Di lui parlano storici e filosofi, ed è certo che visse circondato da grande notorietà, per la sua attività di poeta di canti solistici e corali accompagnati dalla cetra, una tecnica molto apprezzata nel suo tempo e definita citarodica.

Restano peraltro a noi molti dubbi, perché le fonti antiche sono dense di trame leggendarie e racconti tramandati oralmente, e purtroppo rimangono pochi frammenti delle sue opere, per cui è stato difficile delineare il personaggio storico.

Si ritiene che il poeta sia vissuto tra il VII e il VI sec a.C. e che Stesicoro ( ovvero “ordinatore di cori”) fosse in realtà il soprannome conferitogli per la sua innovazione nell’ambito della rappresentazione degli spettacoli.

Busto di Stesicoro a Roma

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Secondo la SUDA, l’enciclopedia bizantina dell’antichità classica meridionale, fu il primo infatti a dirigere un coro ben ordinato cantando accompagnato dalla sua cetra. Il suo vero nome era Tisia – distinto da Tisia di Siracusa, fondatore della retorica greca – e dovrebbe esser nato tra il 632 e il 629 a.C. a Metauro, l’odierna Gioia Tauro, che durante la colonizzazione della Magna Grecia era sottomessa alla città di Locri; qui ebbe modo di frequentare la scuola locrese, nota per la tradizione dei componimenti epici e dei canti corali, tramandata da Senocrito. Aristotele ne conferma la sua presenza anche come insegnante. Pare che tra i suoi allievi vi fosse Egino Ibico, altro noto poeta citaredo della Magna Grecia del 560 a.C.

Il lavoro per i suoi facoltosi committenti e per eventi pubblici, fece viaggiare molto Stesicoro durante la sua giovinezza: si esibiva durante feste cittadine (come le feste dedicate ad Apollo), con performance sia monodiche che corali, adattando abilmente la sua composizione all’evento occasionale e soprattutto al pubblico partecipante.

Tra i suoi spostamenti si ricorda il trasferimento ad Imera, antica sub-colonia di Zancle, nell’attuale provincia di Palermo, tra Cefalù e Termini Imerese. Sempre Aristotele ci informa del suo impegno civile e politico svolto in questa città attraverso la sua poesia.

In quegli anni il popolo imerese decise di affidare la protezione della città a Falaride, tiranno di Akragas, l’odierna Agrigento, minacciata dagli abitanti di Selinunte. Per metterli in guardia Stesicoro, giovane impavido e ribelle, cantò loro la storia del cavallo e del cervo, insinuando che, come il cavallo per liberarsi dal cervo si rivolse all’uomo, rimanendo a lui sottomesso, così la stessa sorte sarebbe toccata agli imeresi se si fossero affidati all’egoista Falaride, che mirava solo ad estendere il suo dominio invadendo la città.

Bene! Cosa successe dopo? Falaride venne accolto dal popolo imerese e Stesicoro, cacciato dai suoi concittadini, trovò rifugio a Catania, dove gli furono tributati grandi onori e dove morì, tra il 556 e il 553 a.C., ucciso dal brigante Nicanore.

Busto di Stesicoro a Catania

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Durante la sua carriera si dedicò alla lirica corale per le cerimonie religiose, dando particolare fondamento alla narrazione e alla celebrazione del mito, elaborando le antiche leggende popolari greche, con particolare predilezione per quelle eroiche.

Platone nel “Fedro” ricorda Stesicoro, raccontando l’episodio in cui il poeta cantò la passione illecita di Elena – moglie di Menelao, re di Sparta – per Paride – figlio di Priamo, re di Troia – adducendola come causa della guerra di Troia. Secondo la leggenda, Elena si offese per quella versione dei fatti, e Stesicoro attirò su di sé l’ira vendicativa dei suoi fratelli, i Dioscuri, Argonauti figli di Zeus, che lo accecarono per punirlo; e sempre secondo la leggenda, per recuperare la vista, Stesicoro dovette comporre una ritrattazione (la Palinodia) dove, rinnegato il racconto precedente, il poeta descrisse una passione consumata solo tra Paride e il fantasma di Elena, rimasta fisicamente alla corte di Sparta, fedele al marito Menelao.

Elena e Paride, cratere a figure rosse, circa 380-370 a.C.

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Bisognoso di non deludere il suo pubblico, e quindi coloro che veneravano Elena come gli spartani, a cui era dedicata la Palinodia, o gli stessi abitanti di Locri, che veneravano il culto dei Dioscuri, Stesicoro si avvalse dei componimenti per non perdere il suo prestigio, a cui teneva molto, ed è probabile che sospese per un certo periodo la sua attività, accusando difficoltà alla vista.

