Arrogante e accentratore, meritevole – per Dante Alighieri – di bruciare nel suo Inferno, “novello anticristo” secondo il poeta Jacopone da Todi, ma definito dai suoi contemporanei “magnanimus pontifex”: è Bonifacio VIII (1230 circa-1303), il pontefice con il quale si conclude un’epoca, quella del medioevo “teocratico”. La Chiesa, nella persona del Papa, non sarà più riconosciuta al di sopra di ogni altro potere politico. E Bonifacio VIII, con la sua pretesa di imporre la supremazia della Chiesa sulle nascenti monarchie nazionali, è ormai fuori dal tempo.

Oggi Bonifacio VIII viene ricordato, tra l’altro, per l’episodio dello “Schiaffo di Anagni”,  un oltraggio che passa alla storia. Ma come si arriva, e perché, a quell’episodio, che avviene giusto un mese prima della morte del pontefice? Per capirlo, bisogna raccontare un po’ la storia di Bonifacio VIII e dei tempi in cui è vissuto, ma prima vi ricordo che qui sotto ci sono tantissimi tasti che potete cliccare per supportare il nostro progetto di divulgazione culturale. Siamo a un passo dal mezzo milione di iscritti, sarebbe bello arrivarci con questo video. E ora bando alle ciance e cominciamo!

Prima di parlare di tutta la vita di Benedetto Caetani e della sua storia “accertata”, facciamo un salto di qualche anno in avanti che spiega la nomea di papa Bonifacio VIII. Nel 1303 lui è morto da qualche mese e in vita ha litigato con tutti, in primo luogo con il Re di Francia Filippo il Bello, che lo accusa di eresia e lo fa attraverso Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Plaisians. Bonifacio viene descritto come eretico perfetto in 28 articoli differenti perché, fra le tante cose, non crede nella vita eterna e nell’incorruttibilità dell’anima, ma anche nella Transustanziazione (parola difficilissima da pronunciare ma vuol solo dire semplicemente che l’ostia è la carne di Cristo e il vino il suo sangue).

Poi ci pensa, nel 1306, Pietro Colonna a corromperne l’immagine. Bonifacio sarebbe stato nepotista, simoniaco, guerrafondaio e scialacquatore. Ma non solo. Lo si accusava di stregoneria, di negromanzia e di demonolatria, ovvero il culto dei demoni. Colonna lo accusa di avere degli anelli magici, uno di questi donato proprio dal signore di Ravenna Guido Novello, che gli consentivano di tenere con sé lo spirito di un defunto. Bonifacio viene accusato di pratiche magiche e dell’evocazione di demoni, oppure di aver tracciato un cerchio con una spada sul terreno e poi di aver sacrificato un gallo al suo interno, una classica pratica magica. Secondo i suoi accusatori sarebbe stato uno stregone, un negromante, adulatore del maligno e molto altro, ma non solo.

Per appagare i suoi appetiti terreni avrebbe avuto rapporti passivi con altri uomini, quindi lo accusano di sodomia, di pratiche sessuali con moltissime donne, di avere un’infinità di figli illegittimi e di qualsiasi altra nefandezza l’uomo medievale riuscisse a concepire.

Per i suoi accusatori Bonifacio VIII sarebbe stato la reincarnazione di Lucifero in persona, coacervo di qualsiasi vizio terreno possibile e immaginabile. Anche se è morto da anni viene indetto un processo di accusa contro Bonifacio sotto papa Clemente V, quello che trasferisce la sede papale ad Avignone e che è il più filo francese di tutti, ma persino lui, di fronte all’enormità delle accuse che ha fatto scrivere e sostenuto Filippo IV il Bello, sostiene che è innocente, e il processo si conclude in un nulla di fatto. Ma adesso torniamo alla zona dantesca di Ravenna, a molto prima di tutto questo teatro delle falsità, a quando Bonifacio non è ancora pontefice e le ragioni di quest’odio da parte dei francesi e anche di tanti nobili italiani si devono ancora generare.

