Nel suo libro autobiografico “Vestivamo da Superman”, il brillante umorista americano Bill Bryson, celebre anche per i suoi piacevolissimi libri di viaggio e di divulgazione, racconta la sua infanzia nella città di Des Moines, Iowa, durante gli anni ’50. Un periodo fantastico e spensierato per moltissimi giovani americani, pieno di una incrollabile fiducia nell’avvenire e nelle scoperte scientifiche.

Uno dei punti che restano più impressi del libro riguarda le toilettes di uno dei locali più in voga tra i giovani della città, dotate di un dispositivo che le disinfettava attraverso l’irradiazione di calore. La ditta che installava questi dispositivi affermava, nella pubblicità, che il calore proveniva dall’uso di radiazioni nucleari. Bryson, a distanza di molti anni, si domandava se fosse davvero così e, soprattutto, quanta gente si fosse ammalata di cancro per aver sostato in una toilette riscaldata direttamente da radiazioni nucleari.

In effetti, negli anni ’50, i pericoli del nucleare civile erano molto sottovalutati, e così sarebbe stato fino a una serie di incidenti negli anni ’70. Ma non è che per gli esperimenti nucleari militari la situazione fosse diversa.

Tra il marzo e il giugno del 1953, con l’operazione “Upshot-Knothole”, l’Esercito degli Stati Uniti testò una serie di proiettili radioattivi sparati da “cannoni nucleari” nell’area denominata “Nevada Test Site”, nel deserto del Nevada. I test diedero risultati deludenti e la tecnologia fu abbandonata.

Circa un anno dopo, nell’area di St. George, Utah, circa 220 km a Est e sottovento rispetto al Nevada Test Site, si presentò una troupe del RKO per girare un film. I vertici militari americani, espressamente consultati, garantirono al produttore Howard Hughes che non c’era nessun rischio, e furono talmente convincenti che Hughes acquistò anche 60 tonnellate di sabbia del luogo da spedire a Hollywood per allestire le scene degli interni nei teatri di posa.

Il film in questione è “The conqueror”, in Italiano “Il conquistatore”, un polpettone storico che prova a raccontare in modo estremamente improbabile le avventure del condottiero mongolo Gengis Khan. Nonostante l’impegno del regista Dick Powell e degli attori, la sceneggiatura era scritta così male che, nel 2005, la guida “The Official Razzie Movie Guide”, dedicata ai peggiori film hollywoodiani mai prodotti, lo inserisce nei 100 film più brutti della Storia del cinema. Il mestiere di Powell riusciva a creare un certo pathos nelle sequenze di battaglia tra Mongoli e Tartari ma, riguardo le scene sentimentali e la caratterizzazione dei personaggi, quasi subito, i critici parlarono di un film involontariamente comico, che valeva la pena di andare a guardare solo per farsi due risate.

Sotto, un pezzo del film:

Tuttavia, la presenza di John Wayne come protagonista e la massiccia pubblicità fecero sì che “The conqueror” diventasse l’undicesimo film più visto della stagione in cui uscì, con un incasso complessivo di 9 milioni di dollari a fronte di 6 milioni di dollari spesi per la produzione.

Una delle note dolenti era proprio il cast, composto quasi esclusivamente da attori del tutto fuori parte. Wayne come mongolo era quanto di più inverosimile si potesse vedere su uno schermo (e, vista la sua recitazione comprensibilmente impacciata, in tempi in cui non ci si curava molto dell’etica del linguaggio, i giochi di parole tra “mongolo” e “mongoloide” si sprecarono), ma anche la sua partner, la bellissima rossa Susan Hayward, dalle origini irlandesi e scandinave, con il suo personaggio, la principessa mongola Bortai, c’entrava meno di niente.

Piuttosto alla lontana, poteva essere credibile come mongolo, se non altro per i baffoni spioventi, il messicano Pedro Armendariz. La caratterista Agnes Moorhead, che un decennio dopo sarebbe diventata una star della tv nel ruolo di Endora nel telefilm “Vita da strega”, a botte di trucco, una vaga aria orientale riusciva anche ad assumerla, se proprio non si andava tanto per il sottile. La situazione era più o meno la stessa anche per gli altri attori. I dialoghi pieni di prosopopea facevano il resto.

John Wayne si fidava talmente tanto della parola dei generali che si portò sul set anche i figli adolescenti Patrick e Michael, impiegati in ruoli secondari.

Tutte le celebrità che abbiamo citato erano destinate a morire di cancro entro una ventina di anni o poco più

Il primo ad andarsene fu proprio il regista Dick Powell, che era stato anche un apprezzato attore e cantante. Nel 1962 cominciò a soffrire di quella che sembrava un’allergia della pelle, ma che era resistente a ogni trattamento. Quando, anziché migliorare, si aggravò, Powell fu sottoposto a ulteriori esami, dai quali emerse che le lesioni cutanee, localizzate soprattutto al collo e al petto, erano di natura tumorale. Le condizioni di Powell peggiorarono rapidamente, fino alla morte che arrivò il 2 gennaio 1963, all’età di 58 anni.

Sotto, Dick Powell, fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

Nello stesso anno, fu seguito nella tomba da Pedro Armendariz, l’attore messicano considerato nel suo Paese il massimo interprete cinematografico di sempre. Armendariz cominciò a soffrire di generici dolori ai fianchi, ma gli esami rivelarono che aveva un tumore nella zona del collo. Preoccupato di lasciare la sua famiglia in buone condizioni economiche, per onorare il ricco contratto sottoscritto per il film “A 007, dalla Russia con amore” (il secondo della serie di James Bond), Armendariz partecipò alle riprese soffrendo moltissimo e resistendo solo a forza di analgesici. Subito dopo la lavorazione del film, accettò di farsi ricoverare in un ospedale di Los Angeles ma, appena entrato, il 18 giugno 1963, si sparò con una pistola che era sfuggita ai controlli del personale ospedaliero. Aveva appena compiuto 51 anni.

