Il massimo fascino di certe importanti città risiede nel fatto che sembrano rappresentare la Storia meglio di mille ponderosi studi enciclopedici. Percorrendo alcune di esse, come Roma o Mosca o Parigi o Londra, ci si può immergere nella realtà dei secoli passati penetrandovi quasi per caso, e spesso senza neppure rendersene conto, se prima non si è letto almeno qualcosa sull’argomento.

La stessa cosa vale anche per altre di fondazione molto più recente, che portano scritta in modo indelebile tutta la Storia, per quanto breve, che le ha accompagnate. Un esempio di queste è Chicago, che fino alla metà del XIX secolo era solo un piccolo borgo (fu riconosciuta come municipalità nel 1833 con 350 abitanti) ma situato in una posizione favorevole allo sviluppo industriale e commerciale (quasi al centro del continente nordamericano, ma collegato all’Atlantico tramite il fiume San Lorenzo e i Grandi Laghi) e, per questo, ebbe uno sviluppo e una crescita enormi nel giro di pochi anni, alimentati da una fortissima emigrazione, proveniente soprattutto dal Nord Europa (tedeschi, scandinavi, baltici ed ebrei in primis).

Chicago nel XIX Secolo:

La Storia di Chicago è, in breve, la sintesi della Storia della civiltà industriale. Chicago è la città in cui nel maggio del 1886 ci sono state le più significative manifestazioni degli operai per chiedere la giornata lavorativa di 8 ore, interrotte da una serie di attentati compiuti da agenti provocatori (forniti dall’agenzia investigativa Pinkerton) infiltrati dai padroni, che hanno fatto alcuni morti. La responsabilità di questi attentati viene attribuita, dopo un processo farsa, ai sindacalisti che avevano organizzato le manifestazioni e cinque di essi (quattro immigrati tedeschi e un americano bianco sposato a una donna di colore) sono condannati a morte. Uno si suicida in carcere prima dell’esecuzione e gli altri quattro finiscono impiccati l’11 novembre 1887 (è proprio per onorare la loro memoria che si celebra la Festa dei Lavoratori il Primo Maggio).

Chicago è la stessa città in cui nel 1893 si allestisce un’immensa Esposizione Universale (la “Fiera Colombiana di Chicago”, nata per celebrare i 400 anni dalla scoperta dell’America) che segna una pietra miliare nella storia dell’architettura e dell’urbanistica e finisce per rappresentare un immenso successo d’immagine ed economico, senza che nessuno si ponga il problema delle centinaia di operai morti in incidenti sul lavoro o per malattie contratte durante la bonifica delle paludi durante la costruzione della “Città Bianca”, l’enorme complesso edificato per ospitare l’evento (purtoppo interamente distrutto in un incendio alcuni anni dopo).

L’Esposizione Internazionale di Chicago resterà nella Storia anche per i crimini commessi dal serial killer Henry Howard Holmes, che apre una specie di “albergo” nella propria casa e uccide oltre 200 persone tra i suoi ospiti, quasi tutti visitatori dell’Esposizione stessa, prima di essere scoperto.

All’inizio del XX secolo, Chicago è la metropoli in più rapida espansione di tutti gli Usa e probabilmente del mondo intero. Ed è a questo punto che diventa oggetto di una importante inchiesta giornalistica.

Upton Sinclair (1878-1968) ha cominciato a lavorare come scrittore collaborando con Jack London (gli forniva trame da sviluppare in romanzi o racconti) ma ha un’origine molto diversa da quest’ultimo: è nato in una famiglia benestante (anche se parecchio disastrata a livello affettivo) ed è stato un ragazzo prodigio, laureato a 18 anni, ottimo conoscitore di diverse lingue. Finisce per interessarsi anche lui di giornalismo e socialismo e nel 1904 va a Chicago, finanziato dal filantropo George Herron, per documentare le condizioni di vita dei lavoratori dell’industria delle carni conservate, uno dei maggiori business del tempo, concentrato nel quartiere di Packingtown, con le aziende principali (la Armour, la Swift e la Morris) che fatturavano milioni di dollari. Sinclair non si mescola a essi come London ma, anche da osservatore esterno, riesce a essere abbastanza lucido da non farsi sfuggire ciò che non viene mai detto nei rapporti ufficiali.

