Tomás de Torquemada: il Martello degli Eretici

Parli di inquisizione, e il primo nome che viene alla mente è quello di Tomás de Torquemada, tristemente famoso per la sua fanatica intolleranza religiosa. E un motivo c’è: la sua figura è diventata, nel tempo, quasi la personificazione della famigerata inquisizione spagnola, responsabile della persecuzione e uccisione di migliaia di persone, tra ebrei, musulmani e quelli che venivano considerati eretici.

La prima minoranza religiosa ad essere presa di mira è quella dei conversos, ebrei convertiti al cristianesimo, chiamati spregiativamente marrani, ovvero maiali. C’è, in questo, qualcosa di paradossale, visto che Torquemada stesso discende da una famiglia di conversos, come scrive il cronista reale dell’epoca: “I suoi nonni provenivano dalla stirpe degli ebrei convertiti alla nostra santa fede cattolica”. In realtà, è solo all’apparenza una contraddizione, che peraltro riguarda almeno altri due fanatici inquisitori dell’epoca di origine ebrea. Lo storico Joseph Pérez spiega che “l’antigiudaismo militante di alcuni convertiti era dovuto al loro desiderio di distinguersi dai falsi cristiani denunciando severamente i loro errori”.

Nonostante la sua fama successiva, parlare di Torquemada non è cosa semplice, per almeno due motivi: della sua vita personale si sa davvero poco, mentre quello che si racconta di lui come inquisitore fanatico e intransigente deve essere filtrato da tutto ciò che si è stratificato, nel corso dei secoli, a sostegno della cosiddetta “leggenda nera dell’inquisizione spagnola”. Di questo argomento, su cui non c’è un completo accordo tra gli storici, parleremo a fine video.

Origini e nascita di Tomás de Torquemada

Dei primi anni di vita del piccolo Tomás non si sa quasi nulla, se non che nasce in una famiglia di ebrei convertiti al cristianesimo da almeno due generazioni. La sua data di nascita è sconosciuta, così come il luogo, ma si sa per certo che trascorre l’infanzia a Valladolid, dove lo zio Juan de Torquemada è priore del convento dei frati domenicani. Proprio lo zio – teologo tra i più eminenti della sua epoca, poi diventato cardinale – avrà grande influenza nell’educazione di Tomás, che segue le sue orme ed entra nel suo stesso convento. I “frati predicatori”, comunemente detti domenicani dal nome del fondatore del loro Ordine, Domenico di Guzmán, hanno come missione originaria la lotta alle eresie, e per questo l’Inquisizione viene affidata in prevalenza a loro. Tanto che il termine domenicani viene inteso, per assonanza, come “Domini canes”, ovvero “i cani del Signore”, fedeli difensori della Chiesa contro le eresie. Ed è proprio questo il ruolo che Torquemada mostra di prediligere.

La carriera ecclesiastica

Dopo aver probabilmente studiato all’università di Salamanca, Tomás diventa priore del convento di Santa Cruz la Real, nella città di Segovia. In questo ruolo ha modo di conoscere la futura regina Isabella, che lo sceglie come suo confessore e consigliere. Nel 1469 la diciottenne principessa castigliana sposa il quasi coetaneo Ferdinando II d’Aragona; la coppia reale sarà poi conosciuta con il nome di  Los Reyes Catolicos, i Re cattolici. I due sovrani pregano papa Sisto IV di nominare nel gruppo dei confessori reali anche Torquemada, “per la sua prudenza, rettitudine e santità”. Al di là di questo ruolo che diventa secondario, il frate mostra grande zelo come consigliere politico. In un Memoriale, esorta la regina ad esercitare un severo controllo sui funzionari del territorio; a trovare rimedio per il gran numero di “blasfemi, stregoni e indovini” che infestano tutto il paese; a confinare gli ebrei nei loro quartieri, che devono restare chiusi di notte per evitare scontri con i cristiani. Corre l’anno 1480, e questi non sono che i prodromi di ciò che avverrà dodici anni dopo: la cacciata degli ebrei dalla Spagna.