Pedro Armendáriz, fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

Susan Hayward, la splendida attrice specializzata in melodrammi, apprezzata anche come cantante e ballerina e vincitrice del premio Oscar come miglior attrice protagonista nel 1959, si vide diagnosticare un tumore polmonare nel marzo 1972. Determinata a guarire e a riprendere il lavoro, si sottopose immediatamente alle migliori terapie disponibili a quel tempo ma, nell’aprile 1973, gli esami successivi a quella che sembrava una crisi epilettica (male di cui la Hayward non aveva mai sofferto) rivelarono che le metastasi del cancro avevano raggiunto il cervello. Il 14 marzo 1975, una nuova crisi epilettica, più forte della prima e refrattaria a ogni trattamento, risultò fatale. L’attrice aveva 57 anni.

Susan Hayward negli anni 40 Oscar alla miglior attrice 1959:

Anche Agnes Moorhead sviluppò un cancro, all’utero, che la portò a morte nel giro di pochi mesi, il 30 aprile 1974, a 73 anni. John Wayne si ammalò di cancro ai polmoni nel 1964. Un tempestivo intervento chirurgico e una serie di cure intensive (Wayne volle essere inserito nei protocolli sperimentali di cura, compreso uno che testava il primo tentativo di vaccino contro i tumori) sembrarono aver ragione del male ma, nella seconda metà degli anni ’70, il cancro si ripresentò, stavolta localizzato allo stomaco, e non ci fu più niente da fare. Il “Duke” morì l’11 giugno 1979, a 72 anni appena compiuti.

John Wayne nel 1965 Oscar al miglior attore 1970:

Anche i due figli di Wayne si ammalarono di tumore, ma furono salvati da tempestivi interventi chirurgici.

Esiste un rapporto tra questa catena di decessi e l’esposizione alle radiazioni subita sul set del film?

Gli scettici sostengono che la Moorhead e Wayne non andrebbero contati, in quanto fortissimi fumatori (Wayne arrivava a 120 sigarette al giorno) e, nel caso di Wayne, anche accaniti bevitori di superalcolici. Insomma, non c’era bisogno delle radiazioni per considerarli soggetti ad alto rischio di sviluppare un cancro.

Ma, se non ci si ferma alle celebrità e si va a fare un conteggio relativo a tutta la troupe del film , i numeri sono inquietanti.

Alla lavorazione di “The conqueror” parteciparono 220 persone e, di queste, 91 avrebbero sviluppato una forma tumorale più o meno grave entro il 1980

Sulla base di questi dati, nello stesso anno, il dottor Robert Pendleton, professore di Biologia all’Università Statale dello Utah, affermò che i numeri erano tali da giustificare l’utilizzo del termine “epidemia” e che, a suo giudizio, c’erano gli estremi per chiedere un risarcimento al governo federale (tuttavia, non lo fece nessuno). Secondo Pendleton, data la composizione del gruppo di 220 persone per sesso e per età, ci si doveva aspettare all’incirca un numero pari a 30 casi di cancro tra loro.

Scrisse Pendleton: “Con questi numeri, questo caso potrebbe considerarsi come una epidemia. Stabilire una connessione tra le radiazioni e la ricaduta nel cancro nei singoli casi è praticamente impossibile, non porta a nulla di conclusivo. Ma, all’interno di un gruppo di queste dimensioni, ci sarebbe da aspettarsi solo una trentina di casi di cancro… penso che il legame alla loro esposizione sul set di Il conquistatore potrebbe essere sostenuto in tribunale

Anche a Pendleton ha risposto qualche scettico, citando i dati epidemiologici sul cancro nella popolazione statunitense: l’incidenza media è del 43% tra gli uomini e del 39% tra le donne (il rischio di morire è rispettivamente del 23% e del 19%): secondo questi numeri, l’incidenza del cancro tra i membri della troupe di “The conqueror”, pari al 41,3%, sarebbe nella media. Però questo argomento non tiene conto del fatto che il cancro è soprattutto una malattia senile, per la quale la probabilità di ammalarsi aumenta con l’età, e che quindi, per avere un paragone corretto, bisognerebbe fare il confronto dei dati relativi alla troupe con i tassi di incidenza medi misurati solo per le classi di età corrispondenti, che sicuramente sono molto più bassi del valore medio nazionale.

Il produttore Howard Hughes visse la catena di lutti seguita al film come una tragedia personale. Quando gli attori cominciarono a morire, comprò tutte le copie esistenti del film spendendo 12 milioni di dollari e lo fece sparire dalla circolazione. Continuò però a vederlo ossessivamente sulla sua stazione televisiva privata via cavo, insieme a un altro film, “Base artica zebra”. Quest’abitudine è solo una delle tante che dimostrano il suo deterioramento mentale negli anni prima della morte, sopraggiunta a 70 anni il 5 aprile 1976 durante uno dei suoi innumerevoli spostamenti da un albergo a un altro tramite jet privato, in condizioni di malnutrizione e coperto di piaghe da decubito, nonostante fosse uno degli uomini più ricchi del mondo e, a parte un’insufficienza renale, non soffrisse di nulla.

Dopo la morte di Hughes, nel 1979, i diritti del film furono acquistati dalla Universal Pictures che ancora oggi, a volte, lo trasmette sui suoi canali televisivi.

Avatar
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.