L’oratore romano Quintiliano, di lui sottolinea l’eccellenza poetica, definendolo appunto “l’Omero dei poeti lirici”, perché fu capace di far risaltare non solo la sua capacità di cantare l’Epos (l’antico canto epico) con la sua cetra, servendosi di quella che verrà definita “Lirica” nell’ellenismo, per narrare i racconti omerici, esiodei ecc., ma ebbe anche il coraggio di cantare le figure iconiche e mitiche nelle sue narrazioni.

Questo lo spinse a sistemare i cori in una modalità ben ordinata (e da ciò il soprannome) durante i canti citaredi, e per la prima volta si ebbero componimenti lirici corali ordinati in strofe e antistrofe simmetricamente corrispondenti con epodo in chiusura: una tecnica metrica chiamata triade stesicorea, adottata da tutti i poeti melici (poeti greci cantori) monodici e corali. La grandezza di Stesicoro sta quindi nella struttura metrica del suo canto lirico, che rinnovò la tradizione letterale e musicale dei popoli del Mediterraneo.

στροφή (strofì) in greco antico significa “giro”, ma anche “girare”, ed indica la danza che il coro eseguiva in un percorso circolare attorno all’orchestra teatrale, in un’area d’esecuzione apposita per il canto corale stesicoreo, formato da un corpo di fanciulle danzanti. Questo termine spiega il senso della  struttura circolare dei teatri greci, meno in voga in epoca tardo ellenistica, come testimonia la forma ristrutturata e ridotta semicircolare di molti teatri greci. I filologi alessandrini raccolsero i  componimenti di Stesicoro in 26 libri, in parte poemetti epico-lirici e  in parte canti amorosi di cui restano solo i titoli e qualche traccia.

Stesicoro scrisse “La Distruzione di Ilio”, una sorta di seguito narrativo dei fatti raccontati nell’Iliade, dove pare avesse inserito lo stratagemma del cavallo di legno regalato alla città di Troia per poterla conquistare. Lo stesso episodio è narrato nell’Odissea, in uno dei canti di Demodoco, un cantore della corte di re Alcinoo, re dei Feaci dell’isola Scheria, che molti vedono somigliante a Stesicoro. Una leggenda vedrebbe in entrambi la stessa persona, visto che, come Demodoco anche Stesicoro divenne cieco in tarda età.

Ne “I Ritorni”, racconta appunto il viaggio di ritorno in patria degli eroi greci, dopo aver combattuto la guerra di Troia. Tra questi Agamennone, capo dell’esercito greco, assassinato al suo rientro in patria dalla moglie Clitennestra e dall’amante di lei Egisto.  Oreste, figlio di Agamennone, deciso a vendicare il padre, uccise entrambi. Il seguito di questo accadimento è narrato nell’opera “Orestea”, dedicata appunto ad Oreste e al suo redimersi per l’atto commesso. Seguendo l’indicazione dell’oracolo di Delfi, Oreste avrebbe dovuto, per purificarsi, immergersi in un’acqua proveniente da sette fonti, e per questo vagò a lungo fino alle coste tirreniche della Calabria, per bagnarsi poi nelle acque del fiume Metaurus, nella stessa terra natia del poeta.

Le sue opere non solo proseguirono quindi le tradizioni epiche, ma sembrano marcare un filo conduttore tra la tradizione omerica della città di Troia e le coste tirreniche della Calabria, dove l’attività poetica vantava grandi espressioni artistiche. Testimonianza illustre quella di Stesicoro, di come la letteratura del grande aedo greco arrivò sino in Magna Grecia, ispirando i poeti successivi nella creazione di opere in stile omerico.

Nel 1976 l’università pubblica della città di Lille, in Francia, acquisì e pubblicò tre frammenti di un papiro, ritrovato all’inizio del XX secolo dagli egittologi Pierre Jouguet e Gustave Lefebvre all’interno di un sarcofago, contenente sei triadi di “hemiepe” (forma metrica che compone il “pentametro” nella poesia greca e latina) con varie combinazioni in rime. Il Lille Stesichorus, così chiamato perché attribuito al grande poeta, conteneva un lungo discorso di Giocasta, madre e moglie di Edipo, ai figli Eteocle e Polinice. La regina propone loro, per evitare una guerra fratricida per il possesso dell’eredità di Edipo, un sorteggio tra i due fratelli, che avrebbe assegnato a uno il trono, e all’altro gli animali e il tesoro di Cadmo, antenato materno e, secondo la mitologia, fondatore di Tebe.

