce sotto lo pseudonimo di “Clement” e ottiene i primi apprezzamenti dal pubblico ma, vista la paga da fame, non riesce ancora a racimolare un salario decente. In questi teatri conosce anche Eduardo e Peppino de Filippo, e i musicisti Cesare Andrea Bixio e Aramando Fragna.

“Siamo uomini o caporali?”: il retroscena di uno delle battute più famose

Sono anche gli anni della prima guerra mondiale e Totò si arruola volontario nel Regio Esercito, dove verrà assegnato alla 22° Reggimento. Qui, un avvenimento lo terrorizza al punto da fargli venire (o fingere?) un attacco epilettico.

Totò durante il servizio militare – 1918

Totò viene destinato al fronte francese. Alla stazione di Alessandria il suo comandante, armandolo di coltello, lo mette in guardia: sul treno dovrà condividere lo scompartimento con un reparto di marocchini dalle strane quanto temute abitudini sessuali. A quel punto Totò, preso dal terrore, viene colto da un attacco epilettico e trasferito nell’ospedale militare. Nel periodo di convalescenza subisce soprusi da parte di un graduato (un caporale appunto), che tronfio del suo grado e prepotente nell’esercitarlo non manca meschine sgarberie. Tutto questo lo segna nel profondo; nasce così quel modo di dire ormai proverbiale: “Siamo uomini o caporali?”.

Il varietà, la vera strada da seguire

Il servizio militare non fa per lui; tenta la strada della marina militare ma, anche in questo caso, la rigida disciplina non porta a buoni risultati. Totò non demorde, vuole recitare ed esibirsi. Trova spunti utili per il proprio repertorio anche dalle situazioni più serie, come i potenti che approfittano della propria posizione agiata. Studia i loro modi di fare in ogni particolare, e la continua ricerca diviene il carburante per le sue interpretazioni. Si esibisce anche nella macchietta de “il Bel Ciccillo” (riproposto anche nel film Yvonne la Nuit del 1949). Il pubblico apprezza e lo applaude, ma Totò non è ancora soddisfatto, vuole esibirsi in teatri più grandi.

Le “passerelle” chiudevano gli spettacoli di varietà

Negli anni Venti, Giuseppe de Curtis finalmente lo riconosce come figlio e ne sposa la madre, costruendo una volta per tutta una famiglia. Si trasferiscono a Roma e qui Totò trova impiego come “straordinario” nella compagnia di Umberto Capece; in quel periodo, gli “straordinari” sono attori dilettanti, negligenti o scadenti, impiegati come tappabuchi delle attese a teatro e, purtroppo, non pagati!

I genitori disapprovano tale decisione e la osteggiano con tutte le loro forze. Tuttavia Antonio, seppur senza nemmeno i soldi per il biglietto del tram, è deciso a continuare su questa strada. Vista la stagione fredda, un giorno l’artista chiede a Giuseppe Capece qualche moneta per prendere il tram. Quest’ultimo gliela nega in malo modo, lo licenzia immediatamente e sostituisce Totò con un altro “straordinario”. Questo episodio lascerà nell’artista una grande delusione e il cuore gonfio di tristezza.

Totò nelle vesti di Pinocchio – 1952

Dopo un periodo di disoccupazione ecco l’illuminazione: il varietà. Totò sente che questa possa essere la soluzione di tutto. Gli viene l’idea di presentarsi al capocomico Francesco De Marco (famoso per le sue stravaganti esibizioni in teatro) ma, all’ultimo minuto, si tira indietro per insicurezza. Una volta pronto, tenta il suo repertorio al Teatro Ambra Jovinelli, alla presenza del titolare Giuseppe Jovinelli, uomo piuttosto rude nei modi, che aveva affrontato a muso duro anche un piccolo malavitoso locale, guadagnandosi il rispetto di tutti. Nonostante la grandissima emozione, il provino va inaspettatamente bene. Totò viene assunto con un contratto regolare e remunerato. Inizia finalmente a lavorare.

Il Teatro Ambra Jovinelli

Totò rinnova il suo poverissimo guardaroba, si acconcia capelli e basette alla Rodolfo Valentino. Il pubblico ride, si diverte, applaude, lo ama! Qui gli viene anche affibbiato il termine “sciupafemmine”: Totò affascina, attira come le api sul miele tante donne e tutte del mondo dello spettacolo. Pare già di sentirlo dire: “…bazzecole, quisquilie, pinzellacchere!”

Totò e il dramma della gelosia

Il successo porta soddisfazione ma, seppur tanto desiderato, alla fine non è che un attimo che scorre via. Nonostante relazioni fugaci, Totò è insoddisfatto. Il cuore esige amore, uno vero, non una scappatella e via.

Arriva a far breccia Liliana Castagnola, che ha fama di aver indotto a duello due marinai e (a seguito di questo episodio) di essere stata cacciata dalla Francia. La donna, giunta a Napoli, si fa notare subito. Totò l’ha già vista in alcune foto, spesso provocanti, e ha già perso la testa per lei. La corteggia in modo spudorato. Dopo un primo periodo di passione però, il loro rapporto comincia a incrinarsi a causa della gelosia di lui.

