Il caso dell’omicidio dell’uomo di Somerton, conosciuto anche come Taman Shud, è uno dei misteri più strani e affascinanti (per appassionati del genere) del secondo dopoguerra. La storia inizia con un episodio che potrebbe apparire banale, comune a tanti altri delitti, o suicidi. La mattina del 1° Dicembre del 1948 un uomo venne trovato morto sulla spiaggia vicino Somerton Glenelg, in Australia. L’uomo era sdraiato sulla schiena come se fosse addormentato. Il braccio destro era piegato e quello sinistro disteso a lato. Il cadavere era ben vestito e, fatto curioso nel 1948, privo di cappello. Aveva una sigaretta intonsa sull’orecchio destro e una a metà sul colletto della camicia. Per il resto, appariva una persona come tante altre, eccezion fatta per l’abbigliamento, eccessivamente pesante viste le calde temperature della zona.

tamam-shud-uomo-somerton-04Il corpo fu trasportato all’ufficio del medico legale e si scoprì che tutte le etichette dei vestiti erano state rimosse, particolare che lasciava il cadavere privo di indizi in grado di svelarne l’identità. Diversi testimoni affermarono di aver visto quella persona sulla spiaggia dalla sera prima, e che avrebbe potuto cambiare posizione del braccio, anche se non ne erano sicuri. Le scarpe erano eccezionalmente pulite, come se fosse arrivato sulla spiaggia sollevato da terra. Visto che la vittima non venne riconosciuta, ne venne fatto un calco in gesso, e il cadavere imbalsamato.

tamam-shud-uomo-somerton-03Il medico che effettuò l’autopsia affermò che lo stato di salute dell’uomo era ottimo, ma che una dose di veleno aveva provocato le ulcere e un’emorragia interna che ne causarono la morte. Il rapporto tossicologico non mostrò tracce di sostanze tossiche, e il medico legale fu costretto a concludere che la morte fu causata da una sostanza sconosciuta.

tamam-shud-uomo-somerton-07Fu ritrovato un piccolo pezzo di carta con su scritta la frase “Tamam Shud“, che significa “finito” o “concluso”, in Persiano, in una tasca nascosta dei pantaloni dell’uomo. Gli investigatori scoprirono che la frase proveniva dall’ultima pagina del Rub’ayyāt, una raccolta di poesie persiane dell’XI° secolo.

Del libro, però, non v’era traccia

tamam-shud-uomo-somerton-01

Nota storica: la dicitura corretta è Tamam Shud, ma sin dal 1948 nei media occidentali fu riportato “Taman Shud”, un caso di errore ripetuto sin dagli albori della vicenda.

Un testimone, rimasto anonimo, aiutò la polizia a trovare il volume dal quale proveniva il pezzettino di carta, libro che aggiunse un ulteriore tassello ad un puzzle già intricatissimo. L’uomo trovò il libro, un’edizione rarissima risalente a quasi un secolo prima tradotta da  Edward FitzGerald, sul sedile posteriore della propria auto, parcheggiata a Glenelg, circa a metà Novembre. Il retro del libro riportava un numero di telefono australiano, un numero sconosciuto e una sequenza di 5 righe di testo che sembravano essere un codice segreto.

Il mistero era già fittissimo

tamam-shud-uomo-somerton-06Qualche giorno dopo il ritrovamento del cadavere, a Gennaio del 1949, gli investigatori australiani scoprirono una valigia in un guardaroba pubblico presso la stazione di Adelaide. La valigia conteneva diversi oggetti fra cui alcuni capi d’abbigliamento compatibili con il defunto, forbici e attrezzatura di toeletta. Gli abiti però avevano, a loro volta, le etichette con il nome tagliate. La valigia era di fattura statunitense, quindi l’uomo poteva averla acquistata dagli Stati Uniti o da qualcuno che l’avesse comprata là (ancora non esistevano le vendite via internet).

tamam-shud-uomo-somerton-10L’unico indizio reale dell’inchiesta era il numero di telefono del retro del libro Rub’ayyāt, corrispondente ad una donna:

l’infermiera Jessica Thomson

La Thomson, cognome da sposata che assunse solo nel 1950, abitava a Moseley Street a Glenelg (dove fu trovato il libro qualche tempo prima dell’omicidio) e negò di conoscere l’uomo. I testimoni che assistettero all’identificazione svelarono però un’inquietante realtà: quando gli investigatori le mostrarono il gesso la donna quasi svenne, anche se continuò ad affermare di non conoscere la persona del calco. Gli indizi riguardo il coinvolgimento della Thomson, o meglio della Powell, cognome da nubile, erano ben più d’uno:

  1. Jessica Powell ebbe un figlio nel 1947 che affermò essere del suo futuro marito Prosper
  2. Il bambino rivelò in seguito un’ipodontia e una particolare conformazione delle orecchie, identiche a quello dell’uomo di Somerton (probabilità verificabile in un caso su qualche milione). Un giudice australiano nel 2011 negò il permesso per l’esumazione del cadavere e l’esame del DNA.
  3. La Powell affermò che, durante la guerra, aveva posseduto una copia del Rubʿayyāt, ma che l’aveva ceduta ad un uomo di nome Alfred Boxall, il quale si dimostrò del tutto estraneo alla vicenda
  4. La donna disse poi di aver sentito Boxall dopo la Guerra, ma di avergli comunicato di esser sposata (circostanza contrastante perché si sposò solo nel 1950)
  5. La Powell conosceva il Russo, una cultura linguistica assai strana in quel periodo
  6. La donna ottenne, non si sa come, il completo silenzio stampa sul proprio nome (addirittura si pensa che quelli usati siano pseudonimi dell’investigatore Gerald Feltus in un libro del 2010) e i particolari del suo coinvolgimento emersero solo mezzo secolo dopo
  7. Kate Thomson, figlia naturale di Jessica e del marito, affermò che la madre le avesse confessato di aver mentito alla polizia, e di conoscere l’identità dell’uomo di Somerton.

Dell’uomo di Somerton, del suo nome e dei motivi e cause della sua morte per avvelenamento non ci rimangono che indizi e supposizioni

uomo-somertonPotrebbe essersi trattato di una spia sovietica? Potrebbe essersi suicidato in seguito ad un incontro finito male con l’amante Jessica Thomson? Potrebbe esser stata l’infermiera l’esecutrice materiale del delitto? Oppure potrebbe esser stata una testimone messa a tacere con la minaccia per la sua vita? O forse nessuna di queste ipotesi ma solo un’infinita serie di coincidenze?

Tutti quesiti che, con ogni probabilità, rimarranno sepolti con la mummia dell’uomo di Somerton. Per sempre.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...