“….mi è mancato il fiato”. Quante volte abbiamo detto o sentito questa espressione: é talmente forte l’ansia o la paura che ci siamo immobilizzati bloccando il diaframma, respirando il minimo indispensabile alla sopravvivenza. Una tecnica di sopravvivenza del mondo animale, del quale facciamo parte, è quella di non farsi notare; “fare il morto” è uno stratagemma difensivo, se il nostro respiro è sonoro lo stratagemma non funziona.

La ragione più importante di una respirazione ridotta è il bisogno di troncare spiacevoli sensazioni ma quasi sempre questo bisogno non è conscio, basti pensare agli attacchi di ansia fino ad arrivare al panico: quasi mai ci rendiamo conto del perché arrivino e questo ci terrorizza ancora di più , innescando una reazione a catena che ci porta a non respirare (o quasi). Il diaframma è una cupola muscolare che separa il torace dall’addome ed ha una particolare importanza per i rapporti che ha col sistema neurovegetativo: passa da qui il nervo vago che regola tutta la nostra vita vegetativa e e condiziona in particolare modo la meccanica digestiva.

Una buona e profonda respirazione ci consente non solo di ricevere l’ossigeno indispensabile per i nostri processi metabolici ma anche, potendo lasciar andare le tensioni, liberare l’emozione che l’ha bloccata. Ogni tensione è un ostacolo per la nostra capacità di percepire noi stessi: se la tensione è generata da una emozione per noi pericolosa queste parti saranno bloccate, insensibili portandoci a vederci in modo illusorio.

Non è un caso se tutte le discipline olistiche, dallo yoga alla mindfulness all’autoipnosi fino alla psicoterapia corporea, iniziano con l’insegnamento di una respirazione profonda. Con l’aiuto di un bravo trainer, eseguendo esercizi specifici, possiamo sciogliere tensioni e blocchi ed in special modo il diaframma: non dobbiamo iperventilare ma
reimparare a lasciarsi respirare naturalmente, come fanno i neonati (alzando e abbassando anche l’addome) e che da adulti non sappiamo più fare.

Questo potrebbe esser l’inizio per portare la nostra attenzione al nostro corpo, aumentare la percezione dei nostri cambiamenti somatici rispetto alle emozioni che
stiamo vivendo. Gli esercizi di bioenergetica, ad esempio, aiutano ad avere una maggiore percezione corporea e ad accorgerci quando siamo tesi, quale parte del corpo stiamo tenendo in tensione: questo è il primo passo perché successivamente si possa sciogliere il respiro e la tensione.

Particolare importanza questi esercizi possono assumere in ambito sportivo dove gli incidenti muscolari sono in agguato perché non ci accorgiamo della tensione in alcune parti del corpo e soprattutto questi esercizi assumono particolare importanza nel raggiungere le performances con un adeguato rilassamento dato dalla respirazione: se portiamo la nostra attenzione alle sensazioni corporee togliamo le emozioni disturbanti che arrivano dall’esterno.

Allenarsi con tenacia non basta: il potenziale muscolare spesso non emerge perché nostri condizionamenti inconsci bloccano l’espressione del nostro valore. E’ importante quindi vincere gli impedimenti inconsci. Gli esercizi di bioenergetica possono aiutare in questo facendo leva sulle motivazioni profonde. Soprattutto per gli sportivi gli esercizi includono:

  • accompagnamento della motricità con la respirazione profonda e la voce;
  • lavoro sui piedi, le articolazioni coinvolte con il “radicamento” a terra e scioglimento delle tensioni;
  • stabilire un dialogo tra inconscio e mente razionale, tra emozioni corporee che ci inibiscono e quelle vincenti.

Vincere sul campo è prima di tutto vincere i propri blocchi. Facendo una ricerca sulle performances, degli atleti (americani) sono stati accompagnati da trainer negli allenamenti che hanno con loro eseguito esercizi di
bioenergetica, il risultato è stato questo:

  • aumento della soglia aerobica;
  • diminuzione del tempo di recupero;
  • assenza di infortuni;
  • diminuzione della frequenza cardiaca;
  • livelli di ansia e stress normalizzati;
  • miglioramento delle performances sportive.

Vincere sul campo è prima di tutto vincere i propri blocchi.

Maria Pia Fraccaro

Maria Pia Fraccaro lavora come formatrice e supervisore in corsi triennali per Counselor, in corsi di aggiornamento per insegnanti ed educatori.
Psicomotricista ad approccio relazionale ha poi integrato la sua formazione all’Istituto di Psicologia Somatica per proseguire la prevenzione e il sostegno in ambito familiare. Ha formato gli insegnanti di sostegno come docente a contratto all’Università della Valle d’Aosta.

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