La città di Tientsin (conosciuta pure come Tianjin) si trova nel nord della Cina, con sbocco sull’Oceano Pacifico, a circa cento chilometri a sudest di Pechino. La sua area metropolitana, con oltre quindici milioni e mezzo di abitanti, si colloca al quarto posto tra le città cinesi più abitate, dopo Shanghai, Pechino e Chongqing.

In questa metropoli, oggi tra i centri nevralgici del commercio della grande nazione asiatica, fino a meno di ottant’anni fa esisteva una piccola parte d’Italia, figlia delle concessioni di territorio che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, furono istituite per incentivare lo sviluppo dell’area.

Perché si arrivò all’istituzione di queste concessioni?

Tutto ebbe inizio nel 1899 quando in Cina scoppiò la cosiddetta Rivolta dei Boxer, una ribellione interna ideata da varie organizzazioni locali contro la penetrazione che i popoli europei stavano attuando in parte dell’Impero, col benestare della dinastia Qing che già negli ultimi tempi stava causando molti malumori nella popolazione cinese. Questi gruppi si unirono sotto il nome di “Yihetuan”, vale a dire gruppi di autodifesa dei villaggi della giustizia e della concordia.

Truppe dell’Alleanza delle otto nazioni nel 1900. Da sinistra: Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, India britannica, Germania, Francia, Austria-Ungheria, Italia, Giappone

Fotografia di Anonimo – Historica, Yamagawa shuppan di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

La ribellione imperversò per due anni e portò all’intervento dell’Occidente con la nascita dell’Alleanza delle otto nazioni, cui aderirono Francia, Germania, Giappone, Impero austroungarico, Regno d’Italia, Regno Unito, Impero russo e Stati Uniti d’America. L’esito, scontato, vide la vittoria delle potenze occidentali amiche della dinastia Qing e una carneficina tra civili e militari cinesi.

Al termine della rivolta, nel settembre 1901 fu firmato il Protocollo dei Boxer (conosciuto in Occidente come Accordo di pace fra le Grandi Potenze e la Cina) tra l’Alleanza e l’Impero di Cina, con l’ingresso negli accordi anche di Belgio, Paesi Bassi e Spagna. In rappresentanza dell’Italia, alla firma del Protocollo ci fu Giuseppe Salvago Raggi, diplomatico genovese già addetto alle delegazioni a Berlino, San Pietroburgo e Istanbul, poi nominato ministro plenipotenziario in Cina.

Alleanza delle otto nazioni

Fotografia di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Con la firma del principe Yikuang e del politico e ammiraglio Li Hongzhang, in rappresentanza dell’imperatrice madre Cixi, l’Impero si impegnava a pagare salatissime indennità di guerra – nello specifico, all’Italia toccarono più di ventisei milioni di tael, quasi cento milioni di vecchie lire –, a bloccare l’importazione di armi e munizioni per due anni, alla punizione dei ribelli – le pene variarono dalla condanna a morte alla deportazione in Turkestan, inclusa per tutti la damnatio memoriae – e ad accordare delle piccole concessioni di territorio per le attività commerciali delle potenze europee.

In totale, al Regno d’Italia toccarono 457.800 m² di suolo cinese, nella città di Tientsin.

Nasceva così la concessione italiana di Tientsin

La porzione di territorio affidata all’Italia consisteva in una fascia di terreno, lunga un chilometro e larga cinquecento metri, zeppa di saline e paludi. Dopo i primi tempi che furono praticamente di ricognizione, venne avviata una pesante bonifica che nel corso dei decenni portò la popolazione della concessione di Tientsin a circa diecimila abitanti.

Il primo governatore e console del possedimento coloniale sulle rive del Gran Canale Jing-Hang (o Canale Imperiale) fu Cesare Poma, che aveva svolto l’attività di diplomatico in giro per il mondo, da Smirne a Belo Horizonte, da Johannesburg a New York. Durante il suo mandato (dal 1901 al 1904) fondò il “Bollettino italiano dell’Estremo Oriente”, il primo giornale italiano pubblicato in Cina. Nel 1904 fu inaugurata anche la locale stazione radiotelegrafica che avrebbe funto da supporto a quella della Regia legazione d’Italia sita a Pechino.