Le basi del futuro Regno di Spagna andavano formandosi proprio in quegli anni, grazie al matrimonio che unisce le due corone di Castiglia e d’Aragona, e alla Reconquista dei territori spagnoli ancora occupati dai saraceni. Torquemada convince i sovrani della necessità di dare allo stato nascente delle solide basi di unità politica, geografica e religiosa, garantite dalla presenza di una sola corona, un solo regno, e una sola religione, che può essere unicamente quella cattolica. La lotta alle eresie è quindi una priorità assoluta, e l’Inquisizione lo strumento da usare per vincerla.

Il contesto storico

Siamo alla fine del 1300 e in Spagna, ormai da secoli, convivono cristiani, musulmani ed ebrei. Poi, negli anni dal 1391 fino al 1492 si assiste a una persecuzione degli ebrei, da parte cristiana, che è imparagonabile a qualsiasi altra, almeno fino all’avvento del nazismo. I regni dei mori – che erano tolleranti in questioni religiose – sono quasi tutti caduti, mentre la peste nera è un flagello di cui vengono incolpati gli ebrei. In tutto il paese ci sono frati predicatori che incitano all’odio contro “gli assassini di Gesù”. Uno dei più accaniti è l’arcidiacono di Écija, Ferrand Martinez, considerato il maggior responsabile delle violentissime rivolte antisemite del 1391. Martinez incita i cristiani alla distruzione delle sinagoghe e dei libri ebraici, promettendo la salvezza eterna. Il 6 giugno, a Siviglia, una folla inferocita distrugge le case degli ebrei e ne uccide circa 4000. Nei tre mesi successivi le violenze antisemite dilagano in almeno altre 70 tra città e paesi, portando il numero di vittime a circa 50.000 persone. Questa stima è oggi considerata esagerata e non attendibile, e tuttavia fornisce il metro di ciò che deve essere avvenuto in quei mesi. Il 1391 segna la fine della tolleranza religiosa in Spagna, perché migliaia di ebrei, per non essere sterminati, sono costretti a convertirsi al cristianesimo, attraverso il sacramento del battesimo. Nasce così il problema del cripto-ebraismo, ovvero dei conversos che continuano segretamente a seguire la loro religione. Saranno loro ad essere perseguitati in quanto eretici, perché l’inquisizione può agire solo contro le persone di fede cristiana. Gli ebrei e i musulmani non convertiti  non possono subire alcun processo legato alla proprio religione, ed è per questo che vengono poi eliminati in un altro modo, cacciandoli dalla Spagna. Un provvedimento, questo, dove l’influenza di Torquemada è decisiva.

Il primo inquisitore generale

Il tribunale dell’inquisizione spagnola viene istituito nel 1478, e si differenzia da quello di epoca medioevale per un motivo ben preciso: a malincuore, papa Sisto IV ne lascia il controllo ai Re Cattolici, che vogliono raggiungere quel risultato di unità religiosa del paese tanto voluto da Torquemada. La minaccia più grande è rappresentata dai falsi convertiti, assai numerosi. Il tribunale, che all’inizio si occupa solo della diocesi di Siviglia e Cordoba, all’inizio non è spietato e solo nel 1481 si assiste alla condanna a morte di sei conversos ricaduti nell’eresia. Insomma, i risultati raggiunti dall’inquisizione non sono quelli sperati da Ferdinando e Isabella che, nel 1483, affidano a Torquemada l’incarico di Inquisitore Generale di Castiglia. D’altronde lui è confessore e consigliere dei sovrani, e per di più appartiene all’ordine dei domenicani che, come abbiamo visto, è in prima linea nella lotta alle eresie. Ed è anche nipote del cardinale Juan de Torquemada, insignito del titolo di “difensore della fede”, che attribuisce agli eretici il potere di corrompere e destabilizzare la fede cristiana, come insegna Tommaso d’Aquino.