Benedetto Caetani 

Prima di Bonifacio VIII, il pontefice, c’è Benedetto Caetani, che nasce ad Anagni (nel Lazio) fra il 1230 e il 1235, in una famiglia di nobiltà campagnola. Giusto per dire che i Caetani non sono, all’epoca, una famiglia influente. Il potere e la ricchezza, quella vera, arriveranno solo quando Benedetto diventerà papa Bonifacio VIII. Tanto è vero che della vita di Benedetto non si sa nulla fino a quando non riesce ad ottenere un canonicato a Todi, nel 1260.

In pratica ottiene l’usufrutto e le rendite di beni di proprietà della Chiesa, quando non è ancora sacerdote, ma solo canonico. Proprio lì a Todi, Benedetto inizia a studiare Diritto, che sarà fondamentale nella sua carriera ecclesiastica. Poi completa la sua formazione nella prestigiosa sede di Bologna, dove un paio di secoli prima era nato lo Studium, la prima scuola di diritto di tutto l’occidente.

Benedetto è, più di tutto, un esperto di diritto canonico, ma la sua permanenza alla Curia di Roma lo porta sulla strada della diplomazia. Una strada dove eccelle, e che gli fa fare, con molta rapidità, una brillante carriera.

Si fa notare, per le sue qualità, durante due missioni distinte, una in Francia e una in Inghilterra. Cito queste due missioni, fra tante, perché lui è al seguito di due futuri papi, che hanno modo di apprezzare il suo lavoro, e quindi lo favoriranno nella carriera durante la quale ottiene decine di benefici ecclesiastici (che tradotti significano soldi contanti). Ma è nel 1290 che Benedetto mostra di che pasta è fatto. Papa Niccolò IV lo manda in missione in Francia, dove c’è da dirimere, tra le altre cose, una complicata questione tra clero secolare e clero regolare (cioè i religiosi che hanno già preso i voti).

In questa occasione Benedetto usa la sua cultura giuridica, condita da un linguaggio autoritario e polemico, quando non sarcastico, e finisce per attirarsi molte antipatie da parte dei francesi. Antipatie che, come vedremo, dureranno nel tempo. Quando torna a Roma, nel 1291, Benedetto diventa a tutti gli effetti sacerdote, e nominato cardinale-prete di San Martino ai Monti, senza rinunciare a nessun beneficio precedente.

Benedetto Caetani fa una bella carriera, ma soprattutto diventa ricco e potente. Che significa che tutta la sua famiglia diventa ricca e potente. Grazie alla ricchezza accumulata riesce a comprare molte proprietà fondiarie, in modo da mettersi a pari con le famiglie dell’antica aristocrazia romana. Tutto questo allargarsi provoca qualche malcontento, in particolare con un’altra grande famiglia dell’aristocrazia romana, i Colonna. Ma non c’è ancora quell’accesa rivalità che porterà poi al famoso “oltraggio di Anagni”.

La strana elezione di Celestino V

Arriviamo all’aprile del 1292, quando muore Papa Niccolò IV. I 12 cardinali elettori devono scegliere il nuovo papa, ma non è così semplice, per diversi motivi. Intanto perché la pratica del “conclave” – i cardinali “chiusi a chiave” per il tempo dell’elezione – era stata abolita, e quindi i religiosi non hanno fretta di decidere un nome che metta d’accordo tutti. E per mettere d’accordo tutti ce ne vuole.

I cardinali sono divisi in due fazioni, che fanno capo a due delle più potenti famiglie romane, gli Orsini e i Colonna. Poi ci si mette anche la peste, che in estate arriva a Roma e provoca la morte di uno dei cardinali. Così, chi può lascia la città: Benedetto, che in questa elezione non è schierato né da una parte né dall’altra, si ritira ad Anagni. Passa un anno, poi un altro, e così si arriva all’estate del 1294, mentre a Roma la situazione è drammatica.

