“The Monster Study”: 22 Orfani usati come Cavie per la Balbuzie

E’ possibile “diventare” Balbuzienti? Oppure la difficoltà di parola è una caratteristica innata dell’essere umano? La questione, nel 1939, è tutt’altro che di semplice esplicazione, e così, a Davenport, inizia un esperimento che passa alla storia come “The Monster Study”, lo studio “Mostruoso”, che coinvolge 22 orfani di veterani di guerra e vittime del mare. Il motivo di tale nome lo scopriremo fra poco, ma riusciamo già a intuire molto: è stato qualcosa di disumano, anche se le premesse e le modalità di esecuzione dell’analisi non lo suggerirebbero.

The Monster Study

Wendell Johnson nel 1939 è un giovane psicologo statunitense, trentatreenne, ricercatore presso la University of Iowa. La sua ricerca lo porta a indagare sulla genesi della balbuzie, e più in genere sulla difficoltà di parola, chiedendosi se questa derivi da caratteri genetici oppure da fattori esogeni, come il contesto in cui il bambino viene educato, definendo la sua personale teoria “diagnosogenica”. Johnson non è un ricercatore qualunque, ma un uomo affetto da balbuzie a propria volta. Ha raggiunto l’università nel 1926, e lì ha cambiato il proprio focus di studi da umanistici a psicologici. Dirà in seguito: “Divenni un patologo del linguaggio perché me ne serviva uno”.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

In quel periodo a livello scientifico la balbuzie veniva associata, fra le altre cose, anche all’uso della mano prevalente, ma Johnson è quasi certo che questo non c’entri nulla. Si pensava che lo squilibrio fra emisfero destro e sinistro del cervello potesse indurre balbuzie, e nel “Monster Study” viene ricercato anche questo particolare.

Johnson è convinto che la causa della balbuzie sia da ricercare non in cause genetiche o in squilibri cerebrali, ma nel comportamento dei genitori e degli affetti prevalenti col bambino, che condizionerebbero lo svilupparsi del disturbo. Pensa questo perché egli stesso era stato in grado di parlare fluentemente fino ai 5/6 anni, per poi diventare disfluente e insicuro, sino a trasformarsi in balbuziente.

E’ convinto che i fattori che influenzino la balbuzie siano esclusivamente esogeni anche perché, nella sua teoria diagnosogenica, fa notare di come diversi gruppi di nativi americani non abbiano una traduzione per la parola “Balbuzie” perché (lo ipotizza lo psicologo) è un disturbo per loro inesistente, rifacendosi alle teorie dello scienziato Alfred Korzybsky, che sosteneva, sto semplificando e spiegando per sommi capi l’argomento è complessissimo, di concentrare lo sforzo della correzione del linguaggio non sui bambini ma sui loro genitori, correggendone i comportamenti scorretti.

La realtà è che, ancor oggi nel 2021, sono identificati un numero molto grande di fattori che possono influenzare la balbuzie, quindi non si riesce a identificare una causa univoca riguardo l’insorgenza della patologia.

Torniamo quindi al Monster Study. La ricerca parte di concerto fra Johnson e una studentessa, Mary Tudor (ma no, non è la “Sanguinaria” figlia di Enrico VIII) che deve realizzare la tesi di laurea, e che sarà colei che, all’atto pratico, lavorerà con i bambini e gli altri studenti coinvolti. Mary segue le istruzioni del ricercatore e inizia con la selezione dei soggetti dello studio, che avviene non in modo casuale ma in un orfanotrofio riservato ai figli di veterani di guerra e vittime del mare dello stato dell’Iowa.

La valutazione individua 22 bambini di cui 10 già balbuzienti e 12 senza difficoltà.

Lo scopo per dimostrare che la balbuzie è provocata da agenti esterni è indurla nei bambini sani ed eliminarla nei bambini balbuzienti

Mary Tudor divide i bambini in 4 diversi gruppi in base alla loro capacità di parlare in modo fluente, secondo una scala di valutazione da 1 a 5. La studentessa e altri 5 colleghi ascoltano i bambini dividendoli fra chi ha gravi problemi di disfluenza (punteggio 1) e chi invece parla senza problemi (punteggio 5).

I 4 gruppi vengono chiamati IA, IIA, IB e IIB, così divisi:

  • IA: 5 orfani con disfluenza, cui viene detto che parlano correttamente (stimolo positivo).
  • IB: 5 Orfani con disfluenza cui viene detto che parlano peggio di quanto sembri (stimolo negativo).
  • IIA: 6 orfani scelti a caso fra bambini che parlano correttamente. Viene detto loro che non parlano in modo corretto e che potrebbero sviluppare balbuzie se non correggono le loro attitudini (stimolo negativo), è il gruppo centrale dello studio, ricordiamolo bene.
  • IIB: 6 orfani scelti a caso fra bambini che parlano senza difficoltà. Il loro modo di parlare venne elogiato e vengono esortati a continuare in questo modo (stimolo positivo).