Il nuovo inquisitore generale, che presto allarga il suo potere anche in Aragona, si butta a capofitto nell’impresa: si avvale di molti collaboratori, apre un gran numero di tribunali in tutto il paese e nei territori sottomessi alla corona, come Sicilia e Sardegna, e addirittura nelle colonie appena fondate nel Nuovo Mondo. Per gestire una macchina così complessa detta regole ben precise, le Istructiones, che devono essere seguite da tutti i suoi collaboratori. Oltre alle eresie e apostasie, il santo tribunale è autorizzato a giudicare i reati di stregoneria, sodomia, poligamia, blasfemia, usura e altri ancora. Frate Tomás, definito da un cronista dell’epoca come “martello degli eretici, luce della Spagna, salvatore della sua patria, onore del suo ordine”, inaugura la più lunga stagione di persecuzione di ebrei e musulmani convertiti, che prosegue anche dopo la sua morte, almeno fino al 1530.

Le prime Istructiones di Torquemada forniscono un quadro chiaro del modo di operare dell’inquisizione: gli eretici che entro 30 giorni dalla data di emissione si autodenunciano vengono solo multati e non subiscono la confisca dei beni, ma sono costretti a confessare in pubblico il proprio errore, nei famigerati autodafé. Quando però il pentimento è simulato, il disgraziato viene consegnato al braccio secolare per l’esecuzione della condanna a morte, sul rogo. Condanna che arriva quando l’imputato confessa anche dopo più sessioni di tortura, oppure in seguito a testimonianze che non vengono rese note al malcapitato, che dunque non sa nemmeno da cosa deve difendersi.

Il Santo Niño di La Guardia

L’episodio più controverso di tutta la carriera di Torquemada riguarda un presunto omicidio rituale avvenuto intorno al 1490, riportato come il caso del Santo Niño de La Guardia. La storia che precede il processo è simile a quella di molti episodi analoghi avvenuti in tutta Europa: ebrei accusati di aver ucciso un bambino cristiano durante la settimana santa. Sono le cosiddette “accuse del sangue”, che vedono gli ebrei protagonisti di rituali compiuti il venerdì santo per rievocare con spregio la morte di Gesù. Si pensava che i bambini fossero torturati e poi uccisi sulla croce, anche allo scopo di raccogliere il loro sangue, poi usato per scopi magici.

E qui si potrebbe aprire una parentesi, che risulterebbe troppo lunga, sui miti globali che riguardano il sacrificio dei bambini. E’ sufficiente osservare come questi miti attraversino il tempo e lo spazio, partendo dal racconto del dio Crono che mangia i suoi figli, attraverso quello di Erode che fa strage di innocenti per uccidere proprio il Messia, per finire con l’onnipresente figura del temutissimo Uomo Nero, che sorprende i bambini durante la notte. Miti trasformati in incubi, che a loro volta si trasformano in realtà, come le “accuse del sangue”, responsabili di tante condanne a morte del tutto ingiustificate.

Il caso in questione, più di altri, è davvero incredibile, perché l’accusa e la successiva condanna si basano sul nulla: non solo non c’è un cadavere, ma non risulta scomparso alcun bambino, tanto è vero che la vittima viene indicata come “il santo bambino di La Guardia”, che è la località del presunto omicidio. Tutto inizia con il ritrovamento di un’ostia nella bisaccia di un pellegrino, un converso, che tornava da Santiago de Compostela. Dopo aver avocato il processo, gli inquisitori riescono ad ottenere una confessione su una presunta congiura anti-cristiana, nella quale sono coinvolte 12 persone, che avrebbe dovuto addirittura portare alla sconfitta della cristianità: tutto questo grazie all’uso dell’ostia e del sangue del bambino. Il processo dura quasi un anno. Nonostante la discordanza delle confessioni ottenute dopo mesi e mesi di tortura, e la mancanza di qualsiasi prova, gli accusati finiscono sul rogo, il 16 dicembre del 1491. Tre di loro erano già morti, ma un fantoccio viene bruciato al loro posto; agli ebrei convinti viene riservata la tortura con le tenaglie roventi e la vivi-combustione, mentre i conversos ottengono clemenza: sono garrotati primi di essere arsi dalle fiamme. La stragrande maggioranza degli storici ritiene il caso del Santo Bambino di La Guardia una montatura, funzionale all’imminente decreto  di espulsione degli ebrei, fortemente voluto da Torquemada. Tutto il processo si è svolto evidenziando la cattiva influenza degli ebrei sui conversos; viene così dimostrata la necessità di cacciare i giudei dalla Spagna.