La sede papale è vacante da troppo tempo, la città vive in una sorta di anarchia, e le violenze (omicidi, saccheggi ecc.) si moltiplicano di giorno in giorno. Intanto, Carlo II d’Angiò, re di Napoli, aveva tentato di mettere fretta ai cardinali, perché aveva bisogno di ratificare un trattato sulla sovranità della Sicilia, finita in mano agli Aragona, e ci vuole un papa per farlo. Nemmeno lui riesce a concludere qualcosa, e allora, nella primavera del 1294, si rivolge a un eremita in odore di santità, che conosce bene: Pietro del Morrone. 

Pietro manda una lettera ai cardinali, dove dice: sbrigatevi o Dio vi castigherà. Quella lettera colpisce il decano dei cardinali, Latino Malabranca Orsini, che candida proprio Pietro del Morrone. Sembra incredibile e assurdo ma tutti si ritrovano d’accordo e l’eremita viene eletto papa all’unanimità. Come mai questo sant’uomo, tanto lontano dagli intrighi della Curia romana, mette d’accordo tutti?

Perché i cardinali sanno che, dopo due anni di sede vacante, la situazione a Roma è drammatica e non si può perdere altro tempo; e poi perché qualcuno dei cardinali prende sul serio quella minaccia di un castigo divino. Il motivo principale però è un altro. Tutti sanno che Pietro, un sant’uomo e molto anziano, non è per niente adatto a quel ruolo, ma può essere un papa di transizione, quello che serve in quel difficile momento.

Pietro del Morrone prende il nome di Celestino V, e si dimostra troppo ingenuo e facile preda dei tanti avvoltoi che lo circondano, a cominciare da Carlo II d’Angiò, che se lo porta a Napoli. Ma visto che Celestino, per quanto ingenuo, non è uno stupido, comincia presto a pensare all’abdicazione. Per questo Dante lo definisce “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, e lo mette all’inferno, fra gli ignavi.

Ma cosa avrebbe dovuto fare questo frate ascetico, abituato a vivere in eremitaggio tra i monti della Maiella? In realtà, Pietro del Morrone non è esattamente un isolato eremita, è a capo di una congregazione, ma è inadeguato al ruolo di capo della chiesa di Roma.

Decide quindi di dimettersi. Può farlo? Sì, secondo il diritto canonico, che prevede questa eventualità in caso di età avanzata. Celestino V si consulta con i cardinali esperti di diritto canonico, tra i quali c’è Benedetto Caetani. A quanto pare, è proprio Benedetto che toglie ogni dubbio al papa, almeno per quanto riguarda l’aspetto giuridico delle dimissioni. Lo fa per interesse personale? Sembra di no, anche se la possibilità concreta di essere poi eletto papa non deve dispiacergli.

Il 13 dicembre Celestino V legge la sua dichiarazione di rinuncia davanti al Collegio Cardinalizio, che accetta le sue dimissioni. Raccomanda ai cardinali di sbrigarsi ad eleggere il nuovo papa, e per stare dalla parte del sicuro ripristina la Ubi Periculum, ovvero le norme per le elezioni pontificie emanate nel 1274 poi abrogate. I cardinali elettori devono riunirsi, reclusi in conclave, entro 10 giorni dalla morte (o abdicazione) del papa, nella città dove è avvenuto il decesso (o la rinuncia). Man mano che passano i giorni, le razioni di cibo vengono ridotte, fino ad arrivare al classico “pane e acqua”. 

Il 23 dicembre 1284 il conclave si riunisce a Napoli, e già il giorno dopo c’è il nuovo pontefice: Benedetto Caetani, papa Bonifacio VIII. A Celestino V, tornato a chiamarsi Pietro, viene accordato il permesso di ritirarsi nel suo eremo. Ma non ha fatto i conti con il nuovo pontefice.