Liliana Castagnola

Nascono diversi litigi poiché Totò non sopporta i corteggiamenti degli altri uomini durante le sue tournée. I pettegolezzi che li coinvolgono fanno cadere Liliana in una profonda depressione; la donna sviluppa inoltre un morboso attaccamento nei confronti di Totò, circostanza che non fa altro che logorare ancor di più la loro già instabile relazione. Liliana prende un’ultima, tragica, decisione: si uccide in una stanza d’albergo ingerendo un intero tubetto di sonniferi. È Totò a ritrovarne il corpo. Accanto a lei l’ultima lettera di addio:

“Antonio, potrai dare a mia sorella Gina tutta la roba che lascio in questa pensione. Meglio che se la goda lei, anziché chi mai mi ha voluto bene. Perché non sei venuto a salutarmi per l’ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so. In questo momento mi trema la mano… Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno… Te lo prometto. Avevo giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E, ora, mentre scrivo, un gatto nero, giù per strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero? …Addio. Lilia tua”.

Totò rimane enormemente sconvolto; si sentirà responsabile dell’accaduto per il resto della vita. Decide di seppellirla nella cappella di famiglia a Napoli e durante il funerale dichiara che, qualora dovesse avere una figlia, la chiamerà Liliana (non dandole quindi il nome della madre, come era in voga fare all’epoca). Totò tiene fede alla promessa: darà a sua figlia proprio il nome Liliana.

Anni d’oro e di cinema

Le esibizioni a teatro e i ruoli interpretati sono innumerevoli; i film lo consacrano definitivamente alla carriera d’attore. Il più delle volte senza un copione impostato, crea personaggi buffi, giocosi, grotteschi, deformazioni linguistiche o del tutto inventate che diventano battute eccezionali, il tutto caratterizzato da una straordinaria mimica facciale e permeato da intelligente intrattenimento.

Totò e Aldo Fabrizi in “Guardie e Ladri”

Durante una tournée a Firenze conosce Diana Rogliani, la donna che diverrà sua compagna e madre di Liliana. Superati i dubbi iniziali causati dalla giovane età di Diana (la ragazza all’epoca ha 16 anni), Totò si abbandona a questo nuovo amore. Successivamente, conoscerà Franca Faldini, sua compagna fino alla morte di lui, con cui girerà alcuni film che non otterranno il successo sperato.

Totò e Franca Fialdini

Nel 1938, a seguito del distacco della retina, Totò perde la vista all’occhio sinistro. Solo i familiari sono a conoscenza dell’accaduto e, comunque, l’attore continua a lavorare. Nonostante il grandissimo impegno, Totò a un certo punto è costretto a fermarsi. Anche la sua seconda relazione amorosa giunge al capolinea, sempre a causa della gelosia. Il matrimonio viene sciolto all’estero, in Ungheria, poiché in Italia ancora non esiste la legge sul divorzio.

Durante la sua vita, Totò compie diversi gesti di grande generosità verso orfani e poveri,  spesso si fa carico di richieste di aiuto e sostegno; paga persino un intervento ad una bambina con problemi di deambulazione e si preoccupa anche dei cani randagi.

Totò con Franca Fialdini, nel canile da loro acquistato

Il principe della risata se ne va

Quanto si sbagliava Totò, temendo di chiudere in fallimento, di non esser stato all’altezza delle innumerevoli strade del teatro e, soprattutto, che nessuno si sarebbe ricordato di lui…

Muore nella sua casa di Roma in Via dei Monti Parioli 4, alle 3:35 del mattino (orario in cui era solito coricarsi). È il 15 aprile del 1967, Totò ha 69 anni e viene stroncato da un infarto dopo una lunga agonia. Nonostante non avesse mai chiesto aiuto, nemmeno ai familiari, Totò soffriva molto. La sera precedente, Antonio de Curtis dice al suo autista, Carlo Cafiero, testuali parole:

“Cafiè, non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza”.

Le ultime parole, secondo la figlia Liliana, sono state: “Ricordatevi che sono cattolico apostolo romano”; secondo Franca Faldini, invece: “T’aggio voluto bene Franca, proprio assai”.

La morte di Totò sconvolge tutti: non si svolge un solo funerale per il principe, ma addirittura tre. Il primo ha luogo nella capitale, dove, oltre alla consueta presenza di celebrità, c’è anche una fiumana di persone a piangerlo; sul feretro si posa la sua consueta bombetta.

Il feretro con la popolare bombetta

Il secondo si svolge a Napoli e la città si ferma, letteralmente! Una folla di gente accorre per piangere il suo principe; la calca è talmente tanta che l’auto che trasporta la salma impiega ben due ore per arrivare alla chiesa del Carmine Maggiore, dove si svolge la cerimonia religiosa.

Il funerale di Totò a Napoli

Infine, il terzo rito funebre, voluto da un capo guappo del Rione Sanità, pochi giorni dopo il funerale di Totò. Nonostante la bara sia vuota (gesto teatrale di normale guapperia), all’evento partecipa un numero davvero vasto di persone.

Con Totò, morì un pezzo della comicità e del cuore di una città che ancor oggi lo ricorda con grande ammirazione.

Totò nel 1937, in una scena del suo primo film (Fermi con le mani)

Per concludere, un ultimo pensiero di colui che ha strappato a tutti tante risate ma che, qui, ha il sapore di un’amara verità:

“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però, per venir riconosciuti in qualcosa, bisogna morire”.

Targa commemorativa dedicata a Totò dalla Città di Napoli

Immagine di Il Sistemone via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

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Valeria Colle

Nata a Napoli, è una grande appassionata di Storia e Arte.