L’Islanda del XVII secolo non era certamente un luogo ameno dove condurre un’esistenza piacevole: disastri naturali e clima difficile, incursioni costanti di pirati, una disparità economica notevole tra le diverse classi sociali. Solo i cittadini più ricchi potevano permettersi di vivere in edifici di pietra, mentre i contadini conducevano una vita durissima. Come spesso avviene in situazioni in cui la speranza di miglioramento è assai scarsa, e l’accesso al sapere ancora di più, anche nella fredda Islanda molte persone si rivolsero alla stregoneria come fuga intellettuale a una vita di enormi difficoltà.

Sotto, l’esterno del museo, fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Naturalmente, le pratiche magiche non erano accettate, e venivano perseguite anche lassù, ai confini del mondo

Il cristianesimo divenne religione ufficiale in Islanda attorno all’anno 1000, ma la precedente cultura pagana non poteva essere estirpata dall’oggi al domani. Le due religioni, qui come in molti altri luoghi del pianeta, andarono a fondersi, mescolando riti e credenze, tanto che alcuni incantesimi si servivano di simboli cristiani, come il vino consacrato, per portare benefici a chi li praticava. Gli esperti di magia si applicavano per ottenere risultati prevalentemente pratici, come un clima favorevole, o più latte dagli animali, malgrado qualche incursione in ambiti meno pragmatici (anche se sempre utilitaristici), come ottenere l’invisibilità.

Fonte immagine: Jennifer Boyer/Flickr

Nella cittadina di Holmavik, sulla costa occidentale dell’Islanda, c’è un piccolo e stravagante museo, lo Strandagaldur, conosciuto anche come il Museo della Magia e della Stregoneria Islandese, dedicato alle pratiche occulte diffuse nel paese nel XVII secolo.

Un “non morto” si fa strada attraverso il pavimento

Fonte immagine: Jennifer Boyer/Flickr

Ci sono pantaloni fatti di pelle umana, i nábrók, che dovevano garantire a chi li portava una ricchezza illimitata, ma le modalità per confezionarli erano talmente strane e terribili che forse rappresentavano una possibilità poco attraente; sono esposti legni magici, che potevano servire a diverse cose: dalla possibilità di vedere i fantasmi a quella di far innamorare qualcuno; strane creature chiamate tilberi, simili a serpenti a due teste, che dovevano aiutare chi le chiamava (con un rituale complicatissimo) a rubare il latte di capra di qualche vicino.

I “Tilberi” – strani animali magici simili a serpenti con due teste

Fonte immagine: Bernard McManus/Flickr

Il museo è stato inaugurato nel 2000, da un gruppo di persone che voleva portare un flusso turistico nella zona grazie alla fama della regione, quella dei Westfjords, che ancora conserva aspetti folcloristici, storie, leggende, legati alle tradizioni magiche del passato. La collezione di reperti, in realtà riproduzioni, ha richiesto anni di ricerche su testi antichi, annali e altre fonti.

Fonte immagine: Jennifer Boyer/Flickr

Inizialmente la popolazione locale si era opposta alla creazione di questo tipo di museo, ma il grande afflusso turistico, ed il conseguente ritorno economico, ha fatto cambiare idea un po’ a tutti.

Coppa sacrificale vichinga

Fonte immagine: Bernard McManus/Flickr

Sigurður Atlason, uno dei fondatori del Museo, sa che i visitatori sono attratti dagli aspetti più macabro/sensazionalistici dell’esposizione, ma tiene a sottolineare che lo Strandagaldur vuole essere anche un monito per non riproporre, in modi e con fini diversi ma sostanzialmente analoghi, quella caccia alle streghe così deprecata a secoli distanza, ma così terribilmente incombente anche nella moderna società globalizzata.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.