Il neoeletto Bonifacio VIII non si sente tanto tranquillo: hai visto mai che i cardinali francesi, che più o meno lo odiano, riescano a convincere Pietro a ritirare le dimissioni? Sarebbe un disastro. E quindi bisogna tenere sotto stretto controllo Pietro, che lascia Napoli a fine dicembre, per essere portato a Roma. Arriva nell’abbazia di Montecassino ma l’ultraottantenne Pietro riesce a scappare, prima nel suo eremo abruzzese, e poi addirittura in Puglia, da dove vuole partire alla volta della Grecia, all’epoca rifugio di quei frati francescani che predicano la povertà della Chiesa e per questo sono perseguitati dal loro stesso Ordine.

Pietro riesce a prendere il mare, ma la nave viene spinta a riva da un forte vento, e così si conclude la sua fuga. Il vecchio eremita viene portato prima ad Anagni e poi imprigionato nella fortezza di Castel Fumone (provincia di Frosinone), dove morirà – di morte naturale – il 19 maggio 1296. Parlare di Celestino V può sembrare un po’ fuori luogo ma la sua vicenda sarà alla base delle accuse rivolte a Bonifacio VIII dal sovrano francese Filippo IV il Bello.

Lo smacco siciliano e la contesa con i Colonna

Una volta sistemato il povero Celestino V Bonifacio abolisce quasi tutti i suoi provvedimenti, perché – sostiene il nuovo Pontefice – era in balia di persone che si erano approfittate della sua “sancta simplicitas”. Bonifacio si dà un gran da fare, e già solo per questo inizia a suscitare delle antipatie. Poi decide di lasciare Napoli per Roma, cosa che irrita moltissimo Carlo II d’Angiò.

Ma Bonifacio non se cura, e il 17 gennaio 1295 fa il suo ingresso trionfale a Roma, dove, in Curia, dimostra subito di che pasta è fatto, a cominciare dal totale ricambio di tutto il personale, a tutti i livelli. Meglio circondarsi di persone fidate, avrà pensato il nuovo pontefice, e come dargli torto? Il suo primo atto politico riguarda la controversia sulla Sicilia, quella di cui abbiamo parlato a proposito di Carlo II d’Angiò e Celestino V.

La contesa è su chi deve regnare in Sicilia: gli Angioini, cacciati nel 1282 durante i Vespri Siciliani, o gli aragonesi (gli spagnoli), chiamati dai siciliani a governare l’isola, per complicate questioni dinastiche? Il papa, che parteggia per gli Angioini, fa da mediatore, e riesce a far firmare un accordo – la pace di Anagni del 1295 – dove gli aragonesi rinunciano alla Sicilia in cambio di molti benefici promessi dal papa.

Ma Bonifacio VIII non ha fatto i conti con i siciliani, che degli Angioini, in sostanza dei francesi, non vogliono sentir parlare. Loro, l’11 dicembre 1295, acclamano “signore” dell’isola il reggente aragonese, poi Federico III di Sicilia. In un contesto molto complicato si arriva alla pace definitiva solo nel 1302, con il riconoscimento della sovranità aragonese.

Bonifacio VIII incassa la sua prima sconfitta, e deve essere stato un boccone amaro, anche perché in quegli stessi anni si consuma la rottura con i due cardinali della famiglia Colonna, Giacomo e Pietro. Dietro a questa rottura ci sono motivi familiari, politici e religiosi: i Colonna mal digeriscono l’inarrestabile ascesa dei Caetani, sempre più potenti, e poi loro parteggiano per gli aragonesi.

Ma la cosa più grave è un’altra: secondo loro Bonifacio VIII è un papa illegittimo. I due cardinali avevano sostenuto Celestino V, e non per opportunismo, ma perché convinti della necessità di un profondo rinnovamento della Chiesa, proprio come auspicato dai seguaci di Celestino e dagli spirituali.