Il decreto di espulsione degli ebrei

Nel gennaio del 1492 cade Granada, l’ultimo sultanato di Spagna, e la Reconquista è conclusa. Il 31 marzo di quello stesso anno viene pubblicato, proprio a Granada, l’ordine di espulsione degli ebrei, noto come decreto dell’Alhambra. Un provvedimento preso in precedenza da diversi stati europei come Francia, Gran Bretagna e altri, ma che in Spagna era sempre stato evitato. Perché in realtà, nonostante gli episodi di violenza già citati, gli ebrei di Spagna, specie in Castiglia, ricoprono spesso incarichi importanti nell’amministrazione statale e in ambito finanziario.

Uno di questi è Isaac Abrabanel, al servizio dei Re Cattolici come responsabile degli approvvigionamenti dell’esercito. La questione assai più importante è però un’altra: l’uomo ha anticipato ai sovrani molto denaro per concludere la guerra contro i Mori di Granada. Ferdinando ha quindi un debito di riconoscenza verso quell’ebreo che lo ha tanto aiutato, e un po’ nicchia quando Torquemada propone il decreto di espulsione.

La delibera intima a tutti gli ebrei non convertiti di lasciare il paese entro il 31 luglio, ma non solo: gli esuli non possono portare via né oro, né argento, né denaro. Abrabanel, sconvolto da quella decisione, chiede ai sovrani di revocare l’editto, dietro pagamento di una grossa somma di denaro. Quello che accade in seguito ha i contorni della leggenda: Ferdinando sembra voler cedere a quella richiesta, ma Torquemada si presenta al suo cospetto e getta un crocefisso ai suoi piedi, mentre con fare sprezzante dice: “Giuda vendette Nostro Signore per trenta denari d’argento; Sua Maestà sta per venderlo di nuovo per trentamila”.

Si tratta di un aneddoto quasi certamente falso, che tuttavia descrive alla perfezione il carattere del frate, passato alla storia come uomo rigoroso, austero e incorruttibile, tutte qualità che, portate all’estremo, lo hanno condotto al fanatismo religioso. Si stima che l’espulsione abbia riguardato dalle 50.000 alle 80.000 persone, ma il numero è difficile da definire, anche perché col tempo molti ebrei riescono a rientrare in Spagna. Occorre aspettare molti secoli per la revoca ufficiale di quel decreto, che arriva solo nel 1967.

Le estreme conseguenze

Torquemada perseguita non solo i cripto-ebrei e i mori falsamente convertiti, ma anche chiunque esprima opinioni solo vagamente non conformi alla dottrina, talvolta in base ad accuse lanciate anche vent’anni prima e da testimoni non proprio affidabili.

Coloro che cadono nelle mani dell’inquisizione per reati non capitali, innocenti o colpevoli che siano, per salvarsi non possono fare altro che sottostare agli umilianti autodafé pubblici. Finisce al rogo invece, anche chi si limita solo a parlare male dell’inquisizione. La situazione è talmente grave da richiedere l’intervento del papa, che scrive ai sovrani lamentando episodi di “violazione della giustizia” al solo scopo di impadronirsi dei beni dei condannati, incamerati dall’inquisizione e dai sovrani, metà per ciascuno.

Alessandro VI, papa spagnolo che non è certo uno stinco di santo, è costretto a richiamare a Roma, per ben tre volte, dei rappresentanti dell’inquisizione, chiamati a rispondere dei soprusi commessi. Arrivano a lamentarsi col papa persino i Re Cattolici, a cui i conti non tornano: i beni requisiti finiscono quasi per intero nelle casse dell’inquisizione, e a loro non restano che le briciole.

Torquemada non si dà per inteso, e continua nella sua opera di difesa della fede cristiana, che lo porta anche a bruciare prima i libri ebraici e poi anche quelli arabi. Certo, il rogo di libri sembra poca cosa rispetto a quello delle persone in carne ed ossa, ma è comunque indice del fanatismo del frate. Fornire qualche dato sul numero di vittime sembra impossibile: i pareri degli storici sono totalmente discordanti e, mai come in questo caso, la “leggenda nera” che avvolge tutta la questione rende difficile venirne a capo.

