La calura del pomeriggio sta svanendo, anche se la luce continua a filtrare tra i rami delle querce e dei faggi. Ѐ ormai piena estate nella Valle del Senio, in un anno imprecisato tra Sette e Ottocento. Sono i giorni più lunghi dell’anno quelli a ridosso del solstizio. Il fiume scorre placido e monotono. L’acqua della gora, ormai imprigionata dalla chiusa di legno, si acquieta. La ruota del mulino al limitare del bosco smette di girare. In lontananza la campana della pieve ha battuto sette rintocchi e il mugnaio ha quasi finito il suo lavoro. Ancora qualche sacco di farina da sistemare con l’aiuto del garzone e ci si potrà finalmente sedere a tavola per la cena.

C’è fermento tra le donne di casa. Mentre la madre è intenta a cucinare al camino, le figlie si attardano nei prati e nel sottobosco a scegliere erbe speciali per l’occasione: la lavanda, la felce, l’erba carlina, l’artemisia, il rosmarino, la salvia, l’Iperico o Erba di San Giovanni. Il giovane garzone le segue incuriosito e apprende che quelle sono erbe officinali, medicamentose, addirittura magiche! Siamo alla vigilia del giorno della natività di San Giovanni Battista, la notte tra il 23 e il 24 giugno. Secondo la tradizione devozionale delle campagne sono impiegate nella preparazione di amuleti e nella difesa della casa e della famiglia dalle arti oscure. La particolare situazione astronomica del periodo del solstizio d’estate catalizza le qualità delle piante, potenzia la forza dei rituali magici, tanto nella magia nera quanto nella protezione dalla stessa. Nel periodo tra il 19 e il 24 giugno il sole raggiunge la sua massima inclinazione positiva rispetto all’equatore e pare fermarsi prima di ricominciare la sua discesa che condurrà lentamente verso l’autunno e l’inverno.

Si dice che nella notte di San Giovanni tutto può accadere, a tutto si può porre rimedio

Le “azdore” (massaie in dialetto romagnolo), reggitrici del focolare domestico e le guaritrici, depositarie dei segreti della religiosità popolare, tramandano, di generazione in generazione, i metodi di utilizzo del grande potere occulto della “rugiada di San Giovanni”. Essa sarebbe una panacea in grado di curare qualsiasi problematica fisica, con una importante funzione apotropaica. La si può raccogliere dai prati stendendovi panni da strizzare poi in un recipiente, altrimenti ci si può rotolare sull’erba per cospargersi interamente, parti intime comprese, al fine di creare una vera e propria barriera preventiva a difesa del proprio corpo dal malocchio, dai malefici, dalle malattie e dalla cattiva sorte.

Il Crocicchio dei Sette Fonti, fotografia condivisa con il permesso dell’autrice, Giorgia Console Camprini:

Le figlie del mugnaio, dopo cena, sotto lo sguardo vigile della madre, preparano le erbe e le mettono a bagno in un bacile che sarà esposto per tutta la notte fuori dalla finestra, così da raccogliere la rugiada e potenziare al massimo le proprietà del composto così ottenuto. Si tratta dell’Acqua di San Giovanni che il mattino seguente le donne utilizzeranno per lavarsi al fine di preservare la bellezza e allontanare le malattie.

Nella simbologia della tradizione cristiana la rugiada rappresenta le lacrime di Salomè che, secondo la leggenda, pentita per aver preteso da Erode la testa del Battista la coprì di baci e lacrime. Dalla bocca del Battista uscì un vento fortissimo che la rapì facendola vagare nell’aria per l’eternità proprio in questa notte.

Il Crocicchio dei Sette Fonti, fotografia condivisa con il permesso dell’autrice, Giorgia Console Camprini:

Le erbe di San Giovanni vengono anche affisse, come sigillo magico, alle porte di casa, legate alle finestre e sulla culla dei neonati per proteggerli dalle malie delle fattucchiere. L’artemisia offre protezione dal malocchio. La salvia protegge dalle creature malvagie. Il rosmarino e la ruta, a forma di croce, hanno la proprietà di scacciare i diavoli. L’erba carlina, inchiodata all’uscio di casa, serve a impedire il passo malefico della strega, la quale sarà costretta a contarne tutti i capolini fino al sopraggiungere dell’alba. L’iperico dai fiori gialli deve essere tenuto sul corpo tutta la notte per proteggere dalle sventure e garantire sonni sereni e, fuori dalla porta, per vegliare sulle famiglie.

Come in altre feste liturgiche cristiane nel giorno di San Giovanni convergono riti precristiani, indoeuropei e celtici, esaltanti i poteri della luce e del fuoco e che sono comuni a tutte le culture sin da tempi immemorabili. I contadini e gli abitanti accendono falò per scacciare il male e per propiziare la luce del sole nel momento del suo maggior fulgore, specularmente ai ceppi accesi durante le dodici notti del solstizio d’inverno per illuminare i giorni più corti dell’anno. Entrambi i versanti della Valle del Senio si costellano di luci in lontananza, bagliori nell’oscurità di una notte misteriosa dove la lotta occulta tra il Bene e il Male prosegue senza quartiere.