E invece si ritrovano con un papa autoritario e accentratore, che accumula ricchezze per la sua famiglia. I Colonna elencano pubblicamente tutti i motivi per i quali Bonifacio VIII è, secondo loro, un papa illegittimo, e lui non resta certo a guardare, perché oltre al suo prestigio personale, c’è di mezzo anche quello della Chiesa, intesa come monarchia assoluta.

Depone i due cardinali, e poi, di fronte alle loro accuse, li scomunica e confisca i loro beni. E loro, per tutta risposta, compilano un “terzo manifesto” contro di lui, che spediscono anche alla Sorbona di Parigi, dove i giuristi avrebbero dovuto esaminare le accuse di illegittimità, tirannia e altre ancora. I Colonna confidano nell’aiuto del re di Francia, Filippo il Bello, che li ha sempre sostenuti. Ma Filippo non li aiuta perché la contesa tra la famiglia romana e il papa si intreccia con altri problemi: quello siciliano, di cui abbiamo già parlato, e poi quello internazionale sulle tasse alle proprietà della Chiesa.

Comunque, Pietro e Giacomo Colonna sono costretti a fare atto di sottomissione al papa, nel 1298, ma Bonifacio non si accontenta. Secondo gli accordi di sottomissione, la città di Palestrina – roccaforte dei Colonna – diventa proprietà del papa. E lui cosa fa? Fa un po’ quello che avevano fatto i Romani con Cartagine: la rade al suolo e fa cospargere il terreno di sale. Una “vendetta” che certo non ci si aspetta da un papa, tanto più che la città era entrata in suo possesso a seguito di un negoziato. Eppure, Bonifacio VIII è capace di tanto: lo storico Gregorovius parla di un “diluvio d’ira”, e di “odio del papa contro i ribelli”. Alla fine, Giacomo e Pietro Colonna sono costretti a rifugiarsi in Francia, ma la saga tra loro e Bonifacio VIII non finisce qui.

La questione delle tasse

La questione della tassazione alle proprietà della Chiesa è internazionale. Nel senso che coinvolge tutti gli stati europei, ma in particolare la Francia di Filippo IV e l’Inghilterra di Edoardo I. Tra i due non corre buon sangue, per annosi problemi di diritti feudali non rispettati, problemi che prima o poi avrebbero portato a una guerra. I due sovrani si preparano al conflitto, e per farlo hanno bisogno di soldi. Che significa più tasse per tutti, anche per chi non le aveva quasi mai pagate: gli ecclesiastici.

Apriti cielo: da Francia e Inghilterra arrivano al papa le rimostranze del clero. Bonifacio vieta il pagamento di quelle imposte, se non espressamente autorizzato dalla Sede Apostolica. Non è quindi un divieto tassativo, ma una delegittimazione dell’autorità fiscale dei sovrani. Al provvedimento, emanato nel 1296 con l’enciclica Clericis laicos, si oppone apertamente solo Filippo il Bello, ma con uno stratagemma: vieta di far uscire dalla Francia denaro e beni preziosi. E’ un colpo basso, perché in questo modo non sarebbero arrivate a Roma le cospicue rendite delle proprietà della Chiesa in Francia.

Bonifacio VIII è costretto a tornare sui suoi passi, anche perché tutta questa faccenda si snoda quando ci sono ancora da risolvere sia il problema in Sicilia sia la contesa con i Colonna. In pratica, il papa revoca quell’enciclica, e autorizza la tassazione del clero, anche se solo “in caso di emergenza”.  Ma la saga tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello non finisce qui, ne parliamo fra poco.

Intermezzo

Detto tutto questo, risulta evidente che il pontificato di Bonifacio VIII è difficile e tormentato. Una delle poche gioie del papa, “una breve ma felice parentesi di pace” è l’istituzione del Giubileo. Alla fine del 1299, arrivano a Roma molti pellegrini, che caricano di aspettative spirituali quel passaggio da un secolo a un altro. E d’altronde Roma, la città santa, è il luogo giusto per ricevere la grazia e il perdono dei peccati. Si tratta di un pellegrinaggio spontaneo, che si fonda su qualcosa di già conosciuto, ossia una speciale remissione dei peccati in coincidenza con un capodanno secolare.