Cesare Poma

Fotografia di Rossetti – Archivio di Stato di Biella di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Con la caduta dell’Impero cinese che portò alla nascita della Repubblica di Cina (1912-1949) e lo scoppio della Prima guerra mondiale, il presidio di Tientsin fu utilizzato per ospitare circa un migliaio di prigionieri irredenti dei territori del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia. Questi furono aggregati ad alcuni alpini provenienti direttamente dall’Italia e insieme diedero vita al Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente, con sede proprio a Tientsin, per fronteggiare i bolscevichi che avevano portato alla rivoluzione in Russia.

Conclusa la Grande guerra, nella piccola lingua di terra italiana si inaugurò la costruzione di molte abitazioni, villette circondate da rigogliosi giardini, ma di attività industriali e commerciali non se ne vide l’ombra; per tale ragione i cinesi che abitavano nel presidio cominciarono a chiamare quella italiana la:

Concessione aristocratica

Entrata Caserma Ermanno Carlotto

Fotografia di Luca.invernizzi – Opera propria condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Con l’avvento del fascismo in Italia anche la concessione di Tientsin, considerata una colonia italiana a tutti gli effetti, fu toccata dal cambiamento e il governatore assunse il titolo di podestà di Tientsin. Nel 1926, nella cittadina fu costruita anche una caserma destinata a ospitare le forze armate italiane che fino ad allora si erano arrangiate in degli stambugi: era la caserma Ermanno Carlotto, inaugurata da Vittorio Cerruti, ministro plenipotenziario d’Italia in Cina, e ancora oggi utilizzata dalla Polizia armata del popolo cinese.

La presenza italiana in Cina durò fino al termine della Seconda guerra mondiale: con la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre, la concessione, sotto l’ultimo podestà Ferruccio Stefenelli, fu invasa dalle milizie giapponesi. Molti militari e civili italiani furono deportati nei lager in Corea; altri, quelli che collaborarono con i giapponesi, furono risparmiati ed espulsi dal territorio all’inizio del 1944. L’Italia abbandonò definitivamente il presidio nel 1947, in conseguenza dei trattati di pace di Parigi che regolavano il nuovo assetto politico mondiale dopo la guerra.

La concessione italiana di Tientsin, dopo poco più di quarant’anni di vita, finì

Cartolina del 1935 ca. del monumento commemorativo della prima guerra mondiale in Piazza Regina Elena

Fotografia di anonimo di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Oltre alla caserma Ermanno Carlotto, altre architetture ricordano quei decenni di concessione italiana come il monumento commemorativo della Grande guerra nella fu piazza Regina Elena, la chiesa del Sacro Cuore, il palazzo del consolato italiano di Tientsin e il palazzo della cultura italiana, oggi ristrutturato come centro sportivo, con in bella vista, in cima al palazzo, quattro fasci littori, un posto ideale per delle scommesse calcio.

Il palazzo della cultura italiana, oggi ristrutturato come Centro sportivo; sono mantenuti i fasci littori ai quattro lati agli angoli della torre

Fotografia di TJArchi-Studio – Flickr: 原回力球馆 condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 2.0

A Tientsin, oggi conosciuta dai più come Tianjin, esiste tuttora una zona chiamata “quartiere italiano”, utilizzata principalmente per scopi turistici.

Per approfondire questa storia consigliamo le seguenti letture: “Tientsin. La concessione italiana. Storia delle relazioni tra Italia e Cina (1866-1947)” di Alessandro Di Meo, “Breve storia degli italiani in Cina” di Stefano Beltrame e “Le stragi della China”, romanzo d’avventura di Emilio Salgari ambientato nel corso della Rivolta dei Boxer.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".