Il Crocicchio dei Sette Fonti, fotografia condivisa con il permesso dell’autrice, Giorgia Console Camprini:

Intanto il mugnaio, la moglie e le figlie si sono coricati. Solo il giovane garzone è sveglio nel suo pagliericcio: ha in mente qualcosa. La sua curiosità è smisurata e incosciente: si è messo in testa da qualche tempo di voler vedere le streghe al Crocicchio di Settefonti, come gli raccontava la sua povera nonna prima di dormire. In mezzo al bosco sulla strada per Zattaglia, verso il crinale appenninico tra le valli del Senio e del Lamone, si trova uno strano incrocio formato da ben sette strade, fra carraie e sentieri, situato vicino a un cimitero.

Si dice che i crocicchi abbiano valore magico solo se le strade che vi si intersecano sono di numero dispari, inoltre, più sono le strade, maggiore è il potere del crocicchio. A Settefonti si incrociano addirittura sette strade. Il sette è un numero dal forte significato esoterico e la vicinanza di un cimitero ne fa un vero e proprio portale tra il mondo dei vivi e quello dei morti. L’intersezione di più strade, infine, funge da metafora dell’incontro non solo tra dimensioni diverse ma anche di percorsi diversi per l’uomo, che nel suo libero arbitrio può decidere di seguire l’oscurità o la luce.

Il Crocicchio dei Sette Fonti, fotografia condivisa con il permesso dell’autrice, Giorgia Console Camprini:

Infatti nelle campagne romagnole, ancora oggi, si trovano nei crocicchi colonnine con edicole votive che custodiscono immagini della Madonna o di Santi, proprio per contrastare l’azione del maligno. Le streghe si incontrano per fare malefici e proseguire con le forze infernali verso il famigerato Noce di Benevento, presso il fiume Sabato, per prendere parte al sabba nelle notti di tregenda ed evocare la presenza del demonio stesso sotto le forme di un caprone nero. Inoltre, in magia nera, l’adepto suggella il patto col diavolo sotterrando al centro del crocicchio una ciocca di capelli insieme al proprio sangue. Le streghe si levano in volo, dopo essersi cosparse di un particolare unguento ottenuto con ricette e rituali blasfemi, a cavallo di scope, creature infernali o animali notturni. Sono invisibili ai profani nel loro viaggio. Per poterle vedere è necessario munirsi di un forcale da fieno a due greppi e mettere il mento sulla biforcazione.

Il giovane garzone ricorda bene ogni parola della nonna su questo argomento e passa all’azione. Dopo aver impugnato un forcale di legno si allontana dal mulino alla luce della luna. Nel buio del bosco riconosce il lumino dell’edicola votiva: ci siamo, pensa, è il Crocicchio di Settefonti. Una brezza leggera muove le frasche tutte intorno, poi nulla.

Forse è giunto il momento del passaggio delle streghe…

Il giovane garzone pianta nel terreno il forcale, poi in punta di piedi infila la testa tra i due greppi. Non lo avesse mai fatto. Dinanzi a lui si materializza una tremenda visione: un corteo silente di donne di ogni fattezza, anziane e orrende, giovani e avvenenti, lucide di sudore e di un unguento simile al grasso animale, tutte a cavallo di un gregge di pecore nere dagli occhi rossi di brace. Un forte odore di zolfo impesta l’aria e la temperatura attorno si è abbassata di molto.

Il Crocicchio dei Sette Fonti, fotografia condivisa con il permesso dell’autrice, Giorgia Console Camprini:

Una delle figure diaboliche si accorge della presenza del ragazzo. Lo guarda con occhi completamente neri, senza bianco, come quelli di uno squalo. Egli rimane impietrito. La strega gli chiede cosa stia facendo così impiccato sul forcale. Il ragazzo sa che dalla risposta dipende la sua sorte. Il cuore è a mille. I secondi sono interminabili. Poi, come un lampo di luce, si ricorda gli insegnamenti della nonna e la risposta da dare:

Bene vada chi deve andare!

La strega distoglie lo sguardo e continua nel suo viaggio con tutte le sorelle.

La visione volge al termine. Il garzone sfila la testa dal forcale. Sta albeggiando sui crinali. Con l’affanno, bianco come un cencio, il ragazzo ritorna al mulino, nel suo pagliericcio dove non riuscirà a dormire per la paura passata. L’indomani e i giorni a venire non potrà fare altro che chiudersi in un tetro mutismo. Si riprenderà… prima o poi, ma una cosa è certa: non dovrà fare parola con nessuno di ciò che ha visto, altrimenti sarebbe perduto e morirebbe dannato all’istante.

Rispetta il SILENTIUM recita la figura su uno dei tarocchi maggiori, con il dito dinanzi alla bocca.

Nicola Marchi
Nicola Marchi

Laureato in giurisprudenza, diplomato in archivistica, diplomatica e paleografia, già cultore della materia presso la cattedra di storia del diritto medievale e moderno all’Università di Bologna, appassionato di storia militare e storia del costume, pittore, umanista. Amo lo studio e la ricerca, le biblioteche e gli archivi storici, i musei, i viaggi. Cerco di trasmettere alle persone le mie passioni attraverso l'attività di divulgatore in collaborazione con Riccardo Dal Monte.