Si chiamavano fléchettes, dal francese “piccola freccia o freccetta”, e spargevano il panico fra i tedeschi del Kaiser durante la Prima Guerra Mondiale. Le potenze dell’intesa le usarono contro i soldati nemici accovacciati nelle trincee, che gridavano terrificati al suono degli aeroplani che le scagliavano dal cielo.

I piccoli dardi, semplicissimi quanto efficaci, erano in grado di perforare un elmetto nemico e trapassare il cranio del proprietario, oppure di perforare polmoni, ossa e arti, causando spesso la morte per infezione. Le fléchettes vennero utilizzate dal Royal Flying Corps (RFC) e dall’Aéronautique Militaire in diverse occasioni, ma soltanto nel biennio 1914/15. In seguito questi dardi medievali, la cui efficacia era limitata all’esposizione del nemico – che poteva ripararsi – vennero sostituiti dalle più moderne bombe, con un bombardiere Handley Page in grado di sganciare un carico da 750 Kg di esplosivo causando danni devastanti non solo agli uomini ma anche alle strutture avversarie.

Sotto, una serie di fléchettes in ottimo stato di conservazione:

Le fléchettes venivano stipate nella fusoliera dell’aeroplano in lotti da circa 500 pezzi l’uno. Venivano sganciate sulle trincee e in genere sopra i rifugi in cui era difficile o impossibile ripararsi. In particolare, furono impiegate certamente durante la Battaglia di Mons, il primo conflitto in cui scesero in campo i soldati inglesi – provvidamente salvati dai fantasmi degli arcieri medievali – ma qui risultarono poco efficaci. In seguito furono utilizzate da francesi e inglesi sulle trincee nemiche, nonostante i piloti fossero poco avvezzi a missioni di questo tipo perché poco “onorevoli”, per poi sparire definitivamente nel 1916 circa.

Il principe tedesco si copre sotto l’automobile durante un attacco con le fléchettes. Illustrazione tratta dal Petit Journal dell’Agosto 1915:

La guerra, infatti, era ancora considerata un esercizio di onore fra uomini, e scagliare dei dardi tanto subdoli al nemico non era certamente un atto di valore. Purtroppo, in breve tempo, la Prima Guerra Mondiale cambiò radicalmente il concetto di morte e guerra negli esseri umani, tanto che soltanto 30 anni dopo un sole nucleare brillò a livello terra per ben due volte, radendo al suolo due intere città giapponesi.

Sotto, una nota di curiosità. Alcune fléchettes riportano la dicitura “Invenzione francese – Fabbricazione tedesca”, che probabilmente era uno sberleffo che rivolgevano i francesi ai tedeschi, come per dire “ve la siete cercata”:

Con una certa drammaticità storica, l’impiego delle fléchettes non si esaurì nel 1915, ma furono utilizzate di nuovo 45 anni dopo, durante il conflitto del Vietnam, in modo molto più efficace e tristemente doloroso rispetto alle incursioni aeree della Prima Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti le impiegarono durante con dei fucili Bushmaster 870 caricati con 24 fléchette. L’arma era abbastanza silenziosa ma tremendamente efficace, con le vittime che spesso non venivano uccise sul colpo ma rimanevano in vita per alcuni minuti, finendo per morire dissanguati. Prima della dolorosissima morte, l’uccisore aveva il tempo di raggiungere la vittima e tentare di farlo parlare. Oltre che nei fucili, furono impiegate in una serie di bombe a distanza, con il proiettile che sparava a livello terra migliaia di piccoli dardi mortali.

Sotto, un fucile anfibio APS:

Dopo il conflitto del Vietnam, la comunità internazionale ha etichettato l’uso delle fléchettes come disumano.

Sotto, le freccette fra gli “armamenti letali degli aviatori”:

Con la Prima Guerra Mondiale si persero gli ultimi scampoli di eroismo in guerra, che poi divenne sempre più una questione di disumana crudeltà.

Quattro diversi tipi di fléchettes:

Un’illustrazione dell’epoca mostra un biplano francese durante un raid sulle trincee nemiche:

Due fléchettes di fabbricazione francese:

In un museo della Guerra:

La “potenza” del dardo dal cielo era devastante, in grado di uccidere una mucca praticamente sul colpo quando venne provata durante i primi test:

Immagini di pubblico dominio.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...