Bonifacio, che naturalmente conosce questa convinzione, istituisce l’Anno Santo, con la bolla Antiquorum habet fida relatio. I pellegrini possono acquistare l’indulgenza plenaria durante tutto il corso dell’Anno Santo. Con l’istituzione del Giubileo il prestigio del papa aumenta, e le casse dello stato pontifico se ne giovano, ma questo non significa che Bonifacio lo abbia creato solo per motivi economici o per riaffermare il suo potere. 

Intanto succedono molte cose, che sarebbe troppo lungo raccontare nel dettaglio, ma che meritano un cenno, giusto per descrivere la situazione dell’epoca. Bonifacio vorrebbe a tutti costi indire una crociata in Terra Santa, dopo la perdita di San Giovanni d’Acri del 1291, ma non riesce a farlo perché Francia e Inghilterra continuano a litigare, come pure Genova e Venezia, e la questione in Sicilia non è ancora risolta.

In più le cose si complicano anche in Germania, dove il sovrano legittimo, Adolfo di Nassau, viene sconfitto da Alberto I d’Asburgo, che subito si allea con Filippo il Bello. Tutta questa situazione crea non pochi problemi a Bonifacio, che teme le mire espansionistiche dell’Asburgo in Italia, mentre Filippo IV continua a mostrarsi ostile, accogliendo i Colonna in Francia e applicando tasse altissime al clero.

Oltre a tutto questo, nel 1300 anche la Toscana dà dei grattacapi al pontefice: Firenze è tradizionalmente guelfa, ovvero dalla parte del papa, ma i guelfi sono divisi tra Bianchi e Neri. Le due fazioni si scontrano, interviene il papa, che manda il suo braccio armato, Carlo di Valois, e dopo due anni la spuntano i Neri sostenuti dal papa, che però non riesce ad annettersi la Toscana (come avrebbe voluto). Tutto questo spiega il rancore di Dante Alighieri nei confronti di Bonifacio VIII, perché il poeta, guelfo di parte Bianca, viene condannato all’esilio, e non rivedrà mai più la sua Firenze.

Ancora Filippo il Bello

Nell’ottobre del 1301 le relazioni con la Francia raggiungono il culmine dell’ostilità: dopo una vicenda complicata, Filippo IV fa arrestare l’abate Bernard Saisset, e gli confisca il patrimonio. Il papa risponde con due bolle, che in sostanza prevedono due cose: Filippo non può più riscuotere tasse dagli ecclesiastici, e il 10 novembre 1302 ci sarà un sinodo a Roma, a cui devono partecipare tutti i vescovi francesi e anche il re, o almeno dei suoi delegati.

Perché è arrivato il momento, dice, di mettere nero su bianco le prerogative della Chiesa, che deve essere considerata l’autorità suprema anche da sovrani e imperatori. La reazione di Filippo arriva dopo qualche mese: Il 12 marzo 1302 il suo vicecancelliere, Guglielmo di Nogaret, accusa il papa di eresia e propone un concilio che avrebbe dovuto giudicarlo, mentre il 10 aprile 1302 il sovrano convoca, per la prima volta, gli Stati Generali, che approvano all’unanimità un testo che rigetta in toto la posizione del pontefice, anche perché Filippo aveva fatto circolare il testo papale pesantemente rimaneggiato. Non solo, il sovrano francese proibisce ai vescovi di partecipare al sinodo romano.

