Stanislawa Leszczyńska: l’infaticabile ed Eroica levatrice di Auschwitz

Durante gli anni ’20 e ’30, Stanislawa Leszczyńska faceva il lavoro che per lei era una sorta di missione: la levatrice. Percorreva molti chilometri nelle campagne del suo paese, la Polonia, per far nascere i bambini e assistere le partorienti, sempre impegnandosi al meglio perché mamma e neonato ricevessero tutte le cure necessarie.

Una missione dunque, che la premurosa levatrice non immaginava di dover svolgere, con l’avvento del nazismo, in un campo di concentramento, nell’inferno di Auschwitz. Dopo l’uccisione del marito in Polonia e la deportazione del figlio in un altro campo di lavoro, Stanislawa e la figlia entrarono ad Auschwitz, dove si poteva coltivare solo una speranza: sopravvivere

Poco dopo il suo arrivo, Stanislawa si rese conto che le sue competenze di ostetrica potevano essere molto utili alle donne detenute nel campo. Le baracche non erano certo luoghi adatti alle donne incinte e ai neonati, ma la levatrice era una donna pragmatica e piena di risorse, così riservò i letti vicino alla stufa al “reparto maternità”, assicurando un minimo di calore alle puerpere e ai loro bambini.

Partorire ad Auschwitz significava fare ulteriori sacrifici, rispetto alla già misera quotidianità: Stanislawa chiedeva alle gestanti di rinunciare alla loro razione di pane, da un paio di settimane prima del parto, per barattarlo con delle lenzuola, che sarebbero servite come pannolini e fasce per il neonato. Non sempre però era possibile procurare i tanto necessari teli di stoffa, così capitava che i bambini fossero avvolti con fogli di carta sporca. L’ostetrica organizzò anche una rete di solidarietà tra le neo-mamme: quelle che avevano la fortuna di avere il latte facevano da balie ai bimbi le cui madri, a causa della malnutrizione, non riuscivano ad allattare.

Nonostante le condizioni disumane e l’orrore di un presente quasi senza speranza,    Stanislawa aveva la capacità di assistere le donne, durante il travaglio, con la stessa calma e dolcezza adoperate nella sua vita precedente, prima della deportazione. Le detenute sopravvissute si ricordavano del suo stare sveglia tutta la notte, assistendo ogni donna, quasi mai a riposo. La levatrice era una figura di riferimento che per tutti divenne semplicemente “la Mamma”.

Durante gli anni in cui Stanislawa si prodigò come ostetrica, non si verificò mai un decesso, né tra i neonati né tra le mamme, nonostante l’assoluta mancanza di antisettici o di un qualsiasi strumento medico adeguato.

I nazisti presumevano, conoscendo bene la disperata situazione delle detenute, che le gravidanze non sarebbero mai state portate a termine, e che comunque i neonati non sarebbero mai sopravvissuti al parto. Quando si resero conto che sotto le amorevoli cure di Stanislawa non erano mai morti né una mamma né un bambino, le ordinarono di affogare ogni nuovo nato. La donna, nonostante rischiasse la vita, si rifiutò di eseguire quell’orrendo incarico, che fu poi affidato ad una levatrice tedesca, prigioniera nel campo perché accusata di infanticidio in Germania.

Visto che Stanislawa continuava a far nascere migliaia di bambini – si potrebbe dire la rivincita della vita sulle mortifere condizioni del campo – i nazisti cominciarono a scegliere i neonati che presentavano caratteristiche ariane per inviarli agli orfanotrofi, dove potevano essere adottati da famiglie tedesche.

La disperazione delle puerpere portò l’ostetrica a praticare un leggerissimo e nascosto tatuaggio ai bambini, nella speranza che un giorno madre e figlio potessero riunirsi. Anche il famigerato Dr. Mengele visitò il “reparto maternità” di Stanislawa, e malgrado fosse furioso per la sopravvivenza dei bambini ebrei, fece osservare ad altri medici nazisti quanto l’ostetrica fosse eccezionalmente abile, ma non solo:

Era la personificazione della speranza dei prigionieri di sopravvivere all’orrore di Auschwitz

Stanislawa riuscì a sopravvivere all’olocausto, e dopo la liberazione si riunì con i figli, diventati poi ambedue medici. Lei non parlò mai del suo operato ad Auschwitz fino al 1950, anno in cui si ritirò dall’attività di ostetrica.

Morì nel 1974, ma la sua storia di amore, dedizione e sacrificio rimane una delle più commoventi tra quelle vissute nell’inferno di Auschwitz. Nonostante il dolore per la triste fine di gran parte di quei tremila bambini venuti al mondo – vivi – grazie a lei, e poi morti per malnutrizione o uccisi dai nazisti, di una cosa andava orgogliosa: tutti loro erano stati accolti con amore, e seppure per breve tempo avevano visto la luce. Una luce presto spenta dalla barbarie nazista, che mai riuscì, nonostante tutto, a spegnere la speranza.

 


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