Una foto da un magazzino di Packingtown:

Sinclair, nel 1905, non pubblica il suo lavoro come inchiesta giornalistica, bensì come un romanzo, intitolato “The Jungle – La giungla”. Qui si narra del “sogno americano” di un ragazzo figlio di immigrati di origine baltica, Jurgis Rudkus, e del suo misero fallimento. Tutti i sogni di Jurgis finiscono miseramente e non gli resta altro che lavorare in un macello, dove gradualmente si abbrutisce fino a diventare un ubriacone. Intanto, il suo matrimonio con la ragazza di cui è innamorato da sempre si sfascia, perché i figli muoiono uno dietro l’altro uccisi dalla miseria e infine la moglie preferisce andare a prostituirsi piuttosto che continuare a vivere con lui.

Questa vicenda è il filo conduttore del libro, ma il tema vero è rappresentato dalla realtà in cui Jurgius lavora. Una realtà dominata dall’ossessione del profitto a tutti i costi e a qualunque condizione, in cui i lavoratori sono veramente sfruttati oltre ogni limite umano. Represse le agitazioni del 1886, lo sfruttamento è ripreso peggio di prima. Ma questo è solo un aspetto.

L’altro è il totale menefreghismo di ogni norma sanitaria, di ogni minima regola di controllo. I pochi funzionari pubblici che dovrebbero occuparsi di questi controlli sono malpagati e per nulla tutelati, dunque facilmente corruttibili e altrettanto rapidamente licenziabili se finiscono per pestare i piedi a qualcuno che ha amicizie influenti a livello politico. In pratica, sono semplici scribacchini che stanno lì a firmare documenti che attestano palesemente il falso.

Sotto, un ritratto giovanile di Upton Sinclair:

La mancanza di controlli fa sì che negli insaccati e nella carne in scatola finisca praticamente di tutto. Topi e ratti morti sono una presenza normale, ma non di rado vi arriva pure la carne umana. Mancando qualsiasi dispositivo di sicurezza e con la lunghissima giornata lavorativa a inebetire gli operai, a volte capita che qualcuno ci rimetta una mano o un braccio che restano tranciati nelle macchine. Altre volte capita perfino che qualcuno cada negli enormi pentoloni in cui viene bollita la carne da inscatolare, e finisca inglobato in questa. Ma, anche se non ci fosse tutto questo, il cibo che viene prodotto sarebbe comunque malsano, perché ricavato dalle carni di animali malati, che spesso arrivano già morti e mezzo putrefatti ai macelli.

L’industria americana, peraltro, aveva già una solida tradizione di cibi in scatola particolarmente tossici. Durante la Guerra ispano-americana del 1898 (che aveva portato gli Usa a conquistare il dominio su Cuba, Porto Rico, le Filippine e le Hawaii), oltre la metà dei circa 2000 caduti americani era stata vittima non di combattimenti, ma di tossinfezioni alimentari.

Sotto, un fumetto mostra lo Zio Sam seduto in un ristorante che guarda il conto in cui sono contenuti “bistecca cubana”, “maiale Porto Rico”, “Isole Filippine” e “Isole Sandwich” (Hawaii):

Si dice che il presidente Theodore Roosevelt, dopo aver letto “La giungla”, non mangiò più né insaccati né carni in scatola per tutto il resto della vita. A livello politico, il libro provocò uno scalpore enorme, ma destinato a esaurirsi nel “Pure Food and Drug Act”, il testo unico del Congresso sulla salubrità degli alimenti (1906), mentre per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori ci si limitò a mettere al bando il lavoro minorile nel 1908, senza interventi né sulla riduzione degli orari né sulla messa in sicurezza dei luoghi di lavoro.

Sotto, una vignetta saritica mostra il presidente statunitense Roosevelt che distrugge l”investigazione” con i fumi della carne:

Passano 90 anni e, nel 1998, la giornalista Barbara Ehrenreich decide di seguire l’esempio di Jack London (“Il popolo degli abissi”), di George Orwell (“Senza un soldo a Parigi e a Londra”) e anche di Sinclair, e si mescola a quel mondo di persone sole e disperate, soprattutto donne, che cercano di sopravvivere con qualunque lavoro. Il risultato della sua esperienza è il libro “Una paga da fame”. Non è il mondo descritto da Upton Sinclair in “La giungla”, ma neppure così diverso come ingenuamente speriamo; la sensazione è quella che stiamo ritornando a quello, piano piano e senza rendercene conto. Da allora sono passati altri 20 anni e le cose vanno sempre peggio.

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Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.