Svelato uno dei misteri delle Piramidi dell’Antico Egitto

Faccio subito una precisazione: non si tratta di un titolo clickbait, la ricerca pubblicata su Nature svela davvero uno dei misteri della costruzione delle piramidi d’Egitto, a mio parere quello principale. Nel corso dei secoli sono stati tantissimi a fare delle ipotesi su come gli enormi blocchi di pietra e granito siano stati portati fino alla cima delle piramidi, ne parla per primo Erodoto nel V secolo e poi a seguire Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio e altri autori antichi, per poi arrivare alle soluzioni avanzate durante il ‘900. Alcuni suggeriscono che ci fossero delle rampe che aiutavano i lavoratori a portare su i blocchi, altri parlano di strumenti come leve e simili. Fra queste una sarà quella corretta, naturalmente nessuno per ora sa qual è ma siamo sicuri che ci sia, ma non viene spiegato un problema di fondo, anzi IL problema di fondo: come arrivavano questi blocchi nel luogo di costruzione dalle cave di pietra distanti centinaia di chilometri, e perché le piramidi si trovano tutte a diversi chilometri di distanza dal Nilo? Passi la Piana di Giza, ma perché anche tutte le altre piramidi si trovano lontane dal corso del fiume?

Torniamo indietro di migliaia di anni nel passato. Quando i faraoni edificano le grandi piramidi di Giza, siamo circa a 4.600 / 4700 anni fa, è necessario trasportare enormi quantità di roccia e granito dalle cave sino alla piana stessa, e all’epoca non ci sono gru o camion. I materiali provengono da diverse cave egizie, fra cui Tura, Assuan e altre. Affrontiamo il problema della piramide più famosa, quella di Cheope, per la quale sono necessari circa 2 milioni e 600 mila metri cubi di roccia e granito, per un peso di circa 7 milioni di tonnellate. In pratica si tratta di spostare una vera e propria montagna di roccia divisa in enormi blocchi da diverse tonnellate l’uno. Per capirci: figuriamoci che all’epoca non è ancora stato scoperto il ferro, siamo ancora all’età del bronzo.

Chiunque penserebbe a trasportare questi blocchi con le navi, visto che fare anche solo pochi chilometri facendole scivolare su dei tronchi sarebbe stato impossibile. Ma c’è un problema: la piana di Giza si trova a una decina di chilometri dall’approdo più vicino del fiume Nilo. Quindi gli egizi hanno portato enormi blocchi di calcare e granito da cave lontane centinaia di chilometri grazie alle barche, e poi hanno fatto 10 chilometri a piedi dal Nilo alla piana di Giza?

Fino ad oggi potevamo ipotizzare che le pietre, ad esempio quelle estratte ad Assuan, arrivassero al Cairo via fiume, poi fossero sbarcate e trasportate in qualche modo fino alla piana di Giza. Oppure che ci fosse un sistema di canali che, direttamente al Cairo, consentisse alle imbarcazioni di arrivare vicino al sito di costruzione. 10 chilometri di viaggio con canali artificiali o con strade per 2 milioni e 600 mila metri cubi di roccia e granito, e questo solo per la piramide di Cheope. E’ chiaro che qualcosa non torna, sarebbero state necessarie centinaia di migliaia di operai e decine o centinaia di anni di lavoro, e infatti la ricerca su Nature ha svelato il mistero.

4700 anni fa nella piana di Giza arrivava un canale fluviale che oggi è completamente scomparso, quello che è stato battezzato dai ricercatori “canale di Ahramat”, che in arabo significa canale delle piramidi. Questo ramo del fiume Nilo era enorme: era lungo 64 chilometri e aveva un’ampiezza dai 200 ai 700 metri, e nel suo percorso sfiorava 31 piramidi erette fra 4700 e 3700 anni fa.

Si trattava di un vero e proprio fiume, e i ricercatori spiegano quindi che il Nilo doveva avere una portata d’acqua molto superiore a quella attuale. Lungo il corso del canale di Ahramat sorgono le piramidi di Giza, quelle di Abusir, quelle di Saqqara, quelle di Dahshur, e quelle di Lisht, che oggi sono tutte lontanissime dal Nilo e delle quali non si spiegherebbe la posizione senza la scoperta del canale di Ahramat.

Quel canale serviva quindi a connettere persone e culture ma soprattutto materiali di costruzione lungo una via d’acqua oggi totalmente perduta, che ha lasciato la sua traccia invisibile nel corso dei secoli con alcune delle strutture più amate dagli appassionati di archeologia mondiale. Lungo l’Ahramat venivano trasportati quei milioni di metri cubi di roccia che costituiscono le piramidi, ma probabilmente anche migliaia di migliaia di lavoratori, che potevano partire da Assuan e percorrere 800 chilometri verso Il Cairo e raggiungere la piana in totale sicurezza.

La scoperta è stata fatta grazie a strumenti di ispezione tecnologica avanzatissimi come indagini geofisiche con radar a penetrazione del terreno (GPR) e tomografia elettromagnetica (EMT). Strumenti che hanno consentito non solo di capire dove si trovasse il fiume ma anche quanto fosse profondo e quanto fosse largo. Telerilevamento satellitare e mappe storiche, l’indagine geofisica e il carotaggio dei sedimenti, integrati da risorse archeologiche. L’utilizzo di questa serie di tecniche investigative ha permesso di comprendere la natura e la relazione dell’ex ramo di Ahramat con la posizione geografica dei complessi piramidali in Egitto. Dettagli che ci consentono di avere un’idea precisa riguardo le sue effettive potenzialità di trasporto.

Ma perché poi il fiume Ahramat scompare? I ricercatori avanzano l’ipotesi che nel corso del tempo l’inclinazione della pianura alluvionale del nilo verso nord-est sia dovuta all’attività tettonica, e quindi lo spostamento d’acqua abbia sfavorito il corso dell’Ahramat. Poi un grosso spostamento di sabbia, legato alla desertificazione del Grande Sahara, potrebbe aver ridosso la portata del fiume, e infine una riduzione delle precipitazioni potrebbe aver definitivamente fatto scomparire quella antica via d’acqua.

L’importanza della scoperta dell’Ahramat non è legata solo al fatto che oggi sappiamo con certezza come fecero gli egizi a muovere milioni di metri cubi di roccia lungo un territorio vastissimo, e perché le piramidi si trovino esattamente dove si trovano. E’ importante conoscere il corso dell’Ahramat perché potrebbe prevenire opere di urbanizzazione selvaggia e spingere le università a fare scavi archeologici dove si trovavano gli approdi e centri di smistamenti delle merci di questo antico corso fluviale. Un augurio per quell’Egitto che conserva la civiltà antica che forse ha più affascinato gli archeologi dell’800 e del ’900 per i suoi infiniti misteri. Una civiltà che, da oggi, ci nasconde un segreto in meno, ma che mantiene immutato il suo fascino straordinario.


Pubblicato

in

da