Edipo si separa da Giocasta

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Queste rime testimoniano la sua attività di poeta pacificatore, e il ruolo etico-politico della citarodia, nota per la sua funzione di esortare alla concordia e alla misura, e quindi contro ogni incitamento alla sedizione sociale, perché Stesicoro trovava nell’armonia musicale il riflesso dell’armonia del mondo.

Questo è il più lungo frammento di Stesicoro che si conosca, e forse il più sublime, non solo per il tema epico trattato in chiave pre-tragica (l’ironia drammatica), ma anche per l’introspezione psicologica del personaggio parlante. Stesicoro utilizzava una forma aulica del dialetto dorico, mescolando lo stile formale dei poemi omerici con il linguaggio intimistico: il risultato era ricco di solennità ed ampiezza narrativa.

Dionigi di Alicarnasso, storico greco ed insegnante di retorica durante il principato di Augusto, ricorda infatti Stesicoro per la sua “Megalopreia”, riferendosi appunto all’eccezionalità del suo stile grave e sublime.

Recenti studi hanno attribuito a Stesicoro brani di un poema del VI secolo a. C. dedicato alla Geroneide, in cui si descrive un’impresa di Eracle: il furto dei buoi del mostro Gerione, il duello fra i due e la vittoria del pastore. Questo componimento è strettamente legato, dal punto di vista linguistico, poetico e concettuale, all’Iliade, ed è stato per questo a lungo oggetto di ricerca filologica, perché il rapporto tra Stesicoro e Omero diviene più simbiotico e determinante nella risoluzione della questione omerica. A tal proposito l’intellettuale Michele Longo, nella pubblicazione “L’enigma di Omero”, avvalora tale teoria portando avanti diversi indizi che riconducono l’identità di Omero nella persona di Stesicoro, il quale dimostra di essere l’unico grande innovatore dello stile omerico.

Il mistero del sepolcro

Per tradizione si vuole credere che le spoglie del poeta siano custodite a Catania, ma è difficile sapere dove sia il suo sepolcro, che in passato si credeva posto in un’area compresa fra la piazza a lui dedicata (piazza Stesicoro, dove era ubicata una porta della città “Porta Aci”) e la piccola chiesetta di Santa Maria di Betlem, distrutta nel 1693, e ubicata forse dove oggi ha sede il Centro documentale dell’esercito di Catania, ex convento carmelitano.

A citare la chiesa come sede della tomba stesicorea sono in molti: già nel II secolo d.C. lo scrittore e geografo Pausania, e poi lo storico Fazello e la stessa SUDA. L’archeologo Guido Libertini, nel 1922, rifacendosi alle fonti classiche scrive inizialmente che le indicazioni topografiche potrebbero confermare la sede citata dallo storico Fazello, che ricorda il sepolcro nel 1541, caratterizzato da “otto gradini, otto angoli e altrettante colonne”, proprio nel  tempio dedicato a Maria di Betlem, distrutto dal terremoto del 1693. Successivamente, dall’analisi dalla più antica cartografia di Catania, risalente al 1575, pubblicata dai tedeschi Braun e Hogenbergh, parve evidente al Libertini che il sepolcro, sito fuori dalle mura cittadine, fosse collocato vicino alla chiesa di Santa Maria la Grotta che, sempre secondo le fonti classiche, nel III secolo d.C. venne dedicata a Maria di Betlem, come conferma l’illustrazione della mappa cittadina fatta da Pierre Mortier alla fine del ‘600.

Santa Maria di Betlem fu la prima chiesa della città, costruita dal quarto vescovo di Catania nel 261 d. C., dove pare si riunissero i primi cristiani perseguitati, e dove probabilmente si celebrava in segreto il culto mariano, testimoniato dall’immagine dipinta sul fondo dell’altare in pietra lavica.

Cripta paleocristiano-bizantina della chiesa di San Gaetano alle grotte

Immagine di Io’ 81 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Oggi si trova racchiusa nei sotterranei della chiesa di San Gaetano alle grotte (denominata così per la struttura di origine vulcanica), costruita in epoca normanna per nascondere la cripta sottostante, dove oggi vengono celebrate suggestive messe in greco.

Stefany Savoca
Stefany Savoca

Stefania si è laureata in filosofia, dedicandosi all'insegnamento pur mantenendo tanti hobby artistici nel cassetto. Sogna pareti addobbate dai libri, ama il cinema in ogni su aspetto, e ogni cosa che fa ha quasi sempre la musica come sottofondo.