L’esperimento prevede delle visite di Mary Tudor ogni 2/3 settimane, durante le quali la laureanda si fa passare per una logopedista che vuole aiutare i ragazzi a parlare in modo migliore.

E qui inizia quel che è definito “The Monster Study”. La Tudor si reca a Davenport dal gennaio al maggio del 1939 incontrando circa 4 volte i soggetti del gruppo IA e 9 volte i soggetti del gruppo IIA, in incontri singoli che hanno una durata di 45 minuti circa. Purtroppo non è dato sapere quante volte abbia incontrato i gruppi IB e IIB, ma è facile intuire sia un numero compreso fra 4 e 9.

Durante gli incontri si articola il “Monster Study”, di cui cito due esempi di discorso proposto da Mary Tudor. Ai bambini del gruppo IA viene detto:

Ti piace parlare? Ti piace leggere ad alta voce? Dovresti parlare e leggere ad alta voce di più. Molti bambini hanno il tuo stesso problema. Ma non è un vero problema; è solo una fase che i bambini attraversano. La supererai in breve tempo e presto sarai in grado di parlare in maniera più corretta di quanto già tu non stia facendo. Non preoccuparti e vedrai che presto parlerai in maniera scorrevole. Non preoccuparti di quello che dicono gli altri perché non si rendono conto che la tua è solo una fase. Tra poco sarai in grado di parlare bene di nuovo“.

A quelli del gruppo IIA invece, bambini sani in cui si tenta di indurre la balbuzie, la Tudor propone il ragionamento opposto:

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“Il personale è giunto alla conclusione che il tuo eloquio presenta molti problemi. Il genere di interruzioni di cui soffri è estremamente sgradevole. Queste interruzioni ci dicono che sei balbuziente. Hai molti dei sintomi di un bambino che sta cominciando a balbettare. Devi sforzarti di controllarti immediatamente. Usa la tua forza di volontà. Convinciti che riuscirai a parlare senza interromperti. È assolutamente necessario che tu lo faccia. Fai di tutto per evitare di balbettare. Sforzati di parlare in maniera scorrevole e piana. Se ti interrompi, fermati e ricomincia. Fai un respiro profondo ogni volta che pensi di stare per balbettare. Non parlare se non riesci a farlo correttamente. Hai visto come quel bimbo (e cita il nome di un bambino all’interno dell’istituto con una forte balbuzie) balbetta, no? Beh, senza dubbio ha iniziato a balbettare come stai facendo tu. Stai attento al modo in cui parli e cerca di fare qualcosa per porvi rimedio. Qualsiasi cosa tu faccia, parla correttamente ed evita ogni possibile interruzione”.

Oltre a questo tipo di discorsi lo studio prevede la collaborazione del personale dell’orfanotrofio, che deve confermare, per quanto possibile, le tesi della Tudor con i bambini. Ai bambini del gruppo IA viene quindi proposto un atteggiamento rassicurante, mentre quelli del IIA vengono interrotti e ripresi ad ogni minima esitazione dell’eloquio.

Al termine dell’esperimento i risultati sono controversi, anche se significativi. Dei 5 bambini del gruppo IA, affetti da balbuzie, 4 mostrano un decisivo progresso nella fluenza del parlato e solo 1 bambino non mostra significativi cambiamenti.

La parte “monster”, però, è quella del gruppo IIA

Tutti e 6 i bambini con eloquio fluente mostrano l’insorgere di problemi psicologici. Nello studio i “soggetti” vengono definiti con un numero, e quindi la bambina numero 11, di 5 anni, inizia a diventare insicura e balbuziente, passando da un eloquio sicuro, abbondante e fluente a frasi spezzettate e a risposte secche come sì o no.

La bambina numero 12, di 9 anni, smette di parlare in contesti che non siano a lei familiari. Il numero 13, un bambino di 11 anni, parla sì più fluente, ma con grandissima lentezza e riflessione. Il soggetto 14, un bambino di 12 anni, smette di parlare con soggetti adulti e dialoga solo con i suoi coetanei. La numero 15, una bambina di 12 anni, mostra l’insorgere di una marcata balbuzie, mentre la numero 16, una ragazza già grande di 15 anni, rimane affetta da tic tipici dei balbuzienti come lo schioccare le dita per ricordarsi una parola.

Tutti i bambini sono scioccati e alcuni mostrano un deciso peggioramento del rendimento scolastico. In particolare due di loro passano da un rendimento normale a catastrofico, rimanendo segnati per tutta la vita.

I risultati sui soggetti dei gruppi “B” sono meno noti, ma sappiamo che i bambini del gruppo IIB migliorano il proprio eloquio.