Che si tratti di migliaia di persone – 125.000 secondo lo storico Joseph Perez – o poco più di 30.000, dando credito a quanto affermato a inizio ‘800 dal segretario generale dell’Inquisizione Juan Antonio Llorente, o addirittura solo 2.000, come sostiene lo storico delle religioni Agostino Borromeo, alla fine non resta che la realtà dei fatti: quella della morte sul rogo di tanti innocenti, vittime non solo del fanatismo religioso, ma anche dell’avidità di chi, senza troppi scrupoli di coscienza, usava questo mezzo per impadronirsi dei beni dei condannati.

La vita privata di Torquemada

Le notizie sulla vita privata di Torquemada, se mai ne ha avuta una, sono davvero poche, più che altro curiosità. Si può affermare però con certezza che nessuno, nemmeno i suoi più accesi detrattori, ne mettono in dubbio l’integrità, la dedizione al lavoro e l’incorruttibilità. Il frate conduce una vita austera, che lo porta a indossare vestiti molto semplici, a non usare lenzuola e non mangiare carne; rifiuta perfino di concedere una dote alla sorella, preferendo mandarla in convento. In antitesi a questo spartano stile vita, ama vivere in dimore lussuose, circondato da molti servitori, e quando è in viaggio ha un seguito di 50 cavalieri e 250 fanti. Nel 1494, Torquemada si ritira ad Avila, nel monastero di San Tommaso d’Aquino, fatto costruire proprio da lui. Mantiene comunque la carica di inquisitore generale fino alla morte, che lo coglie il 16 settembre del 1498. Le sue spoglie riposano in quello stesso convento fino al 1832, quando qualcuno decide di rubare le sue ossa per bruciarle in un simbolico autodafé. Due anni dopo l’inquisizione spagnola sarà definitivamente sciolta.

La leggenda nera spagnola

Francia, Gran Bretagna e Spagna, senza dimenticare Olanda e Belgio, sono gli stati che maggiormente sfruttano le opportunità offerte dalle scoperte geografiche del XV secolo, dando inizio alla colonizzazione di nuove e ricchissime terre. Tra queste nazioni, tutte colpevoli di orrendi crimini verso i nativi, la Spagna è spesso stata considerata la più spietata nei confronti dei popoli colonizzati. Questa convinzione nasce da un tipo di storiografia propagandistica, non sempre veritiera, conosciuta come La Leyenda Negra (La leggenda nera), che presenta la Spagna, la sua gente e la sua cultura sotto una luce quasi diabolica: gli spagnoli vengono descritti come spietati, pigri, ignoranti e pieni di pregiudizi. Il motivo di questa parziale mistificazione va ricercato nell’odio provato da alcuni dei popoli europei conquistati dalla Spagna: quando Carlo V muore, nel 1558, è a capo di un impero “su cui non tramonta mai il sole”, che in Europa comprende, oltre alla Spagna, il meridione d’Italia, l’Austria, i Paesi Bassi, il Belgio, e territori più piccoli come il Milanese e la Franca Contea. A causa della Leggenda Nera, la Spagna e tutto ciò che è spagnolo viene associato alla barbarie e alla sete di sangue. Sono stereotipi che si radicano in Gran Bretagna, Olanda e Germania. E tuttavia, anche Papa Paolo IV contribuisce ad alimentare i pregiudizi nei confronti degli iberici, definendoli “eretici, scismatici, maledetti da Dio, discendenti di ebrei e marrani, la stessa feccia della terra”. Un pregiudizio che attraversa i secoli, come dimostrano le parole del filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant: ”Il lato cattivo dello spagnolo è che non impara dagli stranieri; che non viaggia al fine di conoscere le altre nazioni; che è indietro di secoli nelle scienze. Resiste a qualsiasi riforma; è orgoglioso di non dover lavorare; ha una qualità di spirito romantica, come dimostra la corrida; è crudele, come gli (ex) spettacoli autodafé; e il suo gusto mostra un’origine che in parte non è europea.”