Bonifacio minaccia di deporre Filippo, e alla fine quel sinodo viene fatto, alla presenza di un numero ristretto di prelati francesi. Arriviamo al 18 novembre, giorno in cui esce la bolla Unam Sanctam, nella quale il pontefice ribadisce che “la potestà spirituale deve ordinare e giudicare la potestà temporale […], chi si oppone a questa suprema potestà spirituale, esercitata da un uomo ma derivata da Dio, nella promessa di Pietro, si oppone a Dio stesso”. In parole povere i re sono sottoposti al Papa. E Filippo IV, come reagisce?

La prende malissimo e decide di risolvere la questione una volta per tutte: quel papa teocratico deve essere destituito. Lo accusa di aver ucciso Celestino V, di essere eretico, simoniaco, sodomita e molte altre cose. Occorre indire un concilio che provveda alla sua destituzione. Ma un concilio può essere convocato solo dal papa, e dunque, come può fare il Re di Francia?

Arriva in Italia Nogaret, ma non è ben chiaro quale fosse la sua reale missione: forse deve convincere Bonifacio, con le buone o con le cattive, a convocare quel concilio, o forse deve prenderlo prigioniero e portarlo in Francia. A quel punto al Papa non restava altro strumento che la scomunica per rendere inoffensivo il sovrano di Francia. All’inizio di settembre del 1303 la bolla di scomunica è pronta, ma il papa non ha il tempo di promulgarla: la notte del 7 settembre, Guglielmo di Nogaret e Giacomo “Sciarra” Colonna entrano ad Anagni, dove si è rifugiato il pontefice.

Nogaret ha il solo scopo di portare Bonifacio in Francia, mentre Sciarra Colonna, appoggiato dalla piccola nobiltà locale, vuole vendicare tutti i soprusi patiti dalla sua famiglia. E’ il “giorno della vendetta”. Il piccolo esercito non incontra resistenza, e Bonifacio si ritrova solo a fronteggiare Sciarra Colonna. Il papa, assiso su un trono con tutti i suoi paramenti sacri, ascolta le pretese di Sciarra: immediata abdicazione, la consegna del tesoro papale e il reintegro dei due cardinali della famiglia.

Se non avesse acconsentito, Sciarra lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani. Bonifacio gli risponde con un gesto: ecco il collo, ecco il capo, come invitandolo a ucciderlo. A quel punto si mette di mezzo Nogaret, che si fa carico dell’incolumità di Bonifacio VIII, che però subisce umiliazioni inaudite per un pontefice. A quanto pare nessuno colpisce fisicamente il papa, anche se l’episodio passa alla storia come lo “schiaffo di Anagni”.

Passano tre giorni, sufficienti a far pentire gli anagnini del loro tradimento. Liberano il Papa, che rientra a Roma il 25 settembre. Ma non è più lo stesso uomo, o meglio, lo stesso Pontefice, che si considerava al di sopra di tutti i grandi della terra. Non sta tanto bene in salute, visto che la gotta non gli dà tregua, così come le coliche ai reni: muore l’11 ottobre, pochi giorni dopo esser tornato nella capitale, e viene sepolto nella Basilica di San Pietro, in una cappella che oggi non esiste più.

Bonifacio VIII è un personaggio controverso della storia, consegnato alla parte dei cattivi da Dante Alighieri, ma che forse è stato un papa come tanti del suo tempo, riuscendo però a riformare la chiesa in un modo nuovo, e per questo da molti viene considerato un vero e proprio gigante del XIII secolo. Visto con gli occhi di oggi da molti punti di vista sarebbe un avido despota, ma d’altronde chi, a quel tempo, non si comportava in quel modo?

Di lui rimane la nomea di Papa controverso, ma anche un altro atto concreto: il giubileo, che nel 2025 si celebra per la 25esima volta. Nella Divina commedia Dante mette Bonifacio all’inferno e Goffredo di Buglione in Paradiso, carnefice di migliaia di persone durante la prima Crociata. Anche Dante era un po’ di parte, e piazzava dove gli conveniva i personaggi della storia e del suo tempo. Chissà se avrebbe immaginato che quelle sue scelte li avrebbero consegnati all’eternità.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.

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