Giunti a questo punto del racconto è bene precisare che i risultati dello studio sono controversi. Molti psicologi sostengono che la Tudor non possa aver influito sulla psiche e sull’eloquio dei bambini, mentre altri sono convinti che ci sia stato un danno psicologico irreversibile. A livello accademico, a causa dell’età dei soggetti, della modalità di svolgimento dell’esperimento e di vizi di campionamento dei dati, la tesi di Mary Tudor viene dimenticata e non viene neanche pubblicata.

Nel principale lavoro di Johnson, “The Onset of Stuttering (1959) – L’esordio della balbuzie”, il lavoro di Tudor non trova spazio anche se lo psicologo sostiene la propria teoria diagnosogenica, la stessa che mosse l’esperimento della laureanda.

I motivi per cui il “Monster Study” non viene pubblicato sono diversi, anche se sicuramente il dibattito sugli esperimenti sugli esseri umani nei campi nazisti o giapponesi suggeriscono a Johnson di non parlare più dei test condotti da Mary Tudor.

Entrambi i ricercatori avrebbero potuto vedere la propria carriera distrutta

Ma il tempo passa, scorrono via i decenni della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra Fredda e poi del boom economico, e nel 2001 un giornalista, Jim Dyer, si interessa a quell’esperimento di ormai 60 anni prima intervistando Mary Tudor, psicologa in pensione di 84 anni.

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La donna non è più una laureanda, ma un’anziana che mostra una grande empatia verso i soggetti coinvolti. Parla degli orfani non in termini numerici ma con nomi e cognomi. Come Mary Korlaske, il soggetto 15, che sperava che la studentessa sarebbe diventata la sua nuova mamma. Oppure Norma Jean Pugh, il soggetto 11, che mostra difficoltà di lettura ed eloquio che prima non aveva. E ricorda anche Elizabeth Ostert e Phillip Spieker, i due bambini che ebbero un tracollo del rendimento scolastico. E infine ricorda anche Clarence Fifer, che a causa del suo eloquio stentato divenne lo zimbello dell’orfanotrofio, e infine Hazel Potter, la ragazza quindicenne che manifestò marcati manierismi comportamentali.

Tutti questi orfani portano con sé il trauma del Monster Study e, anche se Mary preferirebbe altrimenti, è consapevole che è stata lei a cambiar loro la vita, in peggio.

La psicologa spiega al giornalista: “Non mi piaceva quello che facevo a quei ragazzi. Fu una cosa tremenda, terribile. Oggi, probabilmente mi opporrei, ma all’epoca facevi quello che ti dicevano. Era un compito. E io lo eseguii“.

Una delle orfane ancora in vita, Mary Korlaske che ho citato prima, la numero 15, scrisse alla Tudor: “Ha distrutto la mia vita. Sarei potuta essere una scienziata, un’archeologa o forse il Presidente degli Stati Uniti. Invece, ho cominciato a balbettare in maniera penosa. I bambini mi prendevano in giro, i voti si abbassarono, mi sentivo stupida. Perfino adesso che sono adulta ho voglia di stare lontano da tutti“.

Tanto clamore mediatico negli Stati Uniti non poteva passare inosservato, e l’University of Iowa ha pubblicamente chiesto scusa ai 6 orfani del gruppo IIA nel 2003, in seguito all’inchiesta del San Jose Mercury News. Oltre alle scuse, nel 2007 è arrivato anche il risarcimento: 925.000 dollari per ognuno degli orfani, che sono stati risarciti per: “I danni psicologici ed emozionali subiti nel corso dei sei mesi dell’esperimento, invasione della privacy e frode“.

Ma il Monster Study produsse davvero dei traumi tanto catastrofici nei bambini?

Non ne è convinto sia Nicholas Johnson, figlio di Wendell Johnson, ma anche diversi altri ricercatori. Le argomentazioni sono diverse, e a ben vedere fondate. In primis il Monster Study non fu l’unico esperimento che venne condotto sugli orfani di Davenport, ma l’orfanotrofio era all’epoca certamente frequentato da altri scienziati e sedicenti sperimentatori. In secondo luogo, sostengono i giustificazionisti dello studio, alcuni colloqui di qualche decina di minuti in 6 mesi non possono aver provocato un danno tanto irreversibile nei bambini.

Altri ricercatori, altrettanto accreditati, sostengono invece che il Monster Study costituì un trauma irreversibile per i soggetti coinvolti, e il risarcimento che i soggetti hanno ricevuto è compendiato a questa tesi.

Giunti alla fine del racconto personalmente non so cosa pensare. Credo che in un contesto odierno questo esperimento sia davvero “Monster”, ma nel 1939 l’etica odierna non era nemmeno contemplata, e un piccolo gruppo di orfani costituiva probabilmente un campione potenzialmente sacrificabile, tantopiù che lo “shock” cui lo si sottoponeva non si pensava potesse essere tanto traumatico. Con la mia ottica odierna penso che quel che fecero Johnson e Tudor fu terribile, ma forse, se fossi un giornalista di 38 anni nel 1939 non la penserei in questo modo. E voi, che ne pensate? fatemelo sapere nei commenti!

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...