In questo contesto generale si inserisce la “leggenda nera dell’inquisizione spagnola”, definita dallo storico statunitense Edward Peters, come “un insieme di leggende e miti che, tra il XVI e il XX secolo, […] hanno influenzato ogni successivo tentativo di recupero della realtà storica”. Le origini politiche di questo particolare filone della “leggenda nera” si possono individuare, in Italia, nella potenziale minaccia costituita dalla Spagna, anche per il papato. Nel nord Europa, quando il protestantesimo diventa dominante, storie raccapriccianti sull’inquisizione spagnola vengono usate in funzione anti-cattolica, in particolare in Gran Bretagna e Olanda. Il carico finale, su esagerazioni e mistificazioni, lo mette l’illuminismo francese nel 18° secolo, mentre addirittura nel 1898/99 il politico statunitense Robert Ingersoli scrive: “La Spagna è sempre stata eccessivamente religiosa ed eccessivamente crudele … vittima della superstizione… Così la Spagna distrusse ogni libertà di pensiero mediante l’Inquisizione, e per molti anni il cielo fu livido delle fiamme dell’autodafé; il risultato fu che una grande oscurità coprì la Spagna, attraversata da nessuna stella e illuminata da nessun sole nascente.”

Nella stessa Spagna, alcuni storici contemporanei hanno sostenuto che molti dei problemi economici del loro paese si ricollegano all’inquisizione, per l’espulsione degli ebrei e dei moriscos. Un pensiero che deve avere avuto grande diffusione, se lo storico e intellettuale Marcelino Menéndez Pelayo scrive, ironicamente: “Perché in Spagna non esisteva alcuna industria? Dall’Inquisizione. Perché noi spagnoli siamo pigri? Dall’Inquisizione. Perché gli spagnoli fanno la siesta? Dall’Inquisizione. Perché ci sono le corride in Spagna? Dall’Inquisizione.”

Ad oggi, le correnti di pensiero spagnole sull’argomento sono due: la prima afferma che leggenda nera sarebbe uno specchio dei tratti negativi che gli spagnoli riconoscono in se stessi; per la seconda, non si tratta di una leggenda, ma di pareri negativi basati su fatti storici reali, opinioni che hanno formato un’area grigia, senza coerenza né uniformità.

Isabella di Castiglia: la regina di Spagna è ricordata in Italia più per aver finanziato l’impresa di Cristoforo Colombo che per quanto fatto in patria. Il navigatore genovese rimane senza la sua più accesa sostenitrice quando Isabella muore, nel 1504, per un cancro all’utero.

Ferdinando II d’Aragona: alla morte di Isabella, il re sposa Germana de Foix. Dopo varie vicissitudini e lotte dinastiche, Ferdinando muore il 23 gennaio del 1516, forse intossicato da un particolare afrodisiaco somministratogli dalla giovane moglie, che voleva a tutti i costi un erede. Il trono va invece al nipote dei Re Cattolici, che poi diventerà l’imperatore Carlo V.

Sisto IV: è il papa che fa nascere l’inquisizione spagnola, ma è ricordato più che altro per il suo nepotismo, che lo porta addirittura a ordire una sanguinosa congiura contro Lorenzo de’ Medici. Muore il 2 agosto del 1484.

Isaac Abrabanel: E’ uno stimato politico, filosofo e grande studioso della bibbia. Dopo il decreto di espulsione degli ebrei dalla Spagna, si trasferisce a Napoli, alla corte del re Ferrante. Dopo la conquista dei francesi si sposta tra la Grecia e il Nord Africa, e infine a Venezia, dove muore nel 1508.

Alessandro VI: alias Papa Borgia è uno dei papi più chiacchierati della storia, per i suoi molti figli, per la condotta libertina e per il suo sfrenato nepotismo. Ama visceralmente il figlio Cesare, a cui vuole dare un regno indipendente, e usa la figlia Lucrezia per i suoi intrighi di potere. Muore il 18 agosto 1503, forse per un attacco di malaria o forse per aver bevuto del vino avvelenato, destinato però al cardinale Adriano Castellesi, di